C’era una volta il miele

Di Tommaso, Apicoltura Corbecco

Come preannunciato, gli effetti della crisi climatica che la nostra epoca ha generato sono sempre più espliciti e invasivi.

Gli anelli più delicati dell’ecosistema sono ovviamente i contesti in cui gli effetti risultano più visibili.

Dal punto di vista molto specifico del nostro mestiere osserviamo ormai da più di dieci anni un peggioramento della salute e della vitalità delle api. Ma è negli ultimi quattro o cinque che il fenomeno è ancora più evidente.

Le sofferenze, vecchie e nuove, di questi magnifici apoidei sono ormai veicolate dal carattere catastrofico e sincopato delle stagioni.

In particolare possiamo parlare degli inverni caldi, dei pesanti e reiterati ritorni di freddo in primavera avanzata (tre consecutivi quest’anno), della prolungata siccità estiva, del carattere dei venti e più in generale del susseguirsi di circostanze “estreme” nella nostra zona a clima ex-temperato.

È chiaro che questo è un genere di stress cui l’ecosistema fatica ad abituarsi e che mette a dura prova l’elasticità degli organismi.

Come allevatore di un animale mai addomesticato ho deciso anche in questa fase di non intervenire con la nutrizione se non, in estrema ratio, offrendo del miele prelevato dal magazzino a quegli alveari che stavano oggettivamente per morire di fame.

Ai colleghi che si sono convertiti a iniezioni di tonnellate di zucchero industriale sappiamo bene che non è andata meglio dal punto di vista della produzione; in compenso le fatture per l’acquisto dei prodotti per l’alimentazione artificiale hanno notevolmente peggiorato una situazione già drammaticamente in perdita.

Insects and Flowers (Qing dynasty ca. 1644–1911) by Ju Lian

Questo della nutrizione è solo un piccolo esempio, forse il più semplice da comprendere e da divulgare, a fronte di un’infinità di problematiche, scelte e modificazioni che oggi ci richiede il nostro mestiere e che ci portano sempre più in prima linea sul fronte del cambiamento e della sperimentazione.

L’ape infatti mantiene tutte le caratteristiche di integrazione con l’ambiente circostante proprie di un animale selvatico e oggi, più che mai, è importante non ostacolare le fasi di adattamento reciproco, rimettendoci il più possibile in mano alla pressione e selezione naturale.

Possiamo immaginare che la capacità di adattamento di questi insetti supererà le problematiche imposte dalle rapidissime modificazioni ambientali operate dalla società umana. Più che immaginarlo si tratta di una speranza. È richiesto da parte nostra il massimo impegno nell’osservazione e nel non ostacolare questo processo.

Non vale lo stesso discorso, ovviamente, per il nostro reddito di professionisti che abbiamo fatto del susseguirsi delle stagioni e della caducità dei fiori la materia della nostra sussistenza.

Negli ultimi dieci anni abbiamo visto infatti il lavoro quasi raddoppiare e complicarsi notevolmente. Di pari passo, invece, la produzione è costantemente diminuita.

Questa stagione è stata particolarmente drammatica su tutto il territorio nazionale. A macchia di leopardo, qua e là, abbiamo registrato alcune situazioni leggermente più “fortunate”, ma in generale il bilancio è disastroso e vien da dire che è il bilancio di un’epoca.

Qui da noi, soprattutto nelle aree interne appenniniche di Umbria e Marche, aver salvato le api è già un buon risultato. Già da giugno, sfidando un po’ la depressione, si è lavorato esclusivamente in funzione del mantenimento e in previsione della prossima primavera.

Sono tanti preziosi giorni sul campo, un contratto con il futuro, a tempo pieno e non retribuito. Tuttavia ai primi freddi inaspettati dell’autunno le api sembrano essersi stabilizzate e in buona salute, a dimostrazione che non ci sono più le mezze stagioni ma la primavera verrà.

Se può essere un esempio utile: nella nostra piccola azienda seguiamo al massimo 300 alveari. Grazie a questi fino al 2016 lavoravamo almeno 100 quintali di miele all’anno. Ma nelle ultime stagioni purtroppo ci eravamo assestati intorno ai 50 quintali scarsi. Nel 2021, festeggiando i nostri vent’anni di attività, con lo stesso impegno, gli stessi alveari hanno prodotto 5 quintali.

Bee from Sheet of Studies of Nine Insects (1660–1665) by Jan van Kessel

Quale miglior modo di esplicitare la fase storica?

Per questo scrivendo a clienti e appassionati ci viene da dire semplicemente di avere pazienza che non c’è limite al peggio e che il peggio probabilmente deve ancora arrivare.

Ci viene da dire che non c’è più prezzo che possa compensare la perdita e quindi prendetene semplicemente finché ce n’è, e impariamo a fare senza.

Ricordiamo che anche quest’anno non andremo in giro da colleghi e grossisti a comprare il prodotto da rivendere perché non ci piace come pratica, non l’abbiamo mai fatto e perché tanto anche volendo quest’anno non c’è!

