A tre anni dai fatti di Corinaldo

Di Vittorio, da Rivista Malamente #13 (febbraio, 2019)

Il 7 dicembre [2018] a Corinaldo è una sera fredda e tranquilla. Il paese dei matti, secondo tradizione locale, o patria della santa Maria Goretti per i clericali che abbondano da queste parti, è un piccolo centro benestante di imprese agricole e manifatturiere.

I biglietti rosa raccontano che quella sera arriverà una stella della trap commerciale, Sfera Ebbasta. Macchinate, bus navetta, genitori accorati appresso a bambini e bambine dagli undici anni in su si affollano nella stretta via di campagna che porta al locale. Il trapper era atteso da una folla ancora in via di conteggio ma, secondo indizi convergenti, di molte centinaia superiore alla capienza di un locale che ha più di quarant’anni di storia e altrettanti di irregolarità e abusi.

La Lanterna Azzurra era da tanti considerato in zona un luogo malsano dove le misure di sicurezza sono aleatorie e dove costantemente vengono violate. Eppure da qualche tempo era tornato a riempirsi di giovani e giovanissimi. Da decenni la stessa famiglia Micci gestisce il posto e da alcuni anni si era buttata a rinnovare il giro d’affari dello spettacolo danzante con una gestione più modaiola, ospitando artisti pop del momento e puntando a un pubblico di ragazzini e ragazzine a cavallo tra le province di Pesaro e di Ancona. Ora sono tutti indagati per omicidio colposo, come gli altri imprenditori dell’azienda con un nome che oggi suona male: la Magic srl dei signori Bartozzi, Cecchini e Caponi.

La cronaca è nota, e il consueto seguito di chiacchere da social ne è stato l’indigesto complemento. Un panico improvviso, causato forse da una bomboletta spray al peperoncino o forse anche da altre esalazioni nocive, ha spinto centinaia di persone a correre fuori dall’unica uscita riconoscibile: la calca è stata fatale. Hanno perso la vita Asia Nasoni, Daniele Pongetti, Benedetta Vitali, Mattia Orlandi, Emma Fabini ed Eleonora Girolimini.

Centinaia sono rimasti feriti e traumatizzati. La strage della notte del 7 dicembre 2018 alla discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo ha costretto una generazione a guardarsi con occhi diversi. Ci vorrà un po’ di tempo per stabilire quale gas o malfunzionamento abbia scatenato il panico mortale. È chiaro però che tutto era pronto per il disastro. La ferocia dell’accaduto ha messo in luce come ragazzi e ragazze siano vittime di un sistema che usa i loro legittimi desideri di libertà, di festa, di vita per fare profitti.

Lo show business in fondo è sempre stato questo: nel capitalismo il consumo di intrattenimento e cultura è stato sempre associato alla trasformazione del tempo libero in consumo di merci e produzione di spettacolo. Quello in vendita la sera del 7 dicembre era davvero di scarsa qualità.

E come in mille città d’Italia, anche a Corinaldo si chiude spesso un occhio: per una serata si possono pagare 20-25 euro a biglietto, almeno 5 per una consumazione scadente e i gestori, i buttafuori e il personale si comportano né più né meno come i padroncini di altri settori.

Venerdì 14 dicembre, sei giorni dopo la strage, più di duemila persone e centinaia di candele attraversano in silenzio le strade della periferia rurale e diffusa di Corinaldo. In via Madonna del Piano il freddo sembra catturare i rumori, i lampeggianti delle auto dei carabinieri e della polizia feriscono gli occhi che in molti sono anche gonfi di lacrime. Dopo un breve percorso fatto con passo più veloce del consueto, arriviamo alla Lanterna Azzurra. Ci troviamo davanti una squallida casona rurale bianca, una rimessa per attrezzi agricoli rifatta allegramente negli anni Settanta.

