“Mezze Persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo”

La lotta contro le discriminazioni e per l’autonomia delle persone con disabilità nelle Marche e in Italia

Intervista di Vittorio a Elena e Maria Chiara Paolini (Rivista Malamente #12)

Le sorelle Elena e Maria Chiara Paolini sono formatrici e blogger (http://wittywheels.it), si occupano di giustizia sociale applicata alla disabilità e di disabilità in chiave femminista. Hanno da poco pubblicato il libro “Mezze Persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo” (Aut Aut, 2022), di cui vi consigliamo la lettura. Riproponiamo qui una loro intervista per Rivista Malamente di ottobre 2018.

Elena e Maria Chiara Paolini, Casa Madiba, Rimini, 2022

Incontro Elena e Chiara in un caldo pomeriggio estivo, nel centro di Senigallia; c’è movimento, tanti turisti e ragazzi in vacanza che passeggiano. Guardano con stupore e un po’ di imbarazzo le due ragazze che sto intervistando. Mi chiedo, cosa che ammetto di non fare quasi mai, di che tipo siano gli sguardi che ci accompagnano se ci spostiamo su una brandina elettrica o su una sedia a rotelle. La nostra identità sociale si costruisce sugli sguardi degli altri? Per queste ragazze non può essere così, ed è proprio la loro autonomia dalle idee e dai modelli dominanti a colpirmi come una doccia fredda. Per sederci sotto l’ombrellone del bar è necessario spostare tavoli e sedie ma soprattutto mettere da parte preconcetti e pregiudizi sulla disabilità. Mi ricordo in quel momento che Senigallia ha avuto in passato un validissimo attivista politico che aveva lottato contro la discriminazione verso la disabilità e contro il fascismo allo stesso tempo: l’anarchico Ottorino Manni, e sento un soffio di vento che rinfresca improvvisamente i pensieri e la voce. Abbiamo passato un’ora a parlare di molte cose, alcune di queste sono riportate in questa intervista che ci insegna, tra l’altro, come lottare per la propria libertà e autonomia sia prima di tutto una scelta interiore che, se è sincera, ci mette su un piano di affinità con altri e altre che vanno nella stessa direzione da biografie e storie molto diverse.

Come volete presentarvi? Quanti anni avete?

Chiara: Io ho 27 anni e lei (Elena) 22. Tutto quello che sappiamo sulla disabilità, sui movimenti per i diritti civili, l’abbiamo imparato autonomamente, ma abbiamo studiato tre anni a Londra dove io ho fatto un corso di arabo intensivo di un anno e mezzo e poi ho fatto ripetizioni, mentre Elena ha ottenuto la laura triennale in relazioni internazionali.

Cosa è e come è nato il movimento “liberi di fare”? Qual è la situazione a livello nazionale e regionale delle persone con disabilità grave? E quali sono le relazioni con gli altri movimenti e gli altri gruppi che organizzano rivendicazioni dei disabili o per i disabili?

Chiara: Il tutto è nato dalla lettera aperta sul diritto all’assistenza personale per le persone disabili che abbiamo pubblicato su Facebook nell’ottobre del 2017. Di solito si parla di questo argomento con dati e cifre, senza parlare dell’impatto che può avere sulla vita delle persone. La lettera partiva dalla situazione concreta di non avere assistenza o non tutta quella che servirebbe.

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Moro per sempre

Di Mario Di Vito

Un’immagine condannata a descriverci. «Brigate Rosse» e la stella cerchiata sullo sfondo. Davanti c’è Aldo Moro che stringe in mano una copia di Repubblica. Titolo: «Moro assassinato?». Lui guarda dentro l’obiettivo e l’effetto è lo stesso di tanti ritratti: sembra che ci stia osservando, quasi che ci segua con il suo sguardo.

È la stessa impressione, sia pure con un’altra foto, che ha Cossiga in Esterno Notte di Marco Bellocchio, che torna sul tema dopo Buongiorno, notte.

