Noi umani, futuri superflui

Origini e prospettive del transumanesimo

Interviste di Le Comptoire e Sciences Critiques a Pièces et Main-d’Œuvre

Qui e seguenti: Will Ferreira

In un futuro non troppo lontano ci aspetta un cambio radicale dell’idea stessa che abbiamo di “essere umano”, perché chi gestisce la scienza e le macchine – la tecnocrazia – potrà configurare l’umano a suo piacere, tramite manipolazioni genetiche e fusione di corpo e tecnologia. La selezione delle caratteristiche del nascituro, soppianterà la gravidanza affidata al caso: non è questione di chiedersi “se” succederà, ma “quando” succederà.

L’ibridazione dei corpi con dispositivi elettronici (impianti, protesi, organi artificiali, interfacce uomo-macchina) è già in atto. Enfatizzata come accorgimento medico per fronteggiare malattia e vecchiaia, celebrata dal tifo nazionale per le prodezze e vittorie paraolimpiche, non maschera il suo scopo di fondo che è la gestione totale della vita. Sebbene, per l’essere umano potenziato, ciò che prima era “vita” si trasforma in mero “funzionamento”.

La nostra epoca è segnata dall’escalation dello sviluppo tecnologico, il cui incedere non è lineare ma esponenziale, con riduzione sempre più spinta del tempo necessario affinché nuove tecnologie riconfigurino il mondo. E se qualcosa può essere fatto, possiamo stare certi che verrà fatto. Non ci sono remore morali o pregiudizi etici che tengano. Salvo poi, come apprendisti stregoni, non saper più controllare le forze evocate.

Siamo di fronte a uno scenario che sembra degno della peggiore fantascienza, ma in realtà avanza a grandi passi nei più spregiudicati laboratori della ricerca. Fino a quando, come accaduto per ogni tecnologia, arriverà il momento in cui il transumanesimo ce lo ritroveremo così familiare da non accorgercene più e da non poter più ricordare com’era, prima, la vita in società. Eppure gran parte degli umani, per fatalismo o indifferenza, sembrano non preoccuparsi dell’imminente disfatta della specie. Resistiamo e resisteremo, noi “scimpanzé del futuro“.

Il Manifesto degli scimpanzé del futuro è un libro di Pièces et Main-d’Œuvre: una critica appassionata e radicale del transumanesimo, cioè del tentativo di riprogettare artificialmente le basi della condizione umana, superando i limiti biologici del corpo per poterlo “potenziare” e “migliorare”. Gli scimpanzé del futuro, nel mondo che tali tecnologie si apprestano a forgiare, saranno quelle persone che avranno voluto conservare la propria imperfetta umanità.

Pubblichiamo qui una traduzione ridotta di due interviste a Pièces et Main-d’Œuvre: Non viviamo più in democrazia ma in tecnocrazia di Alizé Lacoste Jeanson (ALJ) per “Le Comptoire” e Il transumanesimo: una logica di guerra applicata all’evoluzione di Edouard V. Piely (EVP) per Sciences Critiques.

ALJ. Nell’introduzione al vostro “Manifesto degli scimpanzé del futuro” ricordate che il transumanesimo non è che un nuovo nome per l’eugenetica. Ma mentre l’eugenetica che prende avvio agli inizi del XX secolo si traduceva negativamente nell’eliminazione di coloro che “compromettevano” una certa idea della specie o di un gruppo umano, l’eugenetica del XXI secolo si traduce, in positivo, nel potenziamento biologico di chi ne ha i mezzi e la volontà, contro quelli che accettano di rimanere semplici esseri umani. Potete dirci qualcosa in più su questa filiazione?

Dal XVIII secolo, con la volontà di farsi «signori e proprietari della natura», la tentazione eugenetica assilla le scienze della vita. Dapprima su modello della selezione animale, ovvero conservando i migliori esemplari della specie. Francis Galton, cugino di Darwin e precursore della biometria, inventa il termine “eugenetica” nel 1883, scalzando la terminologia usata in precedenza (“ominicoltura”, “aristogenia” ecc.). È lui che introduce la matematica nella biologia e nello studio delle popolazioni, per individuare legge statistiche e piste di “miglioramento” della specie.

Promossa da numerosi scienziati e ideologi di tutti gli schieramenti politici, l’eugenetica praticata dagli Stati democratici prima della Seconda guerra mondiale (in particolare Stati Uniti e Svezia) riflette una volontà di razionalizzare la gestione del capitale umano. Ma svela anche, come nel nazismo e nello stalinismo, il desiderio di creare un uomo nuovo, degli «esseri simili a dèi» secondo il genetista americano Hermann Muller nel 1935.