Ci vien da dire che noi abbiamo molto lavoro da fare e che sarà un piacere farlo anche insieme.

Intanto per campare abbiamo deciso di reinventarci anche in altri mestieri... ma anche questa volta non abbandoneremo i nostri alveari.

Boomer Covid Blues

Di Leucocita

Senigallia fine estate: dopo mesi di siccità i primi acquazzoni hanno allagato le strade ma ancora in tanti devono consumare le proprie vacanze, in tanti hanno ancora i voucher da spendere dopo mesi e mesi di lockdown, zone colorate, coprifuoco e altri variopinti ostacoli alla libera vita sociale. Così, mercoledì sera, il centro storico era pieno. I vecchietti che fanno crocchio più curvi del solito perché con la mascherina non si sente niente e se sei già mezzo sordo è pure peggio, le famiglie con due gelati gocciolanti per mano, il sassofonista stonato che chiede un obolo, i negozi aperti. Tutto normale insomma o quasi.

Nel raggio di cinquecento metri si sfidano due piazze che oggi si trovano paradossalmente divise e polarizzate. In piazza Roma va in scena l’avvocato Erich Grimaldi con la sua Unione per le cure, i diritti e le libertà. Il tricolore e il blu sovranista sullo sfondo del volantino che qualcuno m’ha girato su Telegram non promettono bene, ma capisco l’importanza delle cure precoci e voglio andare a sentire cosa dicono e a vedere chi c’è. Tra i vacanzieri e i manifestanti venuti da fuori non si parcheggia da nessuna parte, ne approfitto per una boccata di thc sul bordo del fiume maleodorante e mi butto nella mischia.

La piazza è piena, siamo tutti vicini, in un grande calore umano: cori «vergogna», «vogliamo le cure», applausi, lucette del cellulare accese perché – urla Grimaldi al microfono ­– «siamo la luce sulla strada della verità!». Niente da dire, tutti molto presi bene. Sul palco improvvisato sotto il palazzo storico del Comune, l’avvocato in perfetto completo blu, cravatta e camicia bianca arringa i presenti dietro uno striscione con scritto «Piemonte – terapia domiciliare precoce covid-19». In piazza, la statua del Monco (o Fontana del Nettuno, per le guide turistiche) mi conferma che siamo a Senigallia nonostante la crescente dissociazione cognitiva.

Il matador della piazza dice poco, evita di prendere una posizione chiara sui vaccini, lascia intendere che le cure precoci siano la soluzione e che «loro» la stiano ostacolando per oscuri interessi. Altrettanto oscuro nel suo discorso quali siano le medicine usate.

Applausi, cori, «vergogna!».

Quando finisce il suo intervento dove ha minacciato di denunciare tutti di diritto e di rovescio lascia la parola alle testimonianze delle attiviste della pagina Facebook Terapia domiciliare Covid19. La cosa forse si farà interessante, spero.

Prende la parola Federica, farmacista di Osimo, che prova a raccontare la sua esperienza come moderatrice del sito, ma viene interrotta di continuo dai commenti dell’avvocato che cerca l’applauso, che si esibisce in un fastidioso mansplaining continuo. Poi è la volta di un’altra giovane donna che racconta dei genitori assistiti online da un medico di Venezia. Quando la moderatrice le chiede ottimista se i genitori siano stati guariti dalla terapia a distanza la risposta è un imbarazzato «non ancora». Seguono applausi, anche io inizio a prendermi bene, la canna fa il suo effetto, forse sono solo pregiudizi quelli che mi tengono lontano da questa passione civile che sta sbocciando…

Il nostro eroe non si lascia sfuggire la possibilità di parlare sopra la giovane donna per tessere le lodi di Facebook: «Zuckerberg mi deve ringraziare» afferma in uno slancio di modestia. E continua… «noi mettiamo in contatto il paziente con il medico». La piazza come direbbe mio figlio è piena di boomer e Facebook è evidentemente LA infrastruttura comunicativa che tiene insieme tutto. I medici vengono citati in continuazione ma stasera qui in piazza non parlano né sono presenti.

Mi guardo attorno e riconosco facce amiche, conoscenti, colleghi e colleghe, età media over quaranta. Siamo così tanti che si fatica a muoversi, quasi nessuno porta la mascherina, io da vaccinato mi sento sereno e comunque sono abituato a stare in mezzo alla gente, ma già mi aspetto i commenti acidi in calce alla diretta social che sta andando avanti con più di duemila spettatori. Qua del virus neanche l’ombra. La piazza lo allontana con il suo esorcismo.

