Diario di viaggio dall’Ucraina, luglio 2022

di Vittorio

Il Diario di viaggio dall’Ucraina, nella sua versione integrale, uscirà su Rivista Malamente #26 (settembre 2022): qui una breve ma significativa anticipazione.

Piazza principale di Bucha. Qui e seguenti: foto di Vittorio e BVE.

Durante la fine di febbraio 2022 molti avevano visto arrivare la tempesta, le centinaia di migliaia di soldati russi ammassati ai confini dell’Ucraina non potevano essere lì per un’esercitazione come recitavano le goffe veline dalla propaganda di Mosca. Purtroppo la comprensione del conflitto che andava avanti dal 2014 nel Donbass, e ancora prima quella delle tumultuose giornate di piazza Maidan a Kiev, era in Europa occidentale ristretta a un piccolo gruppo di cultori della geopolitica o di antifascisti convinti che avevano da tempo monitorato i preoccupanti sviluppi del neofascismo in quella zona del mondo. O, forse, lo strisciante senso di superiorità rispetto a una nazione ritenuta povera, patria di badanti e terra di nostalgie post-sovietiche ha impedito a molti di conoscerla e di capirla in tempo utile.

L’invasione del 24 febbraio 2022 ha portato la guerra in casa di tutti e tutte.

La rabbia e il sentimento di impotenza, ancora una volta, erano troppo forti per restare a guardare e così tra alcuni compagni e compagne della rete delle Brigate Volontarie per l’Emergenza ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa. Intervenire in un conflitto è rischioso e complesso soprattutto dal punto di vista delle relazioni con gli attori sul territorio: con chi si può parlare? Di chi ci possiamo fidare? Come non essere immediatamente arruolati da una delle parti in conflitto?

A marzo e aprile abbiamo fatto tre viaggi dall’Italia, piccoli ma significativi, con beni di prima necessità raccolti grazie alla solidarietà popolare e siamo riusciti a portare in Italia una decina di rifugiati che avevano chiesto un passaggio sicuro

A luglio siamo tornati e ci siamo messi in ascolto delle voci e delle azioni, che parlano da sole, di numerosi compagni e compagne che sebbene siano una minoranza mantengono con coraggio posizioni visibili e attive in una società sempre più militarizzata. Operation Solidarity, Solidarity Collectives, Helping War Victims, Social Movement, Commons Ukraine, iniziative femministe, subculture LGBTQ o punk hardcore, sono solo alcune delle voci che abbiamo conosciuto e che raccontano un’opposizione sociale viva e creativa, anche se minoritaria in una società sconvolta dal neoliberismo e poi dalla guerra e dal nazionalismo.

Qui di seguito l’intervista a Sergey Movchan di Solidarity Collectives, attivista nel monitoraggio dell’estrema destra in Ucraina e Russia – Kiev, 9 luglio 2022.

Ragazze fanno la spesa a Irpin

VITTORIO      Cosa pensi della situazione dell’estrema destra in Ucraina? La percezione che abbiamo in Europa è che l’estrema destra stia alla testa della resistenza alla Russia. Qualche volta l’estrema destra è ben visibile, come nel caso della resistenza di Mariupol, e per questo motivo per i compagni in Europa è molto difficile dare un sostegno all’Ucraina contro l’invasione perché le cose sono complicate dalla pregiudiziale antifascista. Puoi dirci la tua opinione sul ruolo politico e sociale dei gruppi fascisti, prima e durante questa guerra?

SERGEY         Prima di tutto dobbiamo scavare un poco nella storia. Prima del 2014, prima della rivolta di piazza Maidan, l’estrema destra non era molto forte, era soltanto una delle tante forze nelle strade. Sebbene avessero alcuni membri in parlamento, cosa che non hanno ora, erano comunque marginali nella società. Dopo Maidan la situazione è cambiata. Quello è stato davvero un palcoscenico per loro e sebbene non fossero la maggioranza dentro Maidan erano però ben organizzati e preparati per la violenza ed è questo il motivo per cui le organizzazioni di estrema destra sono diventate molto popolari. Quando la guerra in Donbass è iniziata, e dopo l’occupazione della Crimea, i fascisti hanno formato i battaglioni volontari: Aidar, Donbass, Azov etc. e sono diventati i veri eroi della guerra, ricevendo molte attestazioni di popolarità perché erano stati anche i leader di Maidan.

L’esercito era debole e i battaglioni di volontari sono diventati presto gli eroi di quella guerra. I nazionalisti per anni hanno ripetuto che la Russia era il nemico e quando questa ha di fatto annesso la Crimea e poi il Donbass il loro discorso ha ricevuto una legittimazione. Il problema non riguarda solo questi partiti di estrema destra, ma il fatto che l’ideologia mainstream sia diventata una versione soft del nazionalismo. Questa è stata una vittoria della destra perché sono stati capaci di influenzare l’agenda pubblica verso il nazionalismo e hanno silenziato le voci che erano contro di esso. Queste contraddizioni naturalmente ancora esistono, così come esistono differenze tra l’Ovest e l’Est dell’Ucraina. Questa dunque è stata la loro vittoria ma allo stesso tempo anche una sconfitta.

Nei pressi dell’aeroporto internazionale Antonov di Kiev-Hostomel

VITTORIO      Come si relazionano gli antifascisti con le forze militanti della destra come Azov e Pravy Sector e con i valori del nazionalismo e patriottismo che si stanno diffondendo nella società?

SERGEY         Possiamo vedere un consenso verso questi valori nei media, ma non nel paese. Il battaglione Azov è diventato un eroe della guerra 2014-2015 in Donbass, ma in seguito è stato spostato dal fronte e prima di questa guerra c’erano rimaste solo due unità politicizzate nell’esercito ucraino. Una è Pravy Sector che come progetto politico è totalmente fallito ed è uno spazio vuoto. Di fatto non possono diventare un partito politico rispettabile e non possono nemmeno avere l’egemonia nelle strade perché Azov ha preso il loro posto. Così visto che hanno perso tutto si sono anche divisi, benché esistano ancora e abbiano un battaglione di volontari nell’esercito ucraino. Quando il battaglione Azov ha creato un partito politico, i suoi capi hanno lasciato l’esercito e hanno iniziato una carriera politica fondando il movimento Azov e il Corpo Nazionale. Il battaglione Azov negli anni è diventato sempre meno politicizzato e ha smesso di esprimere delle rivendicazioni politiche. Sebbene sia diventato un simbolo dell’estrema destra, ha arruolato molte persone ordinarie, cioè persone con idee nazionaliste e patriottiche ma non naziste. Questa è la mia analisi e su di essa c’è un certo consenso tra i ricercatori che si occupano di estrema destra in Ucraina, puoi trovare delle analisi simili anche nel libro di Michael Colborne su Azov[1].