Julian Huxley (fratello di Aldous), biologo eugenista, evoca l’eugenetica come «parte integrante della religione dell’avvenire». Se il culto del progresso sostituisce i dogmi religiosi, il registro resta però lo stesso: fede e sacralità. Le fantasie di auto-divinizzazione, presenti nell’immaginario dell’umanità da millenni, prendono forma concreta con le conquiste scientifiche, nutrite dal desiderio di onnipotenza. Huxley non rinuncia al progetto eugenetico, nonostante la sua messa in pratica da parte dei nazisti e il conseguente problema d’immagine. Si comporta come ogni pubblicitario in casi simili: conserva la cosa ma le cambia il nome. Riprendendo la pista aperta dal suo amico, il gesuita tecnolatra Pierre Teilhard de Chardin, propone nel 1957 di chiamare “transumanesimo” il controllo dell’evoluzione attraverso mezzi scientifici.

Gli attuali transumanisti hanno adottato sia il nome che l’idea. Assicurano, come fa uno dei pionieri del movimento negli Stati Uniti, Ray Kurzweil, che «la tecnologia è la continuazione dell’evoluzione con altri mezzi». In altre parole: chi gestisce la tecnologia, gestisce l’evoluzione. La tecnocrazia, classe dirigente del tecno-capitalismo, ha il controllo e il possesso delle macchine e dei mezzi – il termine greco mekhanê indica entrambe le cose – per orientare la futura storia umana secondo i suoi desideri di onnipotenza: “potenziare” le capacità fisiche, intellettuali e morali, sopprimere la vecchiaia e la malattia, allontanare indefinitamente l’età della morte di coloro che avranno i mezzi e la voglia di rinunciare alla loro umanità.

Ecco sorgere di nuovo la tentazione eugenetica di discriminazione tra i superiori (ovvero i “potenziati”) e gli inferiori, cioè chi non vorrà o non potrà ibridizzarsi con le macchine. Il cibernetico inglese Kevin Warwick lo ha riassunto in una frase: «Coloro che decideranno di rimanere umani e rifiuteranno di potenziarsi avranno un serio handicap. Costituiranno una sotto-specie e saranno gli scimpanzé del futuro» (Libération, 12 maggio 2002). Oltre a questo obiettivo comune, la filiazione degli attuali transumanisti dalla tradizione eugenetica si vede anche da uno dei mezzi previsti per raggiungere lo scopo: la riproduzione artificiale e controllata dell’umano, con manipolazioni genetiche per partorire bambini su misura, o «concepimento umano cosciente» secondo l’espressione del ricercatore transumanista americano Gregory Stock. Ancora un nuovo nome per l’eugenetica.

ALJ. Il «concepimento umano cosciente» è stato difeso anche dal transumanista Bernard Lafargue a Bordeaux nel 2017: secondo lui le razze che si riproducono al loro interno sono vulnerabili (e quindi destinate a scomparire); bisognerebbe dunque «concepire in maniera razionale». Ciascuno porta una «responsabilità» nella perpetuazione della specie e chi decidesse ancora di sottoporre la gravidanza alle leggi del caso rasenterebbe l’incoscienza. Insomma: per restare umani bisogna artificializzarsi…

Lo sragionamento di Lafargue ha un precedente famoso, quello del luogotenente William Calley, responsabile del massacro di My Lai nel 1968 in Vietnam, che disse in sua difesa: «per salvare il villaggio siamo stati costretti a distruggerlo». Il «concepimento razionale» non nasce con Bernard Lafargue. In molte specie animali la femmina sceglie con cura il compagno con cui accetta di unirsi, di riprodursi e di mescolare i geni. Anche tra i popoli primitivi stupirebbe non trovare tracce di queste preoccupazioni biologiche nella selezione dei rispettivi partner. Mi farà lui, mi farà lei, dei buoni bambini? Sarà lui, sarà lei, capace di nutrirli, educarli, proteggerli fino alla loro maturità?

I vari geni si sono così trasmessi e mescolati di generazione in generazione, compresi quelli dei Neanderthal, contribuendo alla diversità e alla buona salute genetica della specie. Quello che è un «cattivo gene» in un certo luogo e una certa epoca, può talvolta rivelarsi prezioso, se non necessario, altrove e più tardi. Non si butta niente, potrebbe servire. La natura, con il suo mescolarsi variabile di caso e necessità, ci ha progettati fin qui in maniera del tutto razionale, sebbene tale razionalità sfugga al sig. Lafargue.