Intanto la testa mi gira un po’, forse sarà l’effetto delle continue minacce di denuncia che volano dal microfono, ogni volta faccio le corna per un vezzo scaramantico. Stanco del tono urlato mi allontano per ficcare il naso nella seconda piazza, quella dei virologi esperti con tanto di instant book pubblicato da Rizzoli e affini. L’evento si svolge poco lontano, all’aperto, davanti alla placida scuola elementare Pascoli. Nel grande giardino ecco polizia, carabinieri, vigili urbani e l’immancabile digos che passeggia su e giù con fare sornione. Temono che la piazza delle cure domiciliari vada a chiedere un consiglio ai virologi… Ma niente, ci si annoierà come al solito anche stasera!

Oltre il variopinto cordone di forze dell’ordine spunta il temibile dispositivo smart dell’odiato green pass. I giovani precari di una cooperativa controllano l’ingresso transennato. Tra loro un amico con forse più denunce di me, che oggi è stato investito dal prefetto della qualifica di “pubblico ufficiale”. Inizio a ridere di cuore. Però i biglietti online sono finiti e non si può entrare. Tra noi e la platea piena di posti vuoti c’è una terra di nessuno che neanche all’aeroporto di Kabul… Faccio notare il paradosso di un importante evento di divulgazione scientifica durante la pandemia che respinge chi vuole ascoltare e chiedo di entrare. Niente da fare con le buone. Ma quando il gruppo dei curiosoni raggiunge la massa critica di una decina di persone insistiamo, minacciamo di entrare lo stesso, «dai che stasera si fa casino» e alla fine la responsabile accetta. Scatta il rituale di evocazione del virus invisibile: green pass controllato con QR code, controllo della temperatura, mascherine d’ordinanza… per entrare in un giardino all’aperto!

Infine riusciamo ad approdare alla corte dei virologi. Gente preparata per carità, Guido Silvestri è sicuramente uno che ne capisce e che ha portato un minimo di razionalità nel delirio dei 5Stelle al governo; l’altro luminare, Clementi, è decisamente più odioso ma che vuoi… per uno che viene dalla sanità privata lombarda è già tanto se non mi prende l’orticaria solo a vederlo. Dal palco ci raccontano come negli Stati Uniti sappiano fare le cose. Non si capacitano della scarsa cultura scientifica degli italiani, lanciano i loro saggi consigli. La platea applaude distanziata e timida, accompagnata da un buffo accompagnamento musicale dell’imperturbabile maestro Celidoni.

L’intervento del sindaco Olivetti, appena dopo la lezione dei virologi, mi fa dubitare della bontà delle molecole della Cannnabis Indica perché non riesco a capirlo tanto è ricco di aporie, anafore e cazzate.

Seguono domande importanti: «quest’anno scolastico rischiamo di nuovo la DAD?», «dovremo vaccinarci di nuovo con altre dosi?». I virologi provano a mettere insieme una risposta, ma è chiaro che neanche loro riescono a guardare oltre l’orizzonte, e poi è già notte e arriva anche un amico ubriaco che vuole andare a fare l’ultima birra. Si parte.

In giro per il centro storico ancora tanti vacanzieri spensierati. Non sembra proprio di essere nel mezzo della peggiore pandemia dai tempi della influenza spagnola.

Qualche digossino deluso dialoga nella piazza dell’avvocato, i carabinieri fanno la siesta sotto i cappelli, ultimi selfie.

In birreria, al bancone dove nessuno ha la minima passione per controllare il famoso green pass, dei luminosi 2002 captano l’atmosfera dei nostri discorsi sghembi e perplessi, le due piazze contrapposte, la disinformazione, l’autoritarismo dello stato, il potere medico, il diritto alla salute… faccio in tempo a ordinare una Goose e parte il commento lapidario del più giovane: «io mi sono rotto il cazzo, mi vaccino e poi voglio andare dove mi pare, basta con sti discorsi da boomer».

Forse, se cerco bene, trovo un sito internet che sostiene che il covid si cura con il thc.

Sipario.

Fondi e cimeli dell’Archivio storico della FAI

Di Francesco Scatigno

Nonostante la sua giovane età, l’Archivio storico della Federazione anarchica italiana, nato da una proposta del Congresso di Carrara del 1985, conserva cimeli e manoscritti provenienti da luoghi e tempi più remoti. Spesso sono stati conservati e tramandati da militanti anarchici che hanno donato all’archivio queste preziose testimonianze del passato.

Tra questi cimeli ci sono oggetti e manoscritti che risalgono alla guerra civile spagnola, lettere che fanno parte della corrispondenza di alcuni esponenti anarchici con importanti figure della politica e della cultura italiana come Calamandrei, Pertini, Nenni e Salvemini.

I reperti della guerra civile spagnola

Ad arricchire notevolmente l’ASFAI vi sono reperti e documenti della guerra civile spagnola appartenuti a Valentino Segata. Segata è un anarchico nato a Sopramonte (TN) nel 1892 e arruolatosi nella Colonna italiana Ascaso nel 1936, dove è al comando di una sezione di fucilieri. Dopo la conclusione della guerra spagnola, torna a Parigi. I suoi documenti furono custoditi dall’anarchico romagnolo Domenico Girelli, anch’egli combattente nella guerra civile spagnola, famoso per aver segregato nella loro caserma i carabinieri di Civitella di Romagna durante le insurrezioni della Settimana Rossa nel 1914.

