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La nave Hedia. Storia di marinai fanesi e di una carretta a vapore tra insorti algerini, servizi segreti, siluri e depistaggi (#9)

La nave Hedia.
Storia di marinai fanesi e di una carretta a vapore tra insorti algerini,
servizi segreti, siluri e depistaggi

Di Bicio

C’è un giallo del mare ancora irrisolto a distanza di oltre cinquant’anni. È la storia poco nota del mercantile Hedia, misteriosamente scomparso senza lascia­re tracce nel 1962, da qualche parte nel Mediterraneo, con i suoi venti uomini di equipaggio. Colpa di una burrasca, si affrettano a dire le autorità. Pare che la Hedia non trasportasse merci qualunque, ma un carico che scotta. Un carico di armi diretto probabilmente al Fronte di liberazione algerino per gli ultimi fuochi della guerra d’indipendenza contro il colonialismo francese. Sullo sfondo l’Eni di Mattei e le sue mire sul petrolio algerino. È verosimile che la Hedia sia stata intercettata e silurata – o sequestrata? – dalla flotta d’oltralpe. Per errore o a ragion veduta? Quel che è certo è la sequenza di depistaggi, false notizie e insabbiamenti che ne sono seguiti. E le parole di Fanfani, allora primo mi­nistro, non fecero che aumentare i sospetti: “per venti persone non si può fare la guerra a un alleato”. Su questo “cold case” pubblichiamo alcuni estratti dal recente libro di Fabrizio Fabbroni, “La leggenda della nave generosa” (Fano, Aras, 2017), ricordando che l’autore si sta adoperando per l’affissione di una lapide in ricordo dei venti marinai (cobelligeranti algerini?) scomparsi insieme alla loro nave.

La nave Hedia - Illustrazione di Samuele Canestrari

La nave Hedia – Illustrazione di Samuele Canestrari

 

La mattina del 14 marzo 1962 il piroscafo Hedia scomparve mentre si accingeva ad attraversare il canale di Sicilia. La nave sparì senza lasciare traccia, non furono trovati né corpi né chiazze di nafta, né relitti galleg­gianti, anche se, una settimana dopo il naufragio, alcuni pescatori lampe­dusani recuperarono, attorno alla loro isola, due salvagenti probabilmente appartenuti alla nave.

La Hedia era partita qualche giorno prima da Casablanca (Marocco) dove aveva caricato concime che avrebbe dovuto sbarcare a Venezia. Sette mesi dopo la scomparsa, alcuni quotidiani ipotizzarono che la nave fosse sta­ta silurata. Secondo la ricostruzione dei giornali, il piroscafo, uscito fuori rotta a causa di una burrasca, sarebbe stato scambiato dalla Marina mili­tare francese per uno dei bastimenti fantasma che rifornivano di armi la resistenza algerina impegnata nella guerra di liberazione contro i francesi.

La Hedia era di proprietà di una società anonima panamense ma dal mese di ottobre del 1961, quando ancora si chiamava Generous, l’ex comandan­te Nello Patella di Venezia ne comprò alcune quote, diventandone agente marittimo. La Generous era la classica carretta dei mari, varata nel lontano 1915. Il piroscafo era dotato di un motore a vapore a tripla espansione alimentato a carbone, costruito a Sunderland in Inghilterra. Nonostante l’età della carretta, l’armatore Patella riuscì a noleggiarla all’Eni che la spe­dì in giro per il Mediterraneo a distribuire concimi e diserbanti prodotti dall’Anic di Ravenna.

In verità la Generous, prima di trasformarsi in Hedia e sparire in fondo al mare, fece scalo in località alquanto “equivoche” come il porto di Fiume da cui partivano le armi per l’Algeria, o Benisaf (Algeria), il luogo dove ve­nivano sbarcate le armi destinate all’Oas (Organisation de l’armée secrète, organizzazione paramilitare clandestina francese) o, infine, Sant’Antioco in Sardegna, approdo usato dal Sifar per i suoi traffici di armi prelevate dai depositi Nato del poligono di Capo Teulada.