VITTORIO      Come interagite con loro?

SERGEY         Non abbiamo punti di contatto con loro. Loro non agiscono nelle strade, hanno le loro basi e posti dove svolgono attività militare. Noi abbiamo conflitti con il Corpo Nazionale e con il movimento Azov, entrambi hanno collegamenti tra loro ma anche autonomia di azione. La più grande minaccia per il movimento LGBT e per le persone di sinistra sono queste organizzazioni. I membri del Corpo Nazionale attaccano gli avversari politici del momento, che oggi sono gli attivisti pro-russi. Oggi non sono così interessati alla violenza politica e al conflitto ideologico con noi semplicemente perché non vedono la sinistra come un avversario, siamo fin troppo piccoli per loro. Il problema è che loro hanno delle sedi in ogni regione dell’Ucraina e coinvolgono i giovani: se vai a una manifestazione del Corpo Nazionale troverai tanti giovani, persino dei bambini. Questo è appunto un problema. In alcune provincie i loro spazi sono gli unici posti dove puoi fare qualche attività sociale. Sono attraenti, organizzano allenamenti, corsi sportivi, tornei, club di lettura, ti portano a Kiev a fare gli scontri con la polizia e tutto questo è molto fico quando sei giovane.

Prima della guerra, quando c’era solo la minaccia del conflitto, molte persone non pensavano che la Russia ci avrebbe veramente attaccato, mentre Azov ha iniziato a costruire delle infrastrutture e ad addestrare i civili, organizzandosi, così ci siamo trovati con il battaglione Azov a Mariupol e il Corpo Nazionale nella Difesa Territoriale. Hanno organizzato le loro unità come ogni altra organizzazione politica ha provato a organizzare le proprie: noi abbiamo costituito il battaglione Anti-autoritario. Questo è uno dei motivi per cui ti ho detto che la guerra del 2014 è stata molto più vantaggiosa per la destra rispetto a questa. Oggi sono solo una forza tra tante altre e devono competere con molti altri su questo terreno, perché tutti hanno i propri combattenti: la sinistra, il movimento LGBT, le femministe, gli anarchici, i liberali, tutti. Azov è sicuramente più grande in termini di numeri ed equipaggiamento ma non è la stessa organizzazione di prima.

Nella Difesa Territoriale penso che invece Azov abbia molte persone. A Kharkiv dove sono sempre stati molto forti hanno due unità della Difesa Territoriale, un battaglione è formato da cento persone. Certo noi non abbiamo un battaglione femminista, ma abbiamo persone del movimento LGBT in qualche battaglione, magari sono dieci persone però sono presenti. Perché la destra è così visibile? Perché sanno promuovere la propria immagine.

Giochi di guerra a Irpin

VITTORIO      La resistenza di Mariupol è stata molto importante nello spazio mediatico, quale è stato il ruolo di Azov nello sforzo militare?

SERGEY         C’erano tante persone in più a Mariupol, prima di tutto i marines ucraini che erano la forza militare principale. Azov sicuramente era importante e molte persone lo sostenevano. Ho visto persone del movimento femminista o LGBT esporre la runa del wolfsangel nel proprio avatar su internet per mostrare sostegno alla resistenza di Mariupol, non perché sostengano l’ideologia che c’è dietro ma perché sostenevano chi si stava difendendo.

La situazione con l’eredità di Bandera[2] è la stessa che riguarda i simboli del nazionalismo. Bandera è diventato un simbolo della lotta anticoloniale Ucraina contro la Russia e un sacco di persone con idee progressiste dicono che se la Russia insiste a dire che siamo tutti “banderisti” beh allora… “siamo tutti banderisti!”. Per questo Bandera è diventato un’icona della lotta ucraina, ma questo non significa che le persone che lo prendono per un eroe conoscano o sostengano le sue idee. Questo tuttavia è un vero problema, non puoi ad esempio prendere Mussolini come simbolo e buttare via le sue idee, comunque ti porterai dietro qualcosa. Così pensare che Bandera sia un eroe è un errore. Adesso però è così e addirittura alcuni compagni usano la sua bandiera rossa e nera con le bande orizzontali. Attualmente non c’è una vita politica pubblica in Ucraina, nessuno ti chiede chi sei; se difendi lo Stato dall’invasione russa vai bene a tutti. Naturalmente la vita politica ricomincerà e già vedo i primi tentativi di fare politica, ma tutt’ora la principale differenza è se sei pro-Russia o pro-Ucraina e nessuno prende in considerazione la tua ideologia.

VITTORIO      Dopo aver ascoltato la tua spiegazione da un punto di vista antifascista vediamo una competizione militare che sta andando avanti sotto la guerra; c’è una guerra contro la Russia ma c’è anche un conflitto interno, quale dovrebbe essere la posizione degli antifascisti in Europa?

SERGEY         Avremo una vita politica in futuro, ma la maggior parte degli antifascisti pensa che se l’Ucraina vincerà la guerra l’estrema destra avrà ancora più potere. Dal mio punto di vista la situazione è davvero diversa. Se l’Ucraina vincerà la guerra, o comunque farà un buon negoziato, questa sarà la vittoria di Zelensky: lui non è un nazista, vuole vendere i suoi spettacoli anche in Russia (ride), vede l’Ucraina come un paese multiculturale, adesso si atteggia a patriota ma nella sua vita privata parla russo come la sua famiglia e tutti i suoi amici. In caso di vittoria avrà l’amore del popolo e diventerà di nuovo popolare per un po’. Aveva perso tutta la sua popolarità e solo grazie alla guerra l’ha recuperata. Diventerebbe un eroe. Ma se Zelensky e l’Ucraina perderanno la guerra o accetteranno un cattivo negoziato avremo la nascita di un revanscismo, di un movimento contro la capitolazione e ovviamente questo movimento verrà guidato dai fascisti. Ci sarà anche Poroschenko ma in prima linea ci saranno il Corpo Nazionale, Pravy Sektor, il partito Svoboda e l’estrema destra diventerà ancora più forte.