Solo un’impressione, quella di Cossiga? È la stessa cosa delle macchie sulla pelle che gli stavano venendo: lui le vedeva, gli altri non ancora. Capita che ti prendano per matto o per visionario solo perché hai capito tutto prima degli altri, perché vivi le situazioni in maniera diversa, le avverti come uno spiffero che si insinua e non passa. Non passa mai.

L’omicidio Moro (qui interpretato da un impressionante Fabrizio Gifuni) è il nostro omicidio Kennedy, uno di quei momenti che dividono la storia in un «prima» e in un «dopo». Nel nostro caso siamo nel cuore della notte della Repubblica, là dove tutte le trame sono nere ma il sangue è sempre rosso. E scende come la pioggia dal cielo, a ricordarci cosa eravamo, cosa non siamo stati capaci di essere e cosa non saremo mai.

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Antichi Piceni e Romani: una storia popolare di guerre, insurrezioni e rivolte

Di Joyce Lussu

Con questo testo di Joyce Lussu (da Malamente #25) facciamo un salto nella storia antica dei nostri territori. Lo abbiamo ripreso, riducendolo e adattandolo, dalla sua “Storia del Fermano”, pubblicata nel 1970 (prima da Lerici, poi da Marsilio editore): un libro che Joyce Lussu aveva pensato per le scuole superiori e che era stato accolto quasi come una provocazione verso il modo comunemente accettato di “fare storia”. È un racconto che ci parla dei nostri antenati sovrapponendo alla freddezza delle fonti la passione della ricerca, con il cuore dalla parte giusta, quella ostile ai potenti di ogni epoca.

Il territorio dei Piceni (Pangea Comunicazione)

Chi erano i piceni?

Non si sa bene quando arrivarono (le ipotesi variano dal X al VI secolo avanti Cristo) né da dove. Sembra però, da quanto è lecito ricostruire dai reperti archeologici e dagli scarsi documenti, che i piceni venissero dalla Sabina, probabilmente dalla zona di Rieti, in cerca di terre fertili da coltivare. Era usanza normale che gruppi si staccassero dalle tribù originarie per cercare nuovi insediamenti, quando nei vecchi la terra era troppo sfruttata o troppo aumentato il numero delle persone. Queste emigrazioni avvenivano in primavera, per avere il tempo di seminare i cereali nella nuova sede e non erano spedizioni militari conquistatrici, ma pacifiche trasmigrazioni di contadini, che si muovevano in lunghi cortei con le donne, i bambini, le mandrie e le greggi, con i carri colmi di suppellettili e di attrezzi, con i simboli degli dei protettori e le insegne che indicavano l’identità della tribù. Giovani armati proteggevano il corteo da eventuali ostilità della natura e degli uomini; ma si preferivano le terre non contestate e la trattativa e l’accordo con le tribù incontrate lungo il cammino. Quello che appare certo, è che l’immigrazione dei piceni non avvenne estromettendo con la violenza le popolazioni che abitavano la zona in precedenza, ma mescolandosi ad esse e allargando l’area delle coltivazioni.

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Noi umani, futuri superflui

Origini e prospettive del transumanesimo

Interviste di Le Comptoire e Sciences Critiques a Pièces et Main-d’Œuvre

Qui e seguenti: Will Ferreira

In un futuro non troppo lontano ci aspetta un cambio radicale dell’idea stessa che abbiamo di “essere umano”, perché chi gestisce la scienza e le macchine – la tecnocrazia – potrà configurare l’umano a suo piacere, tramite manipolazioni genetiche e fusione di corpo e tecnologia. La selezione delle caratteristiche del nascituro, soppianterà la gravidanza affidata al caso: non è questione di chiedersi “se” succederà, ma “quando” succederà.