Nel suo ultimo viaggio da Generous la nave era entrata a Tangeri, “la cit­tà dove nessuno è ciò che appare”. Il porto era il meno controllato del Marocco, anche perché fino a pochi anni prima la città era autonoma e neutrale, un porto franco noto per i suoi traffici illegali e per il numero di spie, disertori e avventurieri. Probabilmente fu in quell’occasione che la Generous fu “attenzionata” dall’efficiente Servizio informazioni francese, grazie anche alla complicità delle autorità marocchine che ufficialmente sostenevano il Fronte di liberazione algerino nella lotta per l’indipendenza, ma ufficiosamente collaboravano con i servizi francesi. Visto che non ci si poteva fidare dei doppiogiochisti marocchini e che la situazione in Algeria stava evolvendo velocemente, l’Eni che sosteneva la guerra di liberazione degli algerini fornendo armi e denaro decise il camuffamen­to della nave.

Ai primi di febbraio del 1962 la Generous fu tirata in secco per effettuare lavori di manu­tenzione straordinaria. La na­ve subì così tante modifiche da renderla irriconoscibile. Fu modificato il taglia-mare di prora e lo specchio di pop­pa, furono rialzate le murate, fu costruita una nuova plan­cia, così come furono sostitu­ite alcune parti obsolete del motore. Infine, fu aggiunta una turbina. Anche il nome della nave fu modificato, la vecchia Generous lasciò il mare alla moderna Hedia.

La ristrutturazione: da Generous a Hedia

La ristrutturazione: da Generous a Hedia

 

Ultimati i lavori la nave riprese immediatamente il mare. Il costo di questo camouflage fu molto oneroso e dato che la Hedia avrebbe dovuto navigare ancora pochi mesi (secondo “radio porto” un anno circa), tutta questa operazione dal punto di vista prettamente economico rimane un mistero. Oltre all’incongruenza della ristrutturazione, anche la formazione dell’e­quipaggio avvalora l’ipotesi del “trasporto speciale urgente”. A bordo vi erano due comandanti che, per una carretta del genere, adibita a movi­mentare concime, era un lusso davvero eccessivo. Il comandante Federico Agostinelli di Fano, padrone marittimo di prima classe, e il primo ufficiale Colombo Furlani, anche lui padrone marittimo fanese che, assieme al ca­po macchina Otello Leonardi, anche lui di Fano, governavano il piroscafo sopra e sotto coperta.

Altrettanto strana era la presenza a bordo del gallese Anton Narusberg di Cardiff, professione macchinista navale. L’arruolamento del gallese era davvero inspiegabile. In fondo la nave era piccola, superava a malapena i novanta metri. A bordo vi erano già due capi macchina, due fuochisti e un ingrassatore, personale più che sufficiente per la manutenzione di uno dei motori più noti e usati dalle marinerie di tutto il mondo. Oltre a ciò, se l’armatore cercava macchinisti, meccanici o ingrassatori, in Adriatico ne avrebbe trovati a decine. Perché quindi imbarcarne uno fatto venire appositamente dal Galles? Probabilmente il gallese era un tecnico della North East Marine incaricato del collaudo, imbarcato in tutta fretta perché la nave doveva partire al più presto per la sua ultima missione da cui non avrebbe più fatto ritorno.

La Hedia partì da Ravenna velocemente e l’unica spiegazione per tanta urgenza è quella che conferma l’appartenenza del piroscafo alla flotta delle navi gun runners che trasportavano armi in Marocco e Tunisia. Da lì erano prese in consegna dagli uomini del Fronte di liberazione nazionale (Fln) che avrebbero provveduto a infiltrarle in Algeria.

Per contrastare quel traffico i francesi avevano costruito un efficace sistema difensivo. Davanti alla costa algerina erano schierate le unità d’intervento rapido che operavano in un tratto di mare di circa cento miglia. Il resto della flotta era in caccia per tutto il Mediterraneo fermando o affondando le navi sospette segnalate dal Servizio segreto francese.