Graffiti nazisti su un posto di blocco a Kiev

VITTORIO      Come possono aiutare l’Ucraina gli antifascisti?

SERGEY         Secondo me, e io non sono affatto un patriota, la vittoria dell’Ucraina è una questione di vita o di morte. Vivere sotto l’occupazione russa è una follia, è il terrore. Parlo con i miei compagni che sono nei territori occupati, ho informazioni da compagni che sono nella regione di Kherson e di Zaporija: la vita sotto occupazione non significa pace, bensì morte, violenza, torture, disastro economico e naturalmente terrore politico. L’Ucraina è un paese molto più libero in confronto alla Russia, per quanto riguarda il diritto a manifestare, le leggi sul genere etc., e per noi questa è una questione esistenziale. Sotto il potere russo verremmo tutti repressi.

Se parliamo in generale, se parliamo di tattica, quello che stiamo facendo adesso è molto importante per la futura esistenza di un movimento di sinistra perché, come ho già detto, nel 2014 l’estrema destra è riuscita a presentarsi come l’unica capace di difendere l’Ucraina e ci dicevano «dove eravate quando stavamo lottando per voi?». Adesso non possono dirlo e ogni giorno che stiamo a combattere in prima linea o facciamo dei convogli umanitari e portiamo qualche aiuto – non soltanto ai nostri compagni ma anche alle unità della difesa territoriale, alle persone che hanno perso le loro case – stiamo dando il nostro contributo alla nostra esistenza. Senza questo sforzo non c’è nessun futuro per gli antifascisti in Ucraina.

Comunque non vedo un futuro luminoso per noi. Le idee di sinistra non sono molto popolari da queste parti, ma se non facessimo queste scelte non potremmo proprio esistere. Quindi vedo che il nostro lavoro di volontari e comunicatori è a volte più importante di quello dei combattenti; in questo modo riusciamo a diffondere le nostre idee e a essere visibili non solo tra la nostra gente di sinistra ma anche nella società più in generale. Molti hanno iniziato a conoscerci. Domani andremo a incontrare alcuni sindacalisti a Kryvyj Rih. Si tratta dei classici operai di fabbrica, maschi e rudi, che sono diventati nostri contatti solo grazie alle azioni di solidarietà. Naturalmente senza l’aiuto dei compagni europei tutto questo e persino l’esistenza di una Ucraina anti-autoritaria non sarebbero possibili. Potrei dire che grazie a voi abbiamo un futuro.

VITTORIO      Avete dei contatti con dei compagni in Russia in questo momento?

SERGEY         Sì abbiamo dei contatti, conosco però alcuni compagni che odiano i russi e non vogliono avere nessun contatto. Alcuni pensano di essere di sinistra ma nella realtà sono degli etno-nazionalisti. Io continuo a parlare con i compagni in Russia anche se alcuni sono emigrati. Ho buoni contatti con gli organizzatori del canale Telegram antifa.ru[3], con loro stiamo continuando a lavorare sul monitoraggio del movimento di estrema destra, perché molti fascisti russi che erano contro Putin sono venuti in Ucraina e si sono uniti ad Azov o ai Corpi Nazionali. C’è stata una rottura nell’estrema destra russa: i monarchici, i conservatori e i tradizionalisti sostengono le repubbliche separatiste, mentre i nazisti, per la maggior parte, sostengono l’Ucraina perché avevano dei collegamenti tramite le subculture musicali e calcistiche. Anche i russi hanno dei nazisti che combattono al loro fianco, ad esempio è molto attivo in Donbass il gruppo Rusich, fatto di fanatici assassini, avranno una consistenza di almeno trenta persone.[4]

Bucha, protesta dei residenti per la ricostruzione

VITTORIO      Cosa pensi dell’indipendentismo nel Donbass in termini di antifascismo? Ci sono veramente delle repubbliche socialiste laggiù?

SERGEY         Ovviamente non è vero, non hanno niente a che fare con il socialismo. Le repubbliche del Donbass sono dei governi fantoccio controllati totalmente dalla Russia. Fino al 2015 c’erano alcuni signori della guerra con delle idee, la Russia li ha uccisi e adesso ha il controllo totale. Il principale signore della guerra, Mozgovoy, e il battaglione Prizrak non sono affatto di sinistra; se pensi che il partito comunista in Ucraina o in Russia siano di sinistra ti sbagli. Sono dei conservatori con la nostalgia del socialismo e questo è l’unico ingrediente che li unisce alla sinistra.[5] La situazione economica da quelle parti è molto negativa. In questi otto anni abbiamo avuto il problema che l’Ucraina non ha dato informazioni sulle perdite nel conflitto, questo è un tabù e per gli indipendentisti il numero di vittime è l’elemento principale della loro mitologia, ma nel 2021 sai quante vittime ci sono state in Donbass? Quindici persone… il conflitto è iniziato con 5.000 morti nel 2014 ma poi c’è stato un decremento sostanziale.

All’inizio il movimento ha iniziato a chiedere la federalizzazione, in Ucraina molte persone pensano che conquistare il Donbass fosse il piano dei russi fin dal principio. Io non sono d’accordo. Il conflitto è stato iniziato dalle élite locali che avevano perso il potere e hanno cercato di sostenersi appoggiando le idee separatiste a favore della Russia. Abbiamo avuto più di un milione di sfollati che hanno lasciato il Donbass, persone pro-Ucraina, dunque non è stato come nel caso della Crimea dove effettivamente la maggior parte degli abitanti sostiene la Russia. Quando le forze speciali russe hanno catturato Sloviansk nel 2014 abbiamo assistito a una escalation nella guerra. La Russia ha agito sotto la pressione della situazione e ha iniziato a sostenere le richieste di indipendenza ma inizialmente, secondo me, mirava a creare e mantenere un’area di instabilità in Ucraina.