Domenico Girelli, nei giorni in cui si tenne il convegno del 1987 su Sacco e Vanzetti a Villafalletto (CN) consegnò a Massimo Ortalli, curatore dell’ASFAI, i documenti appartenuti a Segata. Tra questi documenti ci sono una tessera del 1937 della Confederación Nacional del Trabajo, documenti di identità, carte di circolazione, permessi e la nomina di Segata a Capitano di compagnia con le firme di Antonio Cieri, Emilio Canzi, Umberto Consiglio, Giuseppe Bifolchi e Gregorio Jover. Alcuni di questi documenti hanno il timbro della Divisione Francisco Ascaso.

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Pupi, pupazzi, poesie e un’avventura

Marionette e burattini sono qualcosa che tutti/e ricordiamo di aver visto almeno una volta nell’infanzia. La semplicità del teatro di figura è la sua forza, e come uno specchio ci ricorda che dietro ogni maschera ci sono forze che la controllano. Questa visione sembra negare radicalmente l’autonomia dei personaggi e rimanda ai peggiori incubi cospirativi, eppure la visione catartica del teatro fa ridere, piangere, incazzare, commuovere e, toccando la nostra sfera emotiva, insegna piccole e grandi verità. Così fanno le storie del Teatrino Pellidò di Ancona, che vi raccontiamo con un’intervista al burattinaio Vincenzo Di Maio.

Ben altri pupazzi comandano la regione Marche. Una banda di neofascisti, omofobi, antiabortisti e ultracattolici che stiamo imparando, nostro malgrado, a conoscere e siamo talmente schifati che in questo numero non riusciamo neanche a parlarvene. Accogliamo però una breve riflessione dal Molise e raccontiamo l’esperienza abruzzese del Campetto occupato di Giulianova, attualmente sotto minaccia di sgombero. Un altro spazio di autogestione che ci piace sostenere (e ci ripromettiamo di raccontare in un prossimo numero) è Casa Galeone, nelle campagne maceratesi, che sta cercando di superare una delicata fase di assestamento per proseguire il suo percorso partecipativo, orizzontale e autogestionario del lavoro e della vita di gruppo.

Abbiamo poi storie di partigiani, di librerie indipendenti e continuiamo a parlare di Intelligenza Artificiale nel mondo che verrà e di come declinare, qui e ora, la tensione rivoluzionaria.

A partire da questo numero, inoltre, proveremo ad avvicinarci alla poesia, dedicando un nuovo spazio di dibattito a una materia che spesso è dimenticata o ci sfugge.

Ci siamo chiesti e chieste che cos’è la poesia e cosa può aggiungere a Malamente che è già una parola dalle tante accezioni e un avverbio resistente, per chi lo sa apprezzare. Proveremo a capirlo insieme, nel corso delle uscite, seguendo il nostro fiuto, l’ispirazione e il ritmo dei versi. Come quelli di Franco Scataglini, che ci raccontano di un dialetto che non si è estinto e di una poesia che può essere la voce di chi voce non ha.

Oltre a tutto questo, è arrivato il momento di presentare il nostro nuovo progetto. Dopo mesi di lavoro dietro le quinte, possiamo finalmente annunciare che stanno per nascere le Edizioni Malamente. Dall’esperienza e dalle complicità che andiamo costruendo dal 2015 con questa rivista, abbiamo raccolto la giusta dose di coraggio e voglia di fare qualcosa in più per continuare a essere uno strumento di critica sociale e agitazione culturale.

logo edizioni malamente

A partire dall’autunno 2021 pubblicheremo i primi titoli che potrete trovare sul nuovo sito edizionimalamente.it e sui nostri consueti canali di distribuzione, ma che potrete ordinare anche in qualunque libreria, indipendente o di catena. Inizieremo con un testo quanto mai adatto a questi tempi: Mutuo appoggio. Costruire solidarietà durante questa crisi (e la prossima), di Dean Spade, realizzato in collaborazione con le Brigate Volontarie per l’Emergenza. Seguirà Breve storia dei gas lacrimogeni di Anna Feigenbaum, di cui pubblichiamo qui, in anteprima, l’introduzione francese di Julius Van Daal. Entrambi i titoli sono inediti in Italia e speriamo possano essere l’inizio di una nuova bella avventura.

Conoscenza, condivisione, solidarietà e lotta continuano a essere i punti cardinali sulla nostra bussola, ma sarà soprattutto la possibilità di incontro con lettori e lettrici che renderà utile e speciale questo viaggio.