L’ibridazione dei corpi con dispositivi elettronici (impianti, protesi, organi artificiali, interfacce uomo-macchina) è già in atto. Enfatizzata come accorgimento medico per fronteggiare malattia e vecchiaia, celebrata dal tifo nazionale per le prodezze e vittorie paraolimpiche, non maschera il suo scopo di fondo che è la gestione totale della vita. Sebbene, per l’essere umano potenziato, ciò che prima era “vita” si trasforma in mero “funzionamento”.

La nostra epoca è segnata dall’escalation dello sviluppo tecnologico, il cui incedere non è lineare ma esponenziale, con riduzione sempre più spinta del tempo necessario affinché nuove tecnologie riconfigurino il mondo. E se qualcosa può essere fatto, possiamo stare certi che verrà fatto. Non ci sono remore morali o pregiudizi etici che tengano. Salvo poi, come apprendisti stregoni, non saper più controllare le forze evocate.

Siamo di fronte a uno scenario che sembra degno della peggiore fantascienza, ma in realtà avanza a grandi passi nei più spregiudicati laboratori della ricerca. Fino a quando, come accaduto per ogni tecnologia, arriverà il momento in cui il transumanesimo ce lo ritroveremo così familiare da non accorgercene più e da non poter più ricordare com’era, prima, la vita in società. Eppure gran parte degli umani, per fatalismo o indifferenza, sembrano non preoccuparsi dell’imminente disfatta della specie. Resistiamo e resisteremo, noi “scimpanzé del futuro“.

Il Manifesto degli scimpanzé del futuro è un libro di Pièces et Main-d’Œuvre: una critica appassionata e radicale del transumanesimo, cioè del tentativo di riprogettare artificialmente le basi della condizione umana, superando i limiti biologici del corpo per poterlo “potenziare” e “migliorare”. Gli scimpanzé del futuro, nel mondo che tali tecnologie si apprestano a forgiare, saranno quelle persone che avranno voluto conservare la propria imperfetta umanità.

Pubblichiamo qui una traduzione ridotta di due interviste a Pièces et Main-d’Œuvre: Non viviamo più in democrazia ma in tecnocrazia di Alizé Lacoste Jeanson (ALJ) per “Le Comptoire” e Il transumanesimo: una logica di guerra applicata all’evoluzione di Edouard V. Piely (EVP) per Sciences Critiques.

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Tesi sull’età atomica

Di Günther Anders

Philipp Igumnov, collage 2021

La guerra tornata in Europa ha riaperto, sul terreno ma anche nel nostro immaginario, scenari di distruzione con cui non avremmo più voluto fare i conti. Incautamente fiduciosi nella razionalità umana abbiamo a lungo ricacciato nell’impensabile il pericolo rappresentato dalla minaccia di una guerra nucleare. Ora, invece, torna a balenare insidioso un pensiero: che questa guerra possa essere l’ultima, che questa era – l’era della possibile autodistruzione completa del genere umano – vada a compiersi. Superare quella soglia che credevamo, non si sa a quale diritto, invalicabile, appare giorno dopo giorno un’opzione tra le altre.

In aprile la Commissione europea ha attivato le “riserve strategiche”, nell’ordine di circa 550 milioni di euro, per fronteggiare prossime minacce di radiazioni nucleari (oltre che chimiche, biologiche e radiologiche). Pensare realisticamente all’eventualità, se non di un conflitto nucleare, comunque di azioni intenzionali che possano produrre fughe radioattive, non è più un tabù, tanto che si preparano personale e attrezzature per la decontaminazione.

Anche ponendo che nessun governante voglia effettivamente arrivare alla situazione in cui non ci saranno vincitori, non si può escludere l’intervento inaspettato del fattore “caso” – una mossa azzardata, un errore, un cortocircuito nelle decisioni – che può dare il via al primo colpo innescando una spirale di automatismi in cui la volontà dei singoli manovratori viene scavalcata dagli eventi e dalla necessità tecnica.