Il 15 febbraio del 1962 la Hedia salpava quindi da Ravenna, destinazione Tarragona, Spagna. Da lì proseguiva per Burriana, un porto poco distan­te. Probabilmente l’8 marzo riparava nuovamente a Tangeri, ufficialmente per il maltempo, anche se le condizioni meteomarine di quei giorni, fuori dallo stretto di Gibilterra, non sembravano proibitive. La nave era stata completamente ristrutturata e problemi seri, fino a quel momento della navigazione, non ne aveva avuti.

Poi, negli stessi giorni in cui la Hedia, partita da Casablanca, attraversava Gibilterra per tornare a Venezia (12 marzo), dalla Corsica salpa l’intera flotta francese di stanza nel Mediterraneo; la missione ufficiale era quella di effettuare delle manovre tra le Baleari e la Corsica. La squadra navale francese navigava a una velocità di crociera di circa venti nodi e avrebbe dovuto intercettare la Hedia più o meno tra il mare di Alboràn e le Baleari, sopra una delle fosse marine più profonde del Mediterraneo, già piena di cadaveri algerini. Anche i comandanti della Hedia, avvertiti via radio dagli uomini dell’Eni, sapevano che la flotta francese stava navigando per intercettarli; «Crucai da Maester!» (Gabbiani da Maestrale!) gracchiava da qualche ora la radio a onde corte. L’equipaggio italiano sapeva come i fran­cesi trattavano i loro “clienti”: non erano poche le navi colate a picco senza tanti complimenti. Così come erano parecchie quelle sequestrate e scortate nei porti algerini, dove gli equipaggi venivano sistematicamente torturati.

La Stampa, titoli 1962

La Stampa, titoli 1962

 

Dietro ai francesi, che stavano arrivando a prora, rinforzava il vento. La perturbazione che si stava formando proprio in quelle ore sopra le Baleari avrebbe attraversato velocemente l’orizzonte da tramontana a scirocco in una sorta di tempesta perfetta. Che fare? Questo si saranno chiesti gli uo­mini in plancia della Hedia. Avrebbero potuto affrontare tutte le tempeste del mondo ma dovevano evitare l’incontro ravvicinato con i francesi. La decisione da prendere era difficile; il tempo stringeva: tornare a Tangeri? Impossibile per due motivi: il primo perché la manovra avrebbe conferma­to il trasporto “speciale”, il secondo perché il porto non avrebbe protetto la nave dall’assalto degli incursori francesi. Qualche anno prima il piroscafo Emma, che aveva tentato la stessa manovra, era stato fatto esplodere in banchina. Altre navi alla fonda (Alessandria, Amburgo) furono fatte saltare in aria grazie a mine magnetiche piazzate sotto la chiglia dai barbouze fran­cesi in tuta subacquea.

L’unica possibilità che rimaneva a quelli della Hedia era di attraversare ve­locemente il mare di Alboràn, sparire sotto la costa spagnola confondendo­si con il traffico marittimo locale, risalire sottovento le Baleari anticipando la burrasca, attraversare quindi il Mar di Sardegna ripercorrendo al contra­rio la rotta dell’andata. Cosa vogliono fare gli italiani però, lo intuiscono anche i francesi che tentano di prendere la nave prima che possa sparire dentro qualche insenatura spagnola.

La squadra navale francese ha fretta, in Algeria c’è l’ultimo putsch che li aspetta. Il suo comandante vorrebbe al più presto stabilire il contatto visivo con la preda, le previsioni meteo delle ore successive confermano il peggio­ramento. André Jubelin, il vice ammiraglio che comanda la squadra fran­cese, ha ricevuto l’ordine di affondare la Hedia e soprattutto di non lasciare scomodi testimoni vivi. Nessuno del Ministero della guerra francese vuole impadronirsi della nave, magari per rivelare all’opinione pubblica che l’E­ni fornisce armi agli insorti. Anche perché il Servizio segreto francese da oltre un anno è in possesso della copia del documento firmato da Mattei e Ferhat Abbas, presidente del governo provvisorio algerino in esilio, in cui il presidente dell’Eni promette armi agli insorti, in cambio di contratti per la ricerca petrolifera, ma soprattutto perché a poche ore dalla fine delle ostilità, il tempo della denuncia all’opinione pubblica era scaduto.