Centro commerciale

[1] Michael Colborne, From the fires of war: Ukraines Azov Movement and the global far right, Columbia University Press, 2022; il libro rappresenta a oggi lo studio più approfondito sulla destra neofascista in Ucraina.

[2] Stepan Bandera (1909-1959) è stato un politico ucraino di estrema destra fondatore dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini e dell’Esercito Insurrezionale Ucraino. Entrambe le organizzazioni erano basate su valori etno-nazionalisti e sostennero i nazisti tedeschi durante l’occupazione dell’Ucraina, in chiave anti-sovietica e anti-russa, collaborando anche al genocidio degli ebrei della regione.

[3] Link per il canale Telegram: t.me/antifaru.

[4] Per approfondire si può leggere l’articolo di Saverio Ferrari, Inchiesta “88”: Donbass, mercenari neonazisti e “rosso-bruni”, (2018), su http://www.osservatoriosulfascismoaroma.org.

[5] Per approfondire gli aspetti reazionari delle organizzazioni politico-militari del Donbass russo si rimanda a questo articolo, molto ben documentato: Saverio Ferrari, Miti e realtà: sui fascisti in Ucraina, nel Donbass, in Russia, e sulla strage di Odessa, su https://mps-ti.ch.

Brigate Rosse, una storia di famiglia

Recensione di: Mario Di Vito, Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse, Laterza, 2022

Di Luigi

copertina libro mario di vito colpirne uno

Dopo la saga del commissario Santacaterina – che speriamo non sia ancora conclusa –, il procuratore della Repubblica Mario Mandrelli è il protagonista del nuovo libro di Mario Di Vito. Due personaggi che combattono il crimine dallo stesso lato della barricata, lungo la riviera delle palme di San Benedetto del Tronto, ma assolutamente diversi l’uno dall’altro. Santacaterina è un delinquente prestato alla polizia, un’anima nera, tormentata, una canaglia di prima categoria. Mandrelli, al contrario, è il tipico uomo di Stato, ligio al dovere, tutto famiglia e tribunale. Il primo, seppur resti sempre uno sbirro, ha quel fascino noir che ci fa battere il cuore per lui; il secondo un po’ meno. D’altra parte le due storie non sarebbero neanche paragonabili: Santacaterina lo sbirro (edizioni Fila 37) è pura fiction, mentre Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse (Laterza) è una storia drammaticamente vera, un mix tra inchiesta giornalistica e saggio, avvincente come un romanzo ben riuscito.

Mario Di Vito – giornalista de “il manifesto” e anche collaboratore della redazione di Malamente – ricostruisce questa storia attraverso una pluralità di fonti: quelle classiche, come i giornali, le relazioni parlamentari e le testimonianze di chi c’era e ricorda qualcosa, chissà con quali deformazioni della memoria; ma anche fonti di altro tipo, inedite e uniche nel loro genere, che conferiscono al libro una spiccata originalità. I due Mario, Mandrelli e Di Vito, sono infatti nonno e nipote. Per questo la storia politica nazionale, riverberata nella provincia marchigiana, si intreccia in ultima istanza alle vicende familiari di un magistrato di sinistra con la fama di duro. Mario, il nipote, si è potuto avvalere della documentazione di lavoro del nonno – una «montagna di carte» ritrovate nella biblioteca di famiglia – unita alla storia orale ascoltata dalle voci dei parenti e al diario privato di nonna Loreta, che era solita annotare quotidianamente pensieri e fatti del giorno.

La storia ha per soggetto il sequestro e l’uccisione di Roberto Peci da parte delle Brigate Rosse. Alla metà degli anni Settanta, Roberto e il fratello Patrizio avevano partecipato alla fase embrionale di costituzione del movimento armato nelle Marche, ma mentre Patrizio era diventato un esponente di spicco dell’organizzazione terroristica, Roberto non aveva che preso parte a qualche azione di poco conto e aveva ben presto anticipato il “riflusso” di una generazione, mettendosi a fare lavoretti da antennista con una compagna e una figlia in arrivo.

Il 10 giugno 1981, a San Benedetto del Tronto, una squadra di quattro brigatisti sequestra in pieno giorno Roberto: lo terrà in custodia per cinquantacinque giorni e lo farà ritrovare cadavere in un casolare della campagna romana, crivellato da undici colpi. Uccidere Roberto serviva in realtà a punire Patrizio, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia ed era diventato il primo vero grande pentito della storia delle Brigate Rosse. Proprio mentre lo Stato progettava la “legge sui pentiti”, che avrebbe assicurato sconti di pena e benefici processuali in cambio di confessione e collaborazione, l’uccisione di Roberto serviva alle Brigate Rosse per lanciare un monito a tutti quelli che da allora in poi avessero accarezzato l’idea del pentimento. Una vendetta trasversale, in perfetto stile mafioso. Questo in estrema sintesi: le cose sono più articolate e complesse e le trovate ben illustrate in Colpirne uno.

brigate rosse roberto peci

Scimmiottando il peggiore spettacolo a immagine e somiglianza del nemico di classe, durante la detenzione in una “prigione del popolo” Roberto venne sottoposto a un “processo proletario” e strumentalmente accusato di essere lui stesso un infame. Lo sguardo basso sulle mani nervose, il sequestrato recita di malavoglia un copione preparato a tavolino, finché il suo carceriere e giudice proletario emana la sentenza: “condanna a morte” per “il traditore”. Il tutto videoregistrato e montato su sottofondo delle note dell’Internazionale: un documento che oggi, a compiere integralmente lo spettacolo, è visibile su Youtube.

Mario Di Vito segue giorno per giorno le fasi del processo che si apre cinque anni dopo, estate 1986, nell’aula bunker del carcere di Ancona. Lo fa attraverso gli occhi del nonno, il pubblico ministero incaricato dell’accusa, ma anche attraverso i patimenti di nonna Loreta e il suo ingenuo desiderio di tenersi fuori dalle grane lavorative del marito. Mandrelli esce vittorioso assestando un duro colpo all’organizzazione brigatista ormai incamminata sul viale del tramonto. Giovanni Senzani, il principale responsabile dell’affare Peci e mano assassina di Roberto, è condannato all’ergastolo; sarà definitivamente liberato nel febbraio 2010: non ha mai collaborato con l’autorità giudiziaria, non si è “pentito” della sua militanza brigatista per mercanteggiare benefici, ma si è dichiarato “rammaricato” per i danni e le vittime della stagione del terrorismo.