L’esistenza stessa delle armi di distruzione di massa, e il fatto che la bomba atomica non è un’ipotesi di scuola ma sia già stata usata, dovrebbe portarci a pensare seriamente alla condizione umana a partire dalla possibilità della sua estinzione. Sta a noi lottare affinché l’apocalisse non abbia luogo e per far questo ci vuole anche “il coraggio di aver paura”: quella paura adeguata all’enormità del pericolo, che è segno di consapevolezza, è strumento di conoscenza della realtà e come tale ci spinge a non rinchiuderci in disperata attesa ma a “uscire sulle piazze”.

Pubblichiamo a questo proposito un testo attorno al quale la riflessione non è mai abbastanza: le Tesi sull’età atomica, scritte dal filosofo Günther Anders nel 1960 (ne diamo una versione ridotta, il testo completo si può trovare in appendice al suo Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Einaudi, 1961; Linea d’ombra, 1995).

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La vita è un gioco, a punti

Di Captain Swing

Tutto è misurabile al giorno d’oggi. Le «rigogliosità non qualificabili» della vita – per dirla con Vaneigem – vengono tranquillamente incasellate, pesate e ricondotte alla loro «forma economica», la sopravvivenza. Tutto molto razionale ed efficiente. E così, se la giornata si compone di piccole azioni quotidiane, perché non scorporarle e attribuire loro un valore? Che ci si sia alzati dal letto col piede giusto o con quello sbagliato poco importa, purché le regole del gioco della vita siano chiare: una sequenza di punti da guadagnare, di classifiche da scalare, di bonus da ottenere ci aspettano là fuori. Quanto più ci si comporta bene e si adotta uno stile di vita sostenibile, tanto più aumenteremo il nostro punteggio.

Stiamo parlando dei wom, voucher digitali che rappresentano l’unità di misura con la quale si soppesa il valore sociale generato dalle azioni quotidiane degli individui, permettendo di premiare i comportamenti virtuosi (in attesa che le regole del gioco vengano implementate per punire i comportamenti viziosi, dissoluti, immorali, criminosi). Per ogni minuto di azione positiva si guadagna un wom. Il presupposto di partenza è che ci siano azioni individuali che generano delle “esternalità positive”, che hanno cioè un valore sociale, quantificabile. Queste azioni, opportunamente registrate, fanno guadagnare punti che poi, raggiunte certe soglie, possono essere spesi sotto forma di voucher nell’economia reale.

Dietro questo gioco c’è l’azienda Digit srl, spin-off universitario già sviluppatore di una pletora di soluzioni tecnologiche che quando va bene sono inutili ma molto più spesso veicolano una visione del mondo in cui la tecnologia ha già vinto la partita, ha già imposto la forma attorno alla quale si deve modellare la materia organica e all’essere umano non resta che asservirsi alla sua logica e alle sue modalità di relazione.

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Vita selvatica e anticonsumista di un contadino poeta

Intervista di Luigi a Felice (Rosario Colaci)

da Rivista Malamente #26 (set. 2022)

Felice abita nelle campagne maceratesi. La sua vita all’insegna della sobrietà ci indica come sentirsi appagati rinunciando al superfluo, come ricercare l’autosussistenza e l’indipendenza all’interno di una rete di relazioni genuine e di scambio reciproco. Felice ci ha accolto in casa per lavorare alle bozze di una sua raccolta di poesie – “Quando non zappo, a volte scrivo” – che abbiamo da poco pubblicato nella collana Voci delle Edizioni Malamente. Il testo che segue è frutto di quella chiacchierata primaverile, sulla base di un’intervista uscita nel 2009 sulla rivista “Lato selvatico”.

Raccontaci un po’ di te, di come sei arrivato a stabilirti in questa casa nelle colline marchigiane, al confine tra la campagna e il bosco…

La mia storia potrebbe forse cominciare da quando avevo sedici anni (adesso ho passato i sessanta) e vivevo in un paese del Salento vicino a Lecce. Allora frequentavo l’istituto tecnico commerciale, una scuola che non avevo scelto e che era proprio incompatibile con le mie capacità e i miei talenti: odiavo la matematica e mi piaceva l’arte. In quel periodo ci fu un primo cambiamento radicale nella mia vita, dovuto a delle riflessioni profonde sul suo senso e sulla piccolezza di noi esseri umani. Questi pensieri m’imponevano una presa di posizione. Non potevo, allo stesso tempo, rendermi conto di quanto ero minuscolo e di quanto l’esistenza umana fosse impermanente e, insieme, prepararmi a una vita di competizione, ostentazione, finzione e superficialità.