Il giuramento del partigiano Wilfredo

Intervista di Sergio Sinigaglia ad Alfredo Antomarini

Wilfredo Caimmi (Ancona 1925-2009) è stato un partigiano comunista. Uno dei tanti giovani che appena diciottenne scelse di stare dalla parte giusta e salì in montagna a combattere il nazifascismo; successivamente insignito della medaglia d’argento al valore militare. Nel novembre del 1990 fu al centro di un clamoroso fatto di cronaca di rilievo nazionale: ce lo racconta in questa intervista Alfredo Antomarini, amico e compagno di Wilfredo, che nel libro “Ottavo chilometro” (Ancona, il lavoro editoriale) ha ricostruito insieme a lui la storia partigiana di Caimmi e dei suoi compagni.

L’intervista – in uscita su Rivista Malamente n. 22 (luglio 2021) – è stata raccolta poche settimane prima che Alfredo Antomarini, per tutti Edo, ci lasciasse improvvisamente, il 17 giugno 2021, dopo una breve malattia. [Nota della redazione]

Alfredo Antomarini

Possiamo raccontare come Wilfredo diventa antifascista e i suoi primi passi da partigiano?

Wilfredo nasce ad Ancona nel 1925, dunque nel 1943 è diciottenne, l’età considerata idonea dall’organizzazione clandestina per essere destinati alla resistenza armata. Al di sotto di questo limite non si reclutavano combattenti, tuttalpiù gappisti, con funzioni di supporto.

L’episodio che fa diventare Caimmi antifascista è legato al periodo del liceo scientifico. A scuola era piuttosto bravo, aveva ottimi voti. Frequentava il primo anno. Un giorno un professore indica due studenti, li invita a mettersi in fondo alla classe e comunica loro che da domani non dovevano venire più a scuola. Visto che non avevano compiuto nessuna cattiva azione, Wilfredo alza la mano e chiede le ragioni di questa decisione. Il professore irritato lo invita a non intromettersi e comunque afferma perentoriamente che, essendo ebrei, lo Stato vietava loro la frequentazione scolastica. Di fronte alla contestazione il preside convoca il padre di Wilfredo e rimarca l’atteggiamento indisciplinato del figlio, che da quel momento diventa antifascista.

Il fatto non sfugge all’organizzazione clandestina partigiana attenta a qualunque segnale che potesse indicare dei giovani da cooptare, soprattutto i ragazzi che facevano vita di strada, anche svelti di mano. E così Wilfredo e altri suoi amici, divenuti anche loro partigiani, frequentano la scuola di pugilato del maestro Fernando Cerusico, repubblicano e antifascista rigoroso: un vero “maestro di vita”, che dà a quei ragazzi portati alla rissa di strada una certa “disciplina”.

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Non di solo Stato vive la scuola. In difesa delle scuole libertarie

Intervento di Francesco Codello

Agli inizi di marzo il sito Dinamo Press – che si definisce come un progetto di informazione indipendente nato dalla cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti – ha pubblicato un articolo di Angela Pavesi e Michele Dal Lago intitolato “Una selva molto oscura. Il neoliberismo comunitarista delle scuole parentali e libertarie”. Mettendo in un unico calderone esperienze educative tra loro anche molto diverse, gli autori attaccano duramente tutte le realtà che si muovono esternamente alla scuola statale, identificata come l’unica scuola pubblica possibile, al di fuori della quale ci sarebbe solo la giungla del modello neoliberista. Pubblichiamo una replica di Francesco Codello, pedagogista, tra i fondatori della Rete per l’educazione libertaria, che è stato dirigente scolastico ed è da lungo tempo impegnato nella ricerca storico-educativa. Codello ha parlato ai microfoni di Radio Blackout, nella rubrica Anarres condotta da Maria Matteo, difendendo le esperienze concrete di educazione libertaria che, tanto oggi quanto nella loro ormai lunga storia, si sono sviluppate come strumenti di cambiamento sociale in senso antiautoritario: riportiamo qui il dialogo radiofonico con l’autorizzazione dell’autore, e ci ripromettiamo di tornare sul tema anche sulle pagine di Rivista Malamente.

[Maria Matteo] Vuoi raccontare brevemente cosa dice l’articolo pubblicato su Dinamo Press o preferisci partire dalla realtà delle scuole libertarie?

[Francesco Codello] Preferisco sicuramente partire dalle nostre idee e dalle nostre pratiche, perché ritengo quell’articolo pubblicato da Dinamo Press violento nei toni, inqualificabile, che sprigiona ignoranza e/o malafede. I toni e i modi, oltre che i contenuti, non stimolano l’apertura di un dibattito, non aiutano il confronto e nemmeno spingono a fare riflessioni e autocritiche, peraltro sempre necessarie. Nel corso della discussione spero di riuscire a far emergere alcuni concetti importanti sia dal punto di vista storico che attuale, che in quell’articolo non vengono minimamente considerati.

[M.M.] Cominciamo allora con il dissipare un po’ di confusione, che certamente Dinamo Press ha contribuito ad alimentare, perché il percorso delle scuole libertarie non può essere equiparato alla sola educazione parentale, né tantomeno a percorsi come quelli delle scuole private, confessionali o di altro genere.