Qui, tra vecchie case coloniche e cubetti di cemento, villette immaginarie di classe media decaduta, centinaia di giovanissimi e giovanissime venivano a ballare ogni fine settimana. Venivano a sognare di essere nel mondo più bello, quello che spunta a ogni secondo fuori dagli schermi dei cellulari. E per farlo, per catturare immagini di quel teatro da condividere, pagavano, comunque troppo. Altri sogni migliori qua, in giro per la provincia, non sono in vendita.

Davanti alla insegna spenta e gelata della Lanterna Azzurra stanno quattro uniformi che faticano a reggere lo sguardo attonito, a tratti smarrito delle centinaia di persone che improvvisamente si fermano lì davanti. Non si capisce se le divise siano lì per contenere una rabbia che non esplode o per farsi perdonare di non aver fatto nulla per impedire una squallida tragedia annunciata. Ai loro piedi lentamente vengono deposte candele e fiori. Accanto, sotto la luce di un riflettore, un corrispondente di qualche televisione continua a recitare la filastrocca della cronaca: biglietti, spray al peperoncino, autopsie. Vorrei urlargli di rispettare il silenzio. Ma non sta a me parlare.

I giovanissimi restano muti, il silenzio non diventa altro, pesa come uno sguardo perso nel vuoto. Il pianto straziante di una ragazza gela il sangue. Dopo poco iniziamo a ritirarci alla spicciolata. Una scena simile si ripete a Senigallia due sere dopo. Migliaia di persone, giovani, la classe di età più oppressa della nostra società, appaiono insieme all’improvviso. Ci siamo, forse pensano, ma nessuno lo dice. Al termine della manifestazione piazza Garibaldi è piena come non lo è mai stata da decenni.

Al funerale di Eleonora, quando la pioggia mista a neve cadeva sulla folla seria, infreddolita, stretta attorno alla bara davanti al duomo, era curioso notare come da un lato si fossero schierati politici e forze dell’ordine e dall’altro noi, gli irregolari di ogni tipo, alti, bassi, eleganti o malvestiti, con la sigaretta in bocca o gli occhi lucidi. Le tragedie uniscono emotivamente, ma appena ci ritroviamo insieme ecco che le divisioni emergono e ci raccontano che né vita né morte possono cancellare i rapporti sociali conflittuali nei quali viviamo.

I padroncini della Lanterna Azzurra i primi giorni hanno provato addirittura a fare la voce grossa, sperando di fregare ancora una volta tutti con la “gabola” dei biglietti e con la storia del gas al peperoncino per coprire le loro responsabilità. Le autorità che adesso fanno la parata davanti alle telecamere perché non si sono accorte di quello che stava succedendo? Era evidente il rischio che si stessero vendendo molti più biglietti rispetto alla capienza consentita. Ma quella sera fin quando non è successo un disastro non si è visto nessuno.

Possiamo immaginare una socialità non mercificata e libera? Possiamo pensare che l’adolescenza e la gioventù possano riconquistare spazi di autonomia, di scoperta, di godimento fuori dal meccanismo di mercato che li schiaccia?

Le comunità cittadine di Senigallia e Corinaldo si stringono nel lutto e nell’indignazione e scoprono che per la socialità dei giovani spesso non c’è quasi più niente se non il consumo di un sacco di merda. Come prima risposta arriverà sicuramente un giro di vite sulla “sicurezza” che colpirà soprattutto chi organizza spazi di socialità e cultura senza scopo di lucro e per la comunità, ma che magari non ha soldi per pagarsi tutti i permessi e le infrastrutture.

A Senigallia qualche avvocato raccoglie la disperazione e la trasforma in causa giudiziaria. Altri cercano di sciacallare sul dolore delle vittime. Tutti gli adulti e i responsabili della società e del suo ordine hanno una buona parola da spendere. Ma pochi sanno davvero cosa fare, come rispondere in maniera sensata. Giustizia e moralismo non vanno d’accordo. La Lanterna Azzurra non deve riaprire mai più, questo è il minimo. Ma poi cosa possiamo volere di meglio? Chi e come potrà costruirlo tra i capannoni e i borghi di mattoni di questa provincia?

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