No, per me non valeva la pena, volevo una vita che fosse degna di questo nome, piena, sensata, per cui anche morire avesse un senso. Intuivo che le prospettive che mi si offrivano inserendomi nell’attuale società non potevano darmi tutto questo e tutt’al più sarebbero state un diversivo per evitare di affrontare questi pensieri. Mi si offrivano quindi due prospettive: fare finta di niente, evitare di pensare a queste cose, oppure cambiare e cercare quella “vera vita” che doveva pur esistere da qualche parte. Ho scelto la ricerca, l’inseguire il sogno impossibile, valeva la pena almeno provare. E così tre giorni prima di compiere diciassette anni sono andato via di casa.

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Un normale disastro di provincia

Di Vittorio

Fin dalla notte di giovedì 15 settembre in molti avevamo percepito la gravità della situazione. Insieme ai compagni e alle compagne delle Brigate volontarie per l’emergenza (BVE) che vivono a Senigallia avevamo discusso molte volte dell’eventualità di una nuova alluvione e di cosa fare per rispondere ad essa, ma a causa della scarsa preparazione tecnica e della mancanza di una relazione con il sistema comunale di Protezione civile poco abbiamo potuto fare se non allertare amici e vicini e tirare fuori gli stivali di gomma.

Nella notte il fiume Misa è esondato a più riprese. Alla mattina lo scenario era peggiore di quello dell’alluvione del 2014. La città era allagata in più punti, dal centro alle periferie. I paesi a monte vicini al fiume erano pesantemente colpiti, Arcevia e Barbara avevano molti ponti inagibili e grandi frane. I morti davvero troppi.

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Justice!

Marche Pride, Pesaro, giugno 2022

L’ultima volta che quella piazza ha visto delle grida così arrabbiate era un’altra epoca, prima della pandemia, prima della nuova guerra, prima che l’incubo dei fascisti al governo diventasse una triste possibilità. Era il 2019 e la piazza di Civitanova Marche si era accesa contro Pillon e il suo ridicolo papillon con una frizzante manifestazione senza chiedere permessi.

Poi cosa è successo? Perché ci siamo svegliati una mattina d’estate con l’inquietante uccisione di Alika Ogorchukwu sul marciapiede della provincia marchigiana? Il commissario regionale della Lega, Marchetti, il giorno dopo l’omicidio si distingue per una dichiarazione da fanta-fascismo: «la Lega vuole lavorare con serietà e concretezza per garantire sicurezza agli italiani […] non permetteremo che gli italiani continuino a vivere nella paura». Forse, nel loro mondo dei sogni, per gli squilibrati come Filippo Ferlazzo, squadrista per caso più che per vocazione, ci sarebbe un bel posto di lavoro come guardia di frontiera.

In tanti si sono accapigliati sul decidere se questo delitto, subito diventato virale sul web, fosse o meno un delitto razzista e se dovesse o meno essere inserito nella serie di cronaca nera aperta dal bullo di CasaPound Mancini a Fermo e continuata dal fallito leghista Traini a Macerata. La manifestazione del 6 agosto ha visto succedersi sulla stessa piazza due anime distinte e distanti. Un primo corteo partito in tutta fretta alle due del pomeriggio di un sabato estivo si è risolto come da copione nell’abbraccio tra sindaco di destra e locale comunità nigeriana, all’insegna della fratellanza universale. Fortunatamente, un paio di ore dopo, un secondo corteo organizzato dal Coordinamento antirazzista italiano ha provato a dare un senso alla giornata portando in strada rabbia e determinazione.