[F.C.] Partirei da una prima considerazione: gli autori dell’articolo che esprimono questi giudizi, e portano un così duro attacco all’educazione libertaria, palesano una profonda ignoranza di tutta la storia dell’educazione libertaria. Non sanno nulla, almeno così traspare dall’articolo, di una storia della quale noi siamo orgogliosamente fieri, che ci appartiene e di cui sentiamo anche la responsabilità. Quando si intraprendono pratiche di educazione libertaria si deve infatti sentire il senso di appartenenza a una tradizione che ha segnato profondamente il rinnovamento della pedagogia nel corso della storia. A cominciare da William Godwin, che per primo parlò contro l’idea di un curricolo scolastico unico e quindi di gestione in esclusiva del sistema scolastico da parte dello Stato, per arrivare fino alle esperienze concrete dei giorni nostri.

C’è poi anche una profonda ignoranza di ciò che si è dibattuto e discusso nella storia della scuola italiana. Tra il 1900 e il 1926, cioè fino all’imporsi delle leggi cosiddette “fascistissime”, la scuola italiana ha subìto due grandi processi di cambiamento: la legge Daneo-Credaro del 1911 e la riforma Gentile del 1923. Mi soffermo in particolare sulla legge Daneo-Credaro, con la quale lo Stato italiano, in ritardo di molti anni rispetto ad altri paesi europei, avoca a sé la gestione e quindi l’organizzazione delle scuole di base, così si chiamavano le elementari, che fino ad allora erano state a gestione comunale. Questa legge rappresenta sicuramente un importante passaggio, anche in senso positivo, ma dà inizio anche a un percorso di statalizzazione esclusiva dell’organizzazione scolastica. Tra gli anarchici si sviluppa in quegli anni tutto un dibattito che possiamo semplificare nella domanda: scuola laica o scuola libera? Cioè era positivo il tentativo di togliere la scuola dal condizionamento clericale, perché era questo che succedeva con la scuola a gestione comunale, soprattutto nei piccoli comuni che rappresentavano la maggior parte del tessuto sociale italiano, ma d’altra parte a questa idea di scuola laica veniva contrapposta un’idea di scuola libera.

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Tempi duri, tempi nostri

copertina malamente 21
Ancona, 6 febbraio 2021 – Foto di Valeria Tinti

Non sapevano che fosse impossibile, allora lo hanno fatto.
Mark Twain

Facciamola semplice: sono tempi duri, niente sarà più come prima.

Questa consapevolezza si fa strada in noi, e non è l’eccesso di durezza di questi tempi a preoccuparci, ma la mancanza di lucidità nel continuare ad aspettare che la tempesta virale passi per tornare alla vita di sempre. È urgente fare nostri questi tempi duri, non aspettarne altri, perché la necessità di fermare il disastro riempie il presente di possibilità.

In questo numero proprio perché è più difficile viaggiare in tempi pandemici vi portiamo a fare un giro per il mondo, raccontando altri disastri più “classici” dal punto di vista di chi ha coraggio e rabbia da vendere: neo-colonialismo in Africa, brutalità di Stato in Brasile, campi di concentramento per migranti a Lipa in Bosnia.

Nei tempi duri però non siamo del tutto scoperti. Lo sforzo per costruire altri modi di vivere è costante e tenace anche nei nostri territori. La polisportiva Ancona Respect compie 20 anni di storia e non solo ha difeso il calcio popolare ma lo ha aperto anche alle bambine e alle ragazze, il collettivo Caciara proprio nella sventurata Ascoli si batte per mantenere pubblica la biblioteca comunale, le donne di tutte le età scendono di nuovo in strada per rispondere alle aggressioni della giunta di Acquaroli, Ciccioli e altri “nazisti dell’Illinois” che vogliono trasformare le Marche in una distopia familista.

Raccontiamo anche come è nata e come si sta rafforzando l’opposizione alla didattica a distanza nelle Marche. L’uso e l’abuso della rete internet e delle piattaforme digitali, proprietà dei soliti padroni del mondo, da salvagente d’emergenza per non sentirsi soli durante il primo lockdown è diventato un ingombrante e dannoso strumento autoritario che attanaglia la scuola italiana. Siamo alla terza ondata e l’imbuto digitale di marca Google in cui sono scomparsi milioni di studenti viene messo in discussione da una minoranza che sta crescendo. Quella di Priorità alla Scuola è anche una bella storia di auto-organizzazione ai tempi del Covid-19 e non a caso il suo motore sono le donne che stanno soffrendo e pagando di più l’impatto dell’epidemia e dell’incompetenza istituzionale.

Lo sviluppo del digitale porta con sé contraddizioni e rischi enormi che si avvistano quando si ascolta il dibattito sulla Intelligenza Artificiale. Per aumentare la nostra ostilità nei confronti di chi vuole trasformarci in una funzione algoritmica e lavora anche nelle nostre università è necessario studiare meglio e di più. Per questo abbiamo ricordato che anche un rapinatore può scrivere di filosofia, forse meglio di chi non ha mai messo in discussione una banca, Bernard Stiegler insegna.