La storia di quella stagione è la storia del vicolo cieco in cui si è infilata una parte del movimento rivoluzionario che ha voluto farsi avanguardia armata e spingere lo scontro con lo Stato sul terreno esclusivamente militare. Un terreno segnato in partenza dalla sconfitta, che ha comportato l’abbandono della pratica rivoluzionaria di massa e del ventaglio di opzioni che questa poteva offrire, per chiudersi nelle cantine della clandestinità riducendo tutti gli altri a tifosi, fiancheggiatori o a spettatori passivi in attesa del telegiornale della sera.

Da qualche anno, via Arrigo Boito a San Benedetto del Tronto, dove fu compiuto il sequestro, è diventata Via Roberto Peci. Alla modifica toponomastica non sembra sia però corrisposta una parallela valorizzazione della memoria storica. Anzi, come nota l’autore che in conclusione offre uno spaccato di vita di una città che ben conosce, la storia di quegli anni, con le sue aspirazioni e le sue tragedie, è oggi oggetto di una rimozione sfrontata: «questa è la ricetta che la provincia riserva agli aspetti più dolorosi della propria storia».

Per fortuna, anche se ha conosciuto tempi migliori, non è ancora rimosso del tutto, nemmeno nella provincia dell’impero, il progetto rivoluzionario di autonomia ed emancipazione sociale, con i suoi valori da difendere, rinnovare e sperimentare, affinando le armi della critica radicale e lasciando al ricordo di un triste passato ideologie sclerotizzate e specialisti della guerriglia.

“Del nostro meglio” – Viaggio nel mondo dello scautismo

Intervista collettiva di Luigi agli scout e alle scout del CNGEI Sezione di Fermignano (PU)
Da Rivista Malamente #23 (novembre 2021)

Può una rivista che si chiama “Malamente”, scritta e letta da dei poco di buono, parlare di scautismo? Forse qualcuno/a storcerà il naso, convinto che gli scout siano giovani soldatini di Cristo e di Baden-Powell o, al limite, bravi/e ragazzi/e in grado di accendere un fuoco e stringere nodi, ben disciplinati in un’organizzazione gerarchica.

Con questa intervista collettiva al Grufe – la Sezione scout di Fermignano (PU) –, vogliamo smontare alcuni pregiudizi consolidati ma fuorvianti.

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C’era una volta il miele

Di Tommaso, Apicoltura Corbecco

Come preannunciato, gli effetti della crisi climatica che la nostra epoca ha generato sono sempre più espliciti e invasivi. Gli anelli più delicati dell’ecosistema sono ovviamente i contesti in cui gli effetti risultano più visibili.

Dal punto di vista molto specifico del nostro mestiere osserviamo ormai da più di dieci anni un peggioramento della salute e della vitalità delle api. Ma è negli ultimi quattro o cinque che il fenomeno è ancora più evidente.

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Boomer Covid Blues

Di Leucocita

Senigallia fine estate: dopo mesi di siccità i primi acquazzoni hanno allagato le strade ma ancora in tanti devono consumare le proprie vacanze, in tanti hanno ancora i voucher da spendere dopo mesi e mesi di lockdown, zone colorate, coprifuoco e altri variopinti ostacoli alla libera vita sociale. Così, mercoledì sera, il centro storico era pieno. I vecchietti che fanno crocchio più curvi del solito perché con la mascherina non si sente niente e se sei già mezzo sordo è pure peggio, le famiglie con due gelati gocciolanti per mano, il sassofonista stonato che chiede un obolo, i negozi aperti. Tutto normale insomma o quasi.

Nel raggio di cinquecento metri si sfidano due piazze che oggi si trovano paradossalmente divise e polarizzate. In piazza Roma va in scena l’avvocato Erich Grimaldi con la sua Unione per le cure, i diritti e le libertà. Il tricolore e il blu sovranista sullo sfondo del volantino che qualcuno m’ha girato su Telegram non promettono bene, ma capisco l’importanza delle cure precoci e voglio andare a sentire cosa dicono e a vedere chi c’è. Tra i vacanzieri e i manifestanti venuti da fuori non si parcheggia da nessuna parte, ne approfitto per una boccata di thc sul bordo del fiume maleodorante e mi butto nella mischia.

La piazza è piena, siamo tutti vicini, in un grande calore umano: cori «vergogna», «vogliamo le cure», applausi, lucette del cellulare accese perché – urla Grimaldi al microfono ­– «siamo la luce sulla strada della verità!». Niente da dire, tutti molto presi bene. Sul palco improvvisato sotto il palazzo storico del Comune, l’avvocato in perfetto completo blu, cravatta e camicia bianca arringa i presenti dietro uno striscione con scritto «Piemonte – terapia domiciliare precoce covid-19». In piazza, la statua del Monco (o Fontana del Nettuno, per le guide turistiche) mi conferma che siamo a Senigallia nonostante la crescente dissociazione cognitiva.

Il matador della piazza dice poco, evita di prendere una posizione chiara sui vaccini, lascia intendere che le cure precoci siano la soluzione e che «loro» la stiano ostacolando per oscuri interessi. Altrettanto oscuro nel suo discorso quali siano le medicine usate.

Applausi, cori, «vergogna!».

Quando finisce il suo intervento dove ha minacciato di denunciare tutti di diritto e di rovescio lascia la parola alle testimonianze delle attiviste della pagina Facebook Terapia domiciliare Covid19. La cosa forse si farà interessante, spero.