Ormai la guerra ha i giorni contati, tra qualche ora scatterà il cessate il fuo­co. In sette anni di conflitto, un milione di algerini sono stati uccisi dall’e­sercito occupante. Un altro milione deportato verso la costa. Secondo i corrispondenti di guerra, nemmeno le atrocità delle SS tedesche commesse durante la seconda guerra mondiale sono paragonabili alla ferocia francese. Ora però, dopo quasi otto anni di violenze indescrivibili, per l’Oas e i suoi sostenitori (militari golpisti e Servizio segreto deviato) l’Algeria è ormai perduta. Il Presidente de Gaulle, a cui avevano consegnato l’Algeria e la Francia con il colpo di Stato del maggio 1958 aveva voltato loro le spalle. L’ultimo “Putsch dei generali” dell’aprile dell’anno precedente (1961), che avrebbe dovuto cambiare non solo il destino dell’Algeria ma anche quello della Francia continentale con reparti di paracadutisti che avrebbero mar­ciato su Parigi e altri che sarebbero stati lanciati sull’Eliseo per arrestare de Gaulle, si era rivelato un disastro. Nessun effetto valanga tra i militari in Francia, in mano ai golpisti era rimasta soltanto la città di Algeri.

Manifesto Parti socialiste unifié, fine 1960, originale in Biblioteca BDIC Nanterre

Manifesto Parti socialiste unifié, fine 1960, originale in Biblioteca BDIC Nanterre

 

A questo punto Jubelin deve scegliere tra un colpo di stato dall’esito assai incerto o dare la caccia alla nave fantasma attendendo in mare il volgere degli eventi. Il vice ammiraglio, eroe di tante battaglie, lancia l’intera squa­dra francese composta dall’incrociatore Colbert, dalla portaerei La Fayette, dalle navi di scorta Surcouf, Duperré, Maillé, Brezé, dalla nave appoggio sommergibili Gustave Zedé, dalle navi di scorta rapide Vendéen, Bourgui­gnon, Normand e Béarnais e dal sottomarino Artemis contro… la carretta a vapore fanese! Carretta sì, ma già leggenda, perché la Hedia quando ancora si chiamava Milly e poi dopo da Generous, aveva per ben due volte sbarcato “materiale bellico” facendosi beffe dei francesi e dei loro sottomarini.

La nave viene affondata in quell’arco di tempo che va dalla sera del 13 al pomeriggio del 14 marzo 1962. Contemporaneamente ad Algeri l’ultimo putsch dei pieds-noirs era già fallito da qualche ora. Il Servizio segreto ita­liano (Sifar) era legato a filo doppio con i fascisti dell’Oas e per questo mo­tivo ha avuto un ruolo importante sia per quanto riguarda l’identificazione della Hedia, passando la foto della nave ristrutturata ai colleghi francesi, sia per quanto riguarda i vari depistaggi.

Il 19 marzo 1962 due pescherecci ritrovarono a poche miglia dall’isola di Lampedusa i salvagenti della Hedia. Considerando che quella zona di mare è protetta dal maestrale dal promontorio tunisino i salvagenti avrebbero navigato per circa duecento miglia evitando prima Pantelleria, poi Linosa per centrare la spiaggia di Lampedusa. Quel fortunato ritrovamento servì da ulteriore e definitiva conferma della versione ufficiale e cioè che l’affon­damento della Hedia era avvenuto in seguito alla burrasca mentre la nave stava attraversando il canale di Sicilia.

Qualche giorno dopo l’affondamento, furono addirittura trasmessi nell’e­tere messaggi radio che sembravano confermare la presenza della nave nel canale di Sicilia, altri che asserivano di averla vista risalire lentamente l’A­driatico a causa di un’avaria. Razzi di segnalazione saranno avvistati un po’ ovunque. La per­la dell’operazione di depistaggio fu però quella di riuscire a convincere i fami­liari dell’equipaggio che i loro cari, dopo sei mesi dall’affon­damento della nave, erano ancora vivi. In settembre alcuni ma­rinai della Hedia fu­rono infatti apparen­temente riconosciuti in una foto scattata nel cortile del conso­lato francese di Algeri e pubblicata da «Il Gazzettino» di Venezia. La foto riguardava un gruppo di prigionieri europei liberati dal Fln.