Scusate la banalità, ma l’uomo, «animale politico» (Aristotele) presenta già un doppio carattere: naturale rispetto alla nascita, artificiale in quello che socializza con i suoi simili. Natura innata e cultura acquisita. L’epiteto “politico” precisa e modifica il sostantivo “animale” al quale si riferisce. Questo animale politico non è però un insetto sociale. Quel che vuole Lafargue, e molti altri prima di lui, è l’abolizione dell’uomo individuale a vantaggio dell’individuo collettivo: l’alveare, il vespaio, il formicaio, il termitaio. È l’asservimento totale degli individui agli interessi della società, sottomessa a un implacabile funzionamento meccanico.

La riduzione dell’uomo a puro prodotto sociale, e anche scientifico, che sarebbe lecito trattare come una macchina – manipolazioni genetiche – in funzione di supposti interessi di specie, sfocia nella fabbricazione di bambini macchina, mutilati della loro metà animale, della loro nascita animale. Questi bambini macchina non nascono liberi, non hanno in se stessi il loro scopo; sono dei mezzi in vista di uno scopo deciso dai loro progettisti. “Mezzi” e “macchine” sono qui sinonimi, quasi intercambiabili.

Si tratta dunque di distruggere l’umano per salvare l’umano; paradosso che mette a proprio agio gli amanti della falsa profondità e della pseudo-complessità che i dipartimenti di scienze umane producono in massa. Attenzione alle tesi e ai libri che ci pioveranno addosso!

ALJ. Sembra che abbiamo recentemente attraversato un nuovo stadio della riproduzione artificiale e progettata dell’umano, da quando nel marzo 2017 è stata annunciata la nascita dei primi esseri viventi (agnelli) a partire da un utero artificiale all’ospedale pediatrico di Filadelfia. Con la giustificazione di voler migliorare le possibilità di sopravvivenza dei neonati fortemente prematuri, si utilizzano tranquillamente i mezzi per fabbricare degli esseri viventi dalla A alla Z, come temeva Aldous Huxley ne “Il Mondo nuovo”. Nella galassia transumanista c’è questa tentazione di utilizzare la salute o il progresso umano per giustificare i propri deliri di onnipotenza?

Per i nemici del vivente e i transumanisti, l’utero artificiale, come la produzione in vitro di gameti “artificiali” a partire da cellule staminali, permette di affrancarsi dalla carnalità della riproduzione, che li disgusta. Per qualcuno l’utero è un «antro oscuro e pericoloso» e, come dicono i Mutanti (www.lesmutants.com) le donne «non faranno niente nella vita finché avranno un utero». Soprattutto, queste tecnologie promettono di avere bambini su misura, conformi al desiderio dei loro committenti, che è innanzitutto desiderio di potenza. Quando il transumanista Nick Bostrom desidera che «la somma delle nostre scelte risulti nella nascita di una certa persona piuttosto che di un’altra», esprime apertamente la volontà di potenza ultima: decidere di un essere umano. Viene da pensare al Frankestein di Mary Shelley. Gli inumani vogliono sia la soddisfazione egoista dei propri desideri sia la razionalizzazione totale nella gestione del capitale umano: i loro scenari coniugano le due cose.

Non sorprende che questo progetto totalitario si nasconda dietro virtù umanitarie e mediche. Ricordiamoci che gli OGM dovevano eradicare la fame nel mondo privatizzando le sementi. Il biogerontologo transumanista Aubrey de Grey, «per evitare inutili dibattiti», invita i suoi colleghi a non parlare di uomo “potenziato”, di immortalità e neanche di transumanesimo, ma ad assicurare che il loro scopo è soltanto proseguire l’opera dei medici. Altrettanto cinica, l’ex deputata e vicesindaca di Grenoble, Geneviève Fioraso, ex ministra della Ricerca, raccomanda di far testimoniare le associazioni di malati in caso di opposizione alle necrotecnologie: «la salute è incontestabile».

Si vede la manipolazione grossolana. Tutti comprendono che curare e riparare non ha nulla a che vedere con programmare e potenziare. Avere degli occhiali non è equivalente all’innesto di lenti intraoculari connesse in rete. L’amputazione volontaria di un membro rimpiazzato da protesi più performanti non ha niente a che vedere con la salute. La fabbricazione di umani geneticamente modificati per evitare le malattie supera la dimensione sanitaria: si tratta di programmare una vita pretendendo di sopprimere ogni rischio. Ci sarebbe molto da dire sulla concezione tecnica e meccanicistica della medicina, che si vanta delle sue imprese high tech disprezzando tanto gli umani quanto la prevenzione delle malattie, in particolare delle epidemie industriali o “malattie della civilizzazione”. È più gratificante per un neurochirurgo impiantare dei nanoelettrodi nel cervello di un parkinsoniano piuttosto che attivarsi per l’abolizione dei pesticidi e di altre sostanze neurotossiche.