Prende la parola Federica, farmacista di Osimo, che prova a raccontare la sua esperienza come moderatrice del sito, ma viene interrotta di continuo dai commenti dell’avvocato che cerca l’applauso, che si esibisce in un fastidioso mansplaining continuo. Poi è la volta di un’altra giovane donna che racconta dei genitori assistiti online da un medico di Venezia. Quando la moderatrice le chiede ottimista se i genitori siano stati guariti dalla terapia a distanza la risposta è un imbarazzato «non ancora». Seguono applausi, anche io inizio a prendermi bene, la canna fa il suo effetto, forse sono solo pregiudizi quelli che mi tengono lontano da questa passione civile che sta sbocciando…

Il nostro eroe non si lascia sfuggire la possibilità di parlare sopra la giovane donna per tessere le lodi di Facebook: «Zuckerberg mi deve ringraziare» afferma in uno slancio di modestia. E continua… «noi mettiamo in contatto il paziente con il medico». La piazza come direbbe mio figlio è piena di boomer e Facebook è evidentemente LA infrastruttura comunicativa che tiene insieme tutto. I medici vengono citati in continuazione ma stasera qui in piazza non parlano né sono presenti.

Mi guardo attorno e riconosco facce amiche, conoscenti, colleghi e colleghe, età media over quaranta. Siamo così tanti che si fatica a muoversi, quasi nessuno porta la mascherina, io da vaccinato mi sento sereno e comunque sono abituato a stare in mezzo alla gente, ma già mi aspetto i commenti acidi in calce alla diretta social che sta andando avanti con più di duemila spettatori. Qua del virus neanche l’ombra. La piazza lo allontana con il suo esorcismo.

Intanto la testa mi gira un po’, forse sarà l’effetto delle continue minacce di denuncia che volano dal microfono, ogni volta faccio le corna per un vezzo scaramantico. Stanco del tono urlato mi allontano per ficcare il naso nella seconda piazza, quella dei virologi esperti con tanto di instant book pubblicato da Rizzoli e affini. L’evento si svolge poco lontano, all’aperto, davanti alla placida scuola elementare Pascoli. Nel grande giardino ecco polizia, carabinieri, vigili urbani e l’immancabile digos che passeggia su e giù con fare sornione. Temono che la piazza delle cure domiciliari vada a chiedere un consiglio ai virologi… Ma niente, ci si annoierà come al solito anche stasera!

Oltre il variopinto cordone di forze dell’ordine spunta il temibile dispositivo smart dell’odiato green pass. I giovani precari di una cooperativa controllano l’ingresso transennato. Tra loro un amico con forse più denunce di me, che oggi è stato investito dal prefetto della qualifica di “pubblico ufficiale”. Inizio a ridere di cuore. Però i biglietti online sono finiti e non si può entrare. Tra noi e la platea piena di posti vuoti c’è una terra di nessuno che neanche all’aeroporto di Kabul… Faccio notare il paradosso di un importante evento di divulgazione scientifica durante la pandemia che respinge chi vuole ascoltare e chiedo di entrare. Niente da fare con le buone. Ma quando il gruppo dei curiosoni raggiunge la massa critica di una decina di persone insistiamo, minacciamo di entrare lo stesso, «dai che stasera si fa casino» e alla fine la responsabile accetta. Scatta il rituale di evocazione del virus invisibile: green pass controllato con QR code, controllo della temperatura, mascherine d’ordinanza… per entrare in un giardino all’aperto!

Infine riusciamo ad approdare alla corte dei virologi. Gente preparata per carità, Guido Silvestri è sicuramente uno che ne capisce e che ha portato un minimo di razionalità nel delirio dei 5Stelle al governo; l’altro luminare, Clementi, è decisamente più odioso ma che vuoi… per uno che viene dalla sanità privata lombarda è già tanto se non mi prende l’orticaria solo a vederlo. Dal palco ci raccontano come negli Stati Uniti sappiano fare le cose. Non si capacitano della scarsa cultura scientifica degli italiani, lanciano i loro saggi consigli. La platea applaude distanziata e timida, accompagnata da un buffo accompagnamento musicale dell’imperturbabile maestro Celidoni.

L’intervento del sindaco Olivetti, appena dopo la lezione dei virologi, mi fa dubitare della bontà delle molecole della Cannnabis Indica perché non riesco a capirlo tanto è ricco di aporie, anafore e cazzate.

Seguono domande importanti: «quest’anno scolastico rischiamo di nuovo la DAD?», «dovremo vaccinarci di nuovo con altre dosi?». I virologi provano a mettere insieme una risposta, ma è chiaro che neanche loro riescono a guardare oltre l’orizzonte, e poi è già notte e arriva anche un amico ubriaco che vuole andare a fare l’ultima birra. Si parte.

In giro per il centro storico ancora tanti vacanzieri spensierati. Non sembra proprio di essere nel mezzo della peggiore pandemia dai tempi della influenza spagnola.

Qualche digossino deluso dialoga nella piazza dell’avvocato, i carabinieri fanno la siesta sotto i cappelli, ultimi selfie.

In birreria, al bancone dove nessuno ha la minima passione per controllare il famoso green pass, dei luminosi 2002 captano l’atmosfera dei nostri discorsi sghembi e perplessi, le due piazze contrapposte, la disinformazione, l’autoritarismo dello stato, il potere medico, il diritto alla salute… faccio in tempo a ordinare una Goose e parte il commento lapidario del più giovane: «io mi sono rotto il cazzo, mi vaccino e poi voglio andare dove mi pare, basta con sti discorsi da boomer».

Forse, se cerco bene, trovo un sito internet che sostiene che il covid si cura con il thc.

Sipario.

Fondi e cimeli dell’Archivio storico della FAI

Di Francesco Scatigno

Nonostante la sua giovane età, l’Archivio storico della Federazione anarchica italiana, nato da una proposta del Congresso di Carrara del 1985, conserva cimeli e manoscritti provenienti da luoghi e tempi più remoti. Spesso sono stati conservati e tramandati da militanti anarchici che hanno donato all’archivio queste preziose testimonianze del passato.

Tra questi cimeli ci sono oggetti e manoscritti che risalgono alla guerra civile spagnola, lettere che fanno parte della corrispondenza di alcuni esponenti anarchici con importanti figure della politica e della cultura italiana come Calamandrei, Pertini, Nenni e Salvemini.