Oggi poi si fa fatica anche a scendere in piazza per una manifestazione pacifica e paciosa. Le giuste precauzioni anti-covid sono diventate anche una scusa per restringere gli spazi di manifestazione e di espressione e in troppi si stanno abituando. La storia ci insegna che tocca prendersi qualche rischio per difendere la libertà. La rivoluzione non sarà su Zoom. Per questo, ad esempio, ci riempie sempre di gioia e di speranza leggere di guerriglie che parlano più lingue e che hanno la pelle di tanti colori, come quella condotta con coraggio e intelligenza contro i fascisti dal Corno d’Africa al Monte San Vicino. Per questo abbiamo il dovere di portare con forza e con rabbia, fuori dalle mura delle carceri del nostro paese, le voci di chi oggi è privato e privata della propria libertà, di chi si è ribellato e di chi ha perso la vita per mostrarci con la lotta che non sempre “lontano dagli occhi” vuol dire “lontano dal cuore”.

Dentro le scuole, fuori dagli schermi

Intervista di Vittorio a Livia Accorroni, fondatrice di Priorità alla Scuola-Marche

Anticipazione da Malamente 21, aprile 2021

Abbiamo intervistato una delle fondatrici del comitato Priorità alla scuola (PaS) nelle Marche, che in questi mesi di relativa passività e rassegnazione delle lotte sociali nella nostra regione è stata una voce forte e attiva. Ci mettiamo in ascolto di questa iniziativa in difesa della scuola pubblica, anche se siamo sempre stati critici verso gli aspetti più istituzionalizzanti, disciplinari e repressivi della scuola di Stato. Pensiamo infatti che la scuola oggi vada difesa non come istituzione statale ma come spazio di relazione sociale pubblico, per trasformarla radicalmente e non per salvare il modello che anche prima della pandemia aveva troppi difetti. Dirigenti e insegnanti, tra l’altro, non stanno dando generalmente una bella prova, accettando con troppa facilità il nuovo paradigma autoritario, verticale, trasmissivo e passivizzante che si esprime nella quasi totalità delle attività svolte in didattica a distanza.

Ancona, 12 gennaio 2021

Quando e perché è nato il comitato di Priorità alla Scuola delle Marche? Da chi è composto?

Il Comitato Marche del movimento Priorità alla Scuola (PaS) è nato il 27 maggio 2020 dalla volontà, ma anche dalla disperazione, di tre madri lavoratrici anconetane Silvia Mariotti, Livia Accorroni e Valentina Rubini che – lo raccontiamo sempre – non si conoscevano nemmeno tanto bene e disponevano soltanto di una chat Whatsapp. Inizialmente denominato Comitato di Ancona, il gruppo è nato in risposta alla lettera-petizione indirizzata alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, pubblicata su AVAAZ il 18 aprile 2020 da un gruppo di madri, docenti, professioniste che chiedevano a gran voce che fine avessero fatto le scuole nel piano nazionale previsto dalla Fase 2 e pretendevano che l’istruzione tornasse al centro dell’agenda politica. Quelle scuole che infatti erano state la prima attività a dover essere interrotta, alla fine di febbraio non venivano nemmeno citate dai proclami della Fase 2 e 3, quando – per ricordarlo a tutti – si poteva ricominciare ad andare dall’estetista, in palestra, nei bar e ristoranti, e successivamente anche in discoteca, ma non si poteva in alcun modo rientrare negli edifici scolastici.

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Le Marche intensive. Tutta (ma proprio tutta) la storia del Covid Hospital di Civitanova Marche

Di Mario Di Vito

A un certo punto sembravamo spacciati. Il numero di contagiati saliva ogni giorno insieme al numero delle vittime, decine di milioni di italiani si erano chiusi in casa a tempo indeterminato, il presidente del consiglio Giuseppe Conte appariva in televisione ogni due o tre giorni per emanare nuove regole. Le terapie intensive sembravano sul punto di scoppiare, in televisione virologi e opinionisti più eventuali che vari continuavano ad accapigliarsi su questioni difficilmente comprensibili ai più, su Facebook i post degli infermieri e delle infermiere con il volto sempre segnato dalla fatica si moltiplicavano, così come le foto inquietantissime dei cadaveri portati via dai mezzi militari nella notte. Quattro o cinque generazioni, in vita loro, non avevano mai visto il baratro così tanto da vicino.

Marzo 2020, l’Italia è un paese in ginocchio. Terrorizzato dal Covid-19, acronimo inglese di Coronavirus Disease 19, ovvero infezione da Sars-CoV-2, una malattia respiratoria difficile da identificare. Non solo l’Italia, che comunque è stata tra i primi paesi a chiudere tutto, l’intero pianeta Terra è sconvolto e reagisce nelle maniere più disparate: chi ignora il problema, chi utilizza l’esercito, chi si colloca a metà tra queste due cose.