Ci viene talvolta rimproverato di «gettare il bambino con l’acqua sporca», espressione che a ben vedere significa che «non tutto il male viene per nuocere». Ovvero: gli inumani preparano certamente una società totalitaria ed eugenetica, ma se noi, futuri superflui, possiamo guadagnarci delle briciole, è sempre meglio di niente… Contro questo spirito di resa, noi difendiamo un progresso sociale e umano che rafforzi in ciascuno la capacità di affrontare i casi della vita e porti a saper badare a se stessi, individualmente e collettivamente, contro la dipendenza dalla tecnologia. In materia di salute, come per molte altre cose, soffriamo innanzitutto di spossessamento. Dobbiamo riappropriarci della cura della nostra salute come di tutti gli aspetti della nostra vita, oppure abdicare la nostra dignità umana davanti alla macchina e ai suoi macchinisti transumanisti.

ALJ. La perdita delle capacità individuali e collettive che avete ricordato è raramente percepita così chiaramente dai nostri fratelli e sorelle umani. In che misura l’invisibilità della dipendenza dal regno della tecnologia è imputabile agli “esperti” mediatici che, investiti dal potere della Scienza, tentano di far passare le loro opinioni come verità?

La cecità di fronte allo spossessamento viene da una convinzione ben precedente all’influenza degli esperti: quella nel progresso scientifico e tecnologico generatore di progresso sociale e umano. La controversia risale alle premesse della modernità. Dopo Bacone nel XVII secolo e il suo programma di controllo tecnico della natura per ampliare i limiti dell’Impero umano e realizzare tutte le cose possibili (La Nuova Atlantide), gli Illuministi hanno dibattuto circa i mezzi della perfettibilità umana. Poi, sulla scia degli umanisti del Rinascimento, Rousseau ha difeso la perfettibilità in termini morali, politici e sociali: l’educazione, il contratto sociale, l’emancipazione dal giogo religioso permetterebbero il progresso, inteso come progresso sociale.

Al contrario, l’ingiunzione cartesiana di farsi «signori e possessori della natura» genera una visione scientifica e tecnica della perfettibilità: quella dell’uomo che si migliora modificando il suo substrato naturale, biologico. È la posizione di Condorcet che immagina «un tempo in cui la morte sarà effetto o di un accidente straordinario o della distruzione sempre più lenta delle forze vitali; e alla fine la durata dell’intervallo medio tra la nascita e questa distruzione non avrà un termine prevedibile» (Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano).

Delle due idee di perfettibilità umana, è la seconda ad aver trionfato, interiorizzando la correlazione tra progresso tecnico-scientifico e progresso sociale e umano. In realtà il solo progresso evidente e qualificabile è quello della potenza risultante dall’accumulazione delle conoscenze. Ma questa perpetua accumulazione di potenza nelle mani di individui, di classi, di società che non sono né più saggi, né più giusti e migliori dei loro predecessori, non è altro che il progresso della morte. Al contrario, la bontà, l’arte, la saggezza non sono quantificabili, non “progrediscono”. Picasso non dipinge meglio dei pittori rupestri di Lascaux. Derrida e Lévinas non pensano meglio di Epicuro o del Cristo delle Beatitudini.

Le nostre megalopoli tecnologiche circondate da ambienti devastati non sono società né più felici né più giuste di quelle dei cacciatori raccoglitori o delle città antiche. Ma non importa. Chi critica il progresso è ormai un “reazionario”. Lungo questa china, le generazioni, una dopo l’altra, si sono lasciate spossessare dei loro saperi e dei loro saper fare, che sono stati sussunti dalla macchina, nell’idea che «non si può fermare il progresso». Ma a ogni tappa gli eredi di Rousseau – operai luddisti degli inizi del XIX secolo, poeti romantici, teorici radicali, personalisti francesi degli anni Venti, pionieri dell’ecologia – si sono opposti a questa deriva.

«Non si può fermare il progresso» è oggi espressione della rassegnazione di fronte alle minacce dell’intelligenza artificiale e dei processi di manipolazione genetica. La dipendenza dalla tecnologia non è più invisibile. Ciascuno vede, per deplorarlo o felicitarsi, a che punto la vita senza cyber-protesi diventi sempre più difficile. Sia per la costrizione, di fatto o di diritto, imposta dallo Stato (per iscriversi a un centro per l’impiego, fare la dichiarazione dei redditi, rilevare i consumi di elettricità, gas, acqua ecc.), sia per la crescente incapacità di vivere senza assistenza digitale.