I reperti della guerra civile spagnola

Ad arricchire notevolmente l’ASFAI vi sono reperti e documenti della guerra civile spagnola appartenuti a Valentino Segata. Segata è un anarchico nato a Sopramonte (TN) nel 1892 e arruolatosi nella Colonna italiana Ascaso nel 1936, dove è al comando di una sezione di fucilieri. Dopo la conclusione della guerra spagnola, torna a Parigi. I suoi documenti furono custoditi dall’anarchico romagnolo Domenico Girelli, anch’egli combattente nella guerra civile spagnola, famoso per aver segregato nella loro caserma i carabinieri di Civitella di Romagna durante le insurrezioni della Settimana Rossa nel 1914.

Domenico Girelli, nei giorni in cui si tenne il convegno del 1987 su Sacco e Vanzetti a Villafalletto (CN) consegnò a Massimo Ortalli, curatore dell’ASFAI, i documenti appartenuti a Segata. Tra questi documenti ci sono una tessera del 1937 della Confederación Nacional del Trabajo, documenti di identità, carte di circolazione, permessi e la nomina di Segata a Capitano di compagnia con le firme di Antonio Cieri, Emilio Canzi, Umberto Consiglio, Giuseppe Bifolchi e Gregorio Jover. Alcuni di questi documenti hanno il timbro della Divisione Francisco Ascaso.

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Pupi, pupazzi, poesie e un’avventura

Marionette e burattini sono qualcosa che tutti/e ricordiamo di aver visto almeno una volta nell’infanzia. La semplicità del teatro di figura è la sua forza, e come uno specchio ci ricorda che dietro ogni maschera ci sono forze che la controllano. Questa visione sembra negare radicalmente l’autonomia dei personaggi e rimanda ai peggiori incubi cospirativi, eppure la visione catartica del teatro fa ridere, piangere, incazzare, commuovere e, toccando la nostra sfera emotiva, insegna piccole e grandi verità. Così fanno le storie del Teatrino Pellidò di Ancona, che vi raccontiamo con un’intervista al burattinaio Vincenzo Di Maio.

Ben altri pupazzi comandano la regione Marche. Una banda di neofascisti, omofobi, antiabortisti e ultracattolici che stiamo imparando, nostro malgrado, a conoscere e siamo talmente schifati che in questo numero non riusciamo neanche a parlarvene. Accogliamo però una breve riflessione dal Molise e raccontiamo l’esperienza abruzzese del Campetto occupato di Giulianova, attualmente sotto minaccia di sgombero. Un altro spazio di autogestione che ci piace sostenere (e ci ripromettiamo di raccontare in un prossimo numero) è Casa Galeone, nelle campagne maceratesi, che sta cercando di superare una delicata fase di assestamento per proseguire il suo percorso partecipativo, orizzontale e autogestionario del lavoro e della vita di gruppo.

Abbiamo poi storie di partigiani, di librerie indipendenti e continuiamo a parlare di Intelligenza Artificiale nel mondo che verrà e di come declinare, qui e ora, la tensione rivoluzionaria.

A partire da questo numero, inoltre, proveremo ad avvicinarci alla poesia, dedicando un nuovo spazio di dibattito a una materia che spesso è dimenticata o ci sfugge.

Ci siamo chiesti e chieste che cos’è la poesia e cosa può aggiungere a Malamente che è già una parola dalle tante accezioni e un avverbio resistente, per chi lo sa apprezzare. Proveremo a capirlo insieme, nel corso delle uscite, seguendo il nostro fiuto, l’ispirazione e il ritmo dei versi. Come quelli di Franco Scataglini, che ci raccontano di un dialetto che non si è estinto e di una poesia che può essere la voce di chi voce non ha.

Oltre a tutto questo, è arrivato il momento di presentare il nostro nuovo progetto. Dopo mesi di lavoro dietro le quinte, possiamo finalmente annunciare che stanno per nascere le Edizioni Malamente. Dall’esperienza e dalle complicità che andiamo costruendo dal 2015 con questa rivista, abbiamo raccolto la giusta dose di coraggio e voglia di fare qualcosa in più per continuare a essere uno strumento di critica sociale e agitazione culturale.

logo edizioni malamente

A partire dall’autunno 2021 pubblicheremo i primi titoli che potrete trovare sul nuovo sito edizionimalamente.it e sui nostri consueti canali di distribuzione, ma che potrete ordinare anche in qualunque libreria, indipendente o di catena. Inizieremo con un testo quanto mai adatto a questi tempi: Mutuo appoggio. Costruire solidarietà durante questa crisi (e la prossima), di Dean Spade, realizzato in collaborazione con le Brigate Volontarie per l’Emergenza. Seguirà Breve storia dei gas lacrimogeni di Anna Feigenbaum, di cui pubblichiamo qui, in anteprima, l’introduzione francese di Julius Van Daal. Entrambi i titoli sono inediti in Italia e speriamo possano essere l’inizio di una nuova bella avventura.

Conoscenza, condivisione, solidarietà e lotta continuano a essere i punti cardinali sulla nostra bussola, ma sarà soprattutto la possibilità di incontro con lettori e lettrici che renderà utile e speciale questo viaggio.

Il giuramento del partigiano Wilfredo

Intervista di Sergio Sinigaglia ad Alfredo Antomarini

Wilfredo Caimmi (Ancona 1925-2009) è stato un partigiano comunista. Uno dei tanti giovani che appena diciottenne scelse di stare dalla parte giusta e salì in montagna a combattere il nazifascismo; successivamente insignito della medaglia d’argento al valore militare. Nel novembre del 1990 fu al centro di un clamoroso fatto di cronaca di rilievo nazionale: ce lo racconta in questa intervista Alfredo Antomarini, amico e compagno di Wilfredo, che nel libro “Ottavo chilometro” (Ancona, il lavoro editoriale) ha ricostruito insieme a lui la storia partigiana di Caimmi e dei suoi compagni.

L’intervista – in uscita su Rivista Malamente n. 22 (luglio 2021) – è stata raccolta poche settimane prima che Alfredo Antomarini, per tutti Edo, ci lasciasse improvvisamente, il 17 giugno 2021, dopo una breve malattia. [Nota della redazione]

Alfredo Antomarini

Possiamo raccontare come Wilfredo diventa antifascista e i suoi primi passi da partigiano?