Eppure, cosa rimane nella memoria collettiva? Alcuni fotogrammi: il brutale omicidio di un nero povero da parte di un bianco, la storia di una persona che disturbava, che non valeva molto e che quindi è stata uccisa sotto gli occhi di tutti. Non è necessario che il movente razzista sia dichiarato: le pratiche istituzionali e informali di inferiorizzazione che colpiscono gli uomini e le donne nere, tutti i giorni, le trasformano in bersagli privilegiati della frustrazione e del risentimento che si scaricano sempre verso il basso. Pare che Ferlazzo, il giorno prima di uccidere Alika, abbia avuto un diverbio con il datore di lavoro: perché non è saltato al suo collo? Il razzismo, fomentato per anni da Salvini, Meloni e dai loro cosplayer locali, indica, anche a persone disturbate come Ferlazzo, dove si può colpire. Le linee sono già tracciate, lo spettacolo fa il resto. Già in passato avevamo visto come la consapevolezza degli effetti del razzismo fosse chiara e diffusa tra le giovani generazioni che avevano raccolto anche nelle Marche l’onda lunga di Black Lives Matter. Cosa manca per ribellarsi?

Sono alcuni anni che raccontiamo l’involuzione della nostra regione ma non perdiamo la speranza e l’attenzione verso i segnali di resistenza e di cambiamento, anche se oggi non si può proprio parlare di movimenti sociali né di forte antagonismo, purtroppo.

Il Pride regionale di Pesaro 2022 ha visto tuttavia una crescita nella qualità e nella quantità della partecipazione, mentre a Monte Urano si è svolto a fine luglio il primo festival transfemminista “FemFest”, facendo arrabbiare gli appassionati della trimurti “dio, patria e famiglia”. I temi della differenza e dell’identità di genere sono diventati persino mainstream, nei negozi alla moda delle piccole città marchigiane l’identità queer e il femminismo vendono bene come brand per adolescenti. Se da una par-te la società dello spettacolo digerisce tutto dall’altra, però, qualche elemento positivo di rottura e di innovazione generazionale arriva anche qua e non solo l’estetica ma anche la soggettività inizia forse a cambiare.

Ma non basta. Gli effetti del cambiamento climatico ci stanno prendendo a schiaffi da mesi, siccità, ondate di calore, sono stati il basso continuo di questa estate. Servono risposte urgenti, ovunque, ma intanto l’impianto più inquinante e negativo per il clima della nostra regione, la raffineria Api di Falconara, continua a bullizzare gli attivisti che dicono la verità, come nel caso di Roberto Cenci, onesto e ostinato ambientalista locale, a cui va la nostra solidarietà, portato in tribunale dall’azienda della famiglia Peretti per un paio di servizi usciti in tv. Peccato che poi in tribunale ci sia posto anche per Api: a luglio 2022 sono arrivati gli avvisi di garanzia per disastro ambientale e altre nocività che accompagnano il capitalismo fossile per diciassette indagati dell’azienda e per un ex-controllore dell’Arpam, l’agenzia regionale per l’ambiente.

Il processo è all’inizio ma secondo noi a Falconara non è solo l’aria a puzzare di marcio. Contrastare l’eco-mostro è diventato un obiettivo fondamentale, non più rimandabile e non certo delegabile ai tribunali, come dimostra la triste storia dell’Ilva di Taranto.Infine la guerra in Ucraina, dopo i primi mesi i riflettori si sono abbassati ma le conseguenze sociali, eco-nomiche e politiche del conflitto scavano in profondità. Anche sul nostro territorio sono state accolte tante persone con generosità ma la popolazione rimane divisa sulle cause e sulle ragioni del conflitto in corso e forse la generosità diminuirà quando aumenteranno le bollette del gas. Le Brigate Volontarie per l’Emergenza hanno mandato un loro delegato a Kiev per provare a capirci qualcosa di più e per esplorare la possibilità di sostenere la piccola ma tenace scena anticapitalista e antifascista ucraina. Vi raccontiamo anche questa storia internazionalista e vi lasciamo a questo nuovo numero della Rivista, ricco come sempre di racconti, reportage e interviste, dalle Marche, dall’Italia e dal mondo.