L'improbabile riconoscimento di marinai della Hedia in una foto di alcuni prigionieri liberati dal FLN, set. 1962

L’improbabile riconoscimento di marinai della Hedia in una foto di alcuni prigionieri liberati dal FLN, set. 1962

 

Al di là dei vari depistaggi, cerchiamo di “fare il punto” partendo da quelle che sono le poche certezze. La prima riguarda la nave, i lavori effettuati a Ravenna che la resero irriconoscibile, l’improbabile arruolamento del macchinista gallese, i due comandanti che la governavano, il cambiamento del nome, gli equivoci porti di carico e scarico e infine le misteriose “casse” sbarcate a Tangeri. La seconda certezza riguarda la presunta rotta. Nessu­na nave avrebbe navigato a una distanza di sicurezza inferiore alle ottanta miglia dalla costa algerina. La “regola” consigliava di navigare attorno al 39° parallelo Nord (precauzione messa in atto da tutte le marine mercan­tili che operavano nel Mediterraneo in quel periodo). La terza certezza riguarda il mare che si stava guastando, a prora erano segnalati i francesi in avvicinamento veloce, mentre a dritta la nave aveva la terraferma algerina. Per queste ragioni la Hedia fu costretta a risalire almeno fino a Capo Palos (Spagna). Lasciata la costa, la nave si sarà spinta ancora più su verso le Baleari rimanendo sottovento le isole, lavorando l’onda al mascone. Una volta a ridosso di quelle isole, la Hedia avrà probabilmente accostato per scendere in scaduta verso la Sicilia con la perturbazione alle spalle, l’onda frangente al giardinetto, cercando di evitare i francesi che manovravano per prenderla proprio in quella zona.

Passarono sette mesi dalla scomparsa della nave quando il 27 ottobre 1962 l’aereo Morane-Saulnier, con cui Mattei stava tornando a Milano, preci­pitò nelle campagne di Bascapè (Pavia). Secondo il giudice Vincenzo Ca­lia l’aereo esplose in volo a causa di una bomba collegata al comando di discesa del carrello probabilmente confezionata dai bombaroli del Dgse, raffinati specialisti in attentati con l’esplosivo, e materialmente collocata a bordo dai picciotti di una potente famiglia mafiosa di Catania. I dollari per affrontare i costi dell’operazione uscirono probabilmente dalle tasche dei petrolieri americani, mentre la regia, senza dubbio alcuno, fu della Cia, e le “marionette” in campo furono gli uomini del Sifar.

Dopo 55 anni di depistaggi è ormai evidente che la prigione che custodisce i resti dei marinai della Hedia si trova in fondo al mare da qualche parte tra Casablanca e Venezia. L’ultima operazione navale del conflitto algerino della Marine national, la prestigiosa flotta francese che nel secolo preceden­te affrontava in battaglia le navi di sua maestà britannica, fu quella di attac­care un “piccolo naviglio”, una vecchia carretta, adatta forse a trasportare ghiaia da Valona a Brindisi o poco più.

«Per venti persone non si può fare la guerra a un alleato» dichiarò il Primo ministro Fanfani ai familiari dei dispersi. La “ragione di Stato” è il vero motivo per cui la Hedia, con il suo equipaggio e tutti i suoi segreti è ri­masta sepolta in fondo al mare per tutti questi anni, mentre sulla vicenda calava l’oblio. È venuto il tempo far risalire quei marinai in superficie e riconoscere loro almeno lo stesso ruolo che gli attribuirono i francesi il giorno in cui li condannarono a morte, vale a dire quello di “cobelligeran­ti” caduti per la libertà di un popolo che neppure conoscevano. E ricordarli prendendo a prestito le parole di un vecchio professore che scrisse: «ci sono tre tipi di uomini, i vivi, i morti e quelli che vanno per mare di cui non si ricorda nessuno». Né vivi né morti, ancora ai posti di manovra, sulla car­retta a vapore a sfidare il francese di turno.

Porto di Chioggia - Monumento ai dispersi chioggiotti della Hedia

Porto di Chioggia – Monumento ai dispersi chioggiotti della Hedia

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