Wilfredo nasce ad Ancona nel 1925, dunque nel 1943 è diciottenne, l’età considerata idonea dall’organizzazione clandestina per essere destinati alla resistenza armata. Al di sotto di questo limite non si reclutavano combattenti, tuttalpiù gappisti, con funzioni di supporto.

L’episodio che fa diventare Caimmi antifascista è legato al periodo del liceo scientifico. A scuola era piuttosto bravo, aveva ottimi voti. Frequentava il primo anno. Un giorno un professore indica due studenti, li invita a mettersi in fondo alla classe e comunica loro che da domani non dovevano venire più a scuola. Visto che non avevano compiuto nessuna cattiva azione, Wilfredo alza la mano e chiede le ragioni di questa decisione. Il professore irritato lo invita a non intromettersi e comunque afferma perentoriamente che, essendo ebrei, lo Stato vietava loro la frequentazione scolastica. Di fronte alla contestazione il preside convoca il padre di Wilfredo e rimarca l’atteggiamento indisciplinato del figlio, che da quel momento diventa antifascista.

Il fatto non sfugge all’organizzazione clandestina partigiana attenta a qualunque segnale che potesse indicare dei giovani da cooptare, soprattutto i ragazzi che facevano vita di strada, anche svelti di mano. E così Wilfredo e altri suoi amici, divenuti anche loro partigiani, frequentano la scuola di pugilato del maestro Fernando Cerusico, repubblicano e antifascista rigoroso: un vero “maestro di vita”, che dà a quei ragazzi portati alla rissa di strada una certa “disciplina”.

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Non di solo Stato vive la scuola. In difesa delle scuole libertarie

Intervento di Francesco Codello

Agli inizi di marzo il sito Dinamo Press – che si definisce come un progetto di informazione indipendente nato dalla cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti – ha pubblicato un articolo di Angela Pavesi e Michele Dal Lago intitolato “Una selva molto oscura. Il neoliberismo comunitarista delle scuole parentali e libertarie”. Mettendo in un unico calderone esperienze educative tra loro anche molto diverse, gli autori attaccano duramente tutte le realtà che si muovono esternamente alla scuola statale, identificata come l’unica scuola pubblica possibile, al di fuori della quale ci sarebbe solo la giungla del modello neoliberista. Pubblichiamo una replica di Francesco Codello, pedagogista, tra i fondatori della Rete per l’educazione libertaria, che è stato dirigente scolastico ed è da lungo tempo impegnato nella ricerca storico-educativa. Codello ha parlato ai microfoni di Radio Blackout, nella rubrica Anarres condotta da Maria Matteo, difendendo le esperienze concrete di educazione libertaria che, tanto oggi quanto nella loro ormai lunga storia, si sono sviluppate come strumenti di cambiamento sociale in senso antiautoritario: riportiamo qui il dialogo radiofonico con l’autorizzazione dell’autore, e ci ripromettiamo di tornare sul tema anche sulle pagine di Rivista Malamente.

[Maria Matteo] Vuoi raccontare brevemente cosa dice l’articolo pubblicato su Dinamo Press o preferisci partire dalla realtà delle scuole libertarie?

[Francesco Codello] Preferisco sicuramente partire dalle nostre idee e dalle nostre pratiche, perché ritengo quell’articolo pubblicato da Dinamo Press violento nei toni, inqualificabile, che sprigiona ignoranza e/o malafede. I toni e i modi, oltre che i contenuti, non stimolano l’apertura di un dibattito, non aiutano il confronto e nemmeno spingono a fare riflessioni e autocritiche, peraltro sempre necessarie. Nel corso della discussione spero di riuscire a far emergere alcuni concetti importanti sia dal punto di vista storico che attuale, che in quell’articolo non vengono minimamente considerati.

[M.M.] Cominciamo allora con il dissipare un po’ di confusione, che certamente Dinamo Press ha contribuito ad alimentare, perché il percorso delle scuole libertarie non può essere equiparato alla sola educazione parentale, né tantomeno a percorsi come quelli delle scuole private, confessionali o di altro genere.

[F.C.] Partirei da una prima considerazione: gli autori dell’articolo che esprimono questi giudizi, e portano un così duro attacco all’educazione libertaria, palesano una profonda ignoranza di tutta la storia dell’educazione libertaria. Non sanno nulla, almeno così traspare dall’articolo, di una storia della quale noi siamo orgogliosamente fieri, che ci appartiene e di cui sentiamo anche la responsabilità. Quando si intraprendono pratiche di educazione libertaria si deve infatti sentire il senso di appartenenza a una tradizione che ha segnato profondamente il rinnovamento della pedagogia nel corso della storia. A cominciare da William Godwin, che per primo parlò contro l’idea di un curricolo scolastico unico e quindi di gestione in esclusiva del sistema scolastico da parte dello Stato, per arrivare fino alle esperienze concrete dei giorni nostri.

C’è poi anche una profonda ignoranza di ciò che si è dibattuto e discusso nella storia della scuola italiana. Tra il 1900 e il 1926, cioè fino all’imporsi delle leggi cosiddette “fascistissime”, la scuola italiana ha subìto due grandi processi di cambiamento: la legge Daneo-Credaro del 1911 e la riforma Gentile del 1923. Mi soffermo in particolare sulla legge Daneo-Credaro, con la quale lo Stato italiano, in ritardo di molti anni rispetto ad altri paesi europei, avoca a sé la gestione e quindi l’organizzazione delle scuole di base, così si chiamavano le elementari, che fino ad allora erano state a gestione comunale. Questa legge rappresenta sicuramente un importante passaggio, anche in senso positivo, ma dà inizio anche a un percorso di statalizzazione esclusiva dell’organizzazione scolastica. Tra gli anarchici si sviluppa in quegli anni tutto un dibattito che possiamo semplificare nella domanda: scuola laica o scuola libera? Cioè era positivo il tentativo di togliere la scuola dal condizionamento clericale, perché era questo che succedeva con la scuola a gestione comunale, soprattutto nei piccoli comuni che rappresentavano la maggior parte del tessuto sociale italiano, ma d’altra parte a questa idea di scuola laica veniva contrapposta un’idea di scuola libera.

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