Dalla Russia. L’Organizzazione di combattimento anarco-comunista

Intervista a un gruppo anarchico clandestino

Originale su: it.crimethinc.com

Traduzione di Nerofumo

Quando l’esercito russo ha invaso l’Ucraina alla fine di febbraio 2022, anarchici e altri manifestanti contro la guerra hanno sfidato le misure anti-protesta draconiane per scendere in piazza ed esprimere la propria opposizione. Nei mesi trascorsi da quando quelle proteste sono state represse, la resistenza all’invasione ha assunto nuove forme. Gli attacchi clandestini in tutta la Russia hanno preso di mira ferrovie, centri di reclutamento militare, veicoli appartenenti a fanatici pro-guerra e messaggi di propaganda dello Stato russo a favore della guerra.

Uno dei gruppi che promuovono questi attacchi è noto come Anarcho-Communist Combat Organization. Nella seguente intervista, parlano di come vedono i loro predecessori nella storia regionale dei movimenti anarchici, di come la situazione politica in Russia sia peggiorata a tal punto che è stato possibile reprimere i movimenti sociali e invadere l’Ucraina, e che tipo di organizzazione è possibile nelle condizioni attuali. Abbiamo anche chiesto loro di entrare nel dettaglio di alcuni dei protocolli operativi utilizzati, nel caso ciò fosse mai utile anche altrove, per gruppi anarchici costretti ad adottare strategie simili mentre la repressione statale si intensifica in tutto il mondo.

A quanto ci risulta, l’Anarcho-Communist Combat Organization gestisce varie pagine sui social media, mantiene un fondo per sostenere i gruppi che svolgono azioni dirette clandestine e aiuta a diffondere resoconti di queste azioni e informazioni sui prigionieri catturati. Raccontateci come vedete il lavoro di comunicazione social, poiché questo è il modo principale in cui molte persone vengono a conoscenza delle vostre azioni.

Da parte di alcuni compagni, abbiamo riscontrato critiche riguardo all’attività sui social media in quanto tale: si tratta di un flusso infinito di brevi messaggi, che non lascia alcun impatto nella mente dei lettori.

Consideriamo i social media una parte importante del nostro lavoro di comunicazione, inteso come sforzo per diffondere le nostre idee. La piattaforma che preferiamo è Telegram, poiché è meno censurata e offre un ambiente un po’ più culturale e politicizzato.

Allo stesso tempo, comprendiamo che i proprietari di qualsiasi piattaforma di social media, per non parlare dei fornitori di servizi, possono collaborare con l’apparato repressivo di qualsiasi Stato. Pertanto, è un principio importante per noi garantire l’anonimato nel nostro lavoro sui media. Utilizziamo un sistema operativo basato su Linux, che prevede la connessione a Internet esclusivamente tramite TOR. Questo vale anche per Telegram: lo usiamo solo in questo modo. Per registrare gli account necessari per la nostra attività utilizziamo numeri ed email anonimi e virtuali su riseup.net, che è il progetto nel campo della tecnologia internet di cui ci fidiamo di più. Consideriamo inoltre importante cancellare i metadati dei file multimediali: immagini, video e testi. Alcuni sistemi operativi basati su Linux ti consentono di farlo in due clic; con altri, è necessario installare programmi particolari. In ogni caso, è sempre essenziale farlo.

Sabotaggio sulla ferrovia che porta al 51° arsenale della Direzione missilistica e artiglieria del Ministero della Difesa della Federazione Russa, vicino a Kiržač

Uno dei vostri impegni è segnalare azioni dirette e simili in Russia. Come verificate i rapporti e le notizie che arrivano prima di condividerli?

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