Qui e seguenti: “Pandemia” – Opera di Blu, Campobasso 2019

Il contesto

Nelle Marche, all’estrema periferia dell’impero, già alla fine di febbraio il governatore Luca Ceriscioli si era lanciato in una personalissima guerra al governo centrale per imporre la chiusura delle scuole della sua regione per cercare di contenere i contagi. Una vicenda in qualche modo paradigmatica del caos italiano di quei giorni: lunedì 24 febbraio Ceriscioli convoca i giornalisti per annunciare la serrata degli edifici scolastici. Nel bel mezzo della conferenza stampa, però, il presidente marchigiano riceve una telefonata dal presidente Conte, che lo obbliga a desistere dal suo proposito. Smentita in diretta, dunque, e gran brutta figura per Ceriscioli. Martedì 25 febbraio, al mattino, il governo incontra in videoconferenza i rappresentanti di tutte le regioni italiane e, senza obiezioni, si trova un accordo sul fatto che qualsiasi decisione dovrà essere presa tutti insieme. Le fughe in avanti della Lombardia e del Veneto, che nella settimana precedente avevano cominciato a produrre ordinanze, sembravano arginate. Ma il pomeriggio dello stesso giorno, a sorpresa, Ceriscioli con un atto d’imperio chiude le scuole, questa volta per davvero. Il governo si innervosisce e decide di impugnare davanti al Tar il provvedimento della Regione Marche.

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Il marchingegno si è rotto. RetroMarch(e): cambiare direzione

Intervista di Sergio Sinigaglia a Carlo Carboni e Michele Serafini

A metà marzo ad Ancona, presso la Facoltà di Economia, si doveva tenere un incontro pubblico promosso dalla nostra rivista insieme al mensile Gli Asini e al Circolo Laboratorio Sociale. Alla vigilia di una tornata elettorale in cui si prefigurava un successo della destra, l’intento era quello di ragionare sulle trasformazioni avvenute nelle Marche, sui mutamenti sociali, economici, culturali e antropologici, specchio del contesto più generale. Tra i relatori era previsto Carlo Carboni, docente di sociologia presso la stessa facoltà, autore di numerosi saggi tra cui “Il marchingegno”, edito nel 2005 da Affinità elettive, che analizzava il defunto modello marchigiano incentrato sul “piccolo è bello” e cercava di ragionare sulle possibili alternative.

L’incontro di Ancona è saltato a causa delle restrizioni imposte dall’epidemia di Covid-19; abbiamo però ritenuto opportuno intervistare Carboni sulle tematiche di cui avremmo dovuto discutere a marzo. L’intervista contiene alcuni riferimenti alla “classe dirigente” che ovviamente non ci appartengono visto che le nostre idee guida sono, piuttosto, i concetti di autonomia sociale, autogestione, autogoverno. In ogni caso ci sembra un contributo importante e qualificato per riflettere sui cambiamenti in atto, con l’auspicio che nella prossima primavera si possano ricreare le condizioni per riproporre l’iniziativa annullata.

Per ampliare il quadro sulla situazione regionale abbiamo intervistato anche Michele Serafini che, ritornato nelle Marche dopo due anni da ricercatore in antropologia a Londra, ha contribuito alla formazione del gruppo di ricerca interdisciplinare “Emidio di Treviri” formato da antropologi, sociologi e urbanisti, seguendo fin dalle primissime fasi le vicende del terremoto e post-terremoto 2016. Michele ci ha parlato delle dinamiche dell’entroterra, in particolare delle conseguenze determinate dall’ultimo sisma in territori già gravemente alle prese con fenomeni sociali ed economici che ne hanno fortemente indebolito il tessuto civico.

Andrea Pazienza, “Vignette”

Intervista a Carlo Carboni

Nel 2005 hai scritto “Il marchingegno” dove riflettevi sul modello di sviluppo tradizionale della nostra regione e di come ormai mostrasse la corda, quindi sottolineando la necessità di un suo superamento e di un cambio di paradigma. A quindici anni di distanza sembra che siamo ancora al palo…

Non è cambiato nulla, anzi il contesto è peggiorato. Già due anni fa Ilvo Diamanti a un convegno all’Istao (Istituto Adriano Olivetti, ndr.) ad Ancona aveva osservato come le Marche fossero scivolate nella “media mediocritas” italiana. Devo dire che dopo la vicenda del terremoto di quattro anni fa, a cui dobbiamo aggiungere lo scossone della crisi del 2008, con tutte le conseguenze avute sia nell’apparato produttivo che nel sociale, molti di quelli che hanno fatto i cantori di questo modello di sviluppo diversi anni fa – mi riferisco al nostro ambito accademico – abbiano peccato di un eccesso di entusiasmo rispetto a una realtà che ha invece mostrato tutti i suoi limiti strutturali.

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