E il solco si allarga tra coloro che hanno conosciuto la vita di prima, fuori dalla rete elettronica, e i più giovani, che considerano questi nuovi sistemi niente meno che il mondo stesso. Hanno ragione. Viviamo nella tecnosfera. I nostri maestri sono gli esperti che ci impongono la sola migliore soluzione tecnica possibile. Non viviamo più in democrazia, ma in tecnocrazia. La sfida per gli scimpanzé del futuro e per coloro che vogliono restare umani è di distruggere l’illusione che ci sia ancora spazio per la scelta e mettere a nudo la tirannia tecnologica. Se c’è una menzogna da far crollare è quella di un progresso naturale e non guidato. Oltre duecento anni dopo l’Illuminismo, gli umani di origine animale si oppongono agli inumani dall’avvenire macchinale.

EVP. In una vostra precedente opera, “Alla ricerca del nuovo nemico”, scrivevate: «Così come tutte le tecnologie hanno una doppia faccia, civile e militare, l’utilizzo civile dei laboratori militari ha per complemento la militarizzazione dei laboratori civili, i cui lavori vengono sfruttati dall’esercito, quando non lavorano direttamente per esso». A questo proposito, quali sono i legami tra il transumanesimo e il mondo militare?

L’inventario dei legami tra transumanesimo e mondo militare equivale a quello tra laboratori di ricerca ed esercito. Siamo tornati a più riprese sull’avidità dei militari in materia di tecnologie convergenti NBIC, in particolare quelle che sostanziano il progetto transumanista. Ed è evidente la falsa coscienza dei ricercatori che negano o occultano questi legami con l’esercito e l’industria per mantenere in piedi la finzione della “ricerca pura”, fondamentale e disinteressata, “al servizio dell’umanità”. Questo presuppone degli scopi e degli effetti concreti. Dobbiamo forse ancora parlare dei legami e delle compenetrazioni nel modello di lobby “scientifico-militar-industriale”, dove la scienza scopre, mentre esercito e industria sfruttano ai propri fini?

Fino alla Seconda guerra mondiale il personale civile e militare era separato e specializzato, anche se il controllo statale e le commissioni miste si accordavano sulle rispettive attività. Oggi questo personale presenta un alto grado di integrazione, omogeneità e intercambiabilità. Scienza, industria ed esercito non si presentano più come attività separate, ma come aspetti di un’unica attività alla quale le stesse persone possono lavorare, in tempi diversi o simultaneamente. Il ricercatore diventa dirigente d’azienda e consigliere o capo di un progetto militare. Il militare siede nei consigli di amministrazione di aziende e istituti scientifici, così come nelle commissioni pubbliche. Il manager, nonché scienziato, partecipa alle discussioni in materia di ricerche, tecnologie e innovazioni strategiche. Eric Schmidt, presidente esecutivo di Alphabet (casa madre di Google) è il nuovo direttore di Defense Innovation Board, interno al ministero della Difesa. Il transumanista esperto di robotica Ray Kurzweil, cofondatore dell’Università della Singolarità, è sia consigliere di Google che dell’esercito americano. Ecco la tecnocrazia.

Nella misura in cui l’esercito e l’industria condividono con i transumanisti la stessa ricerca dell’efficacia – performance, produttività, razionalizzazione tecnica, ottimizzazione ecc. – va da sé che soldati e lavoratori non saranno di certo meno potenziati degli altri uomini. La macchina militare integra di già, fin dal loro apparire, le più recenti innovazioni in materia di nanotecnologie, biotecnologie, informatica, intelligenza artificiale, robotica e genetica: esoscheletri, caschi “aumentati”, molecole che stimolano l’attenzione e la veglia, impianti, protesi connesse, nanomateriali, droni ecc. Gli apparati militare e industriale sono già macchine funzionali, razionali, efficaci. Lavoratori e soldati sono già uomini potenziati, ingranaggi funzionali, razionali, efficaci, élite e avanguardia del potenziamento umano.

Ma questo aumento di potenza dell’umanità macchina si paga al prezzo di una perdita di potere degli umani macchine, che saranno sempre più connessi, disciplinati e dipendenti dalla Grande Macchina per il loro funzionamento spersonalizzato.

Le interviste integrali:

  • Non viviamo più in democrazia ma in tecnocrazia, intervista di Alizé Lacoste Jeanson (Le Comptoire), aprile 2018, https://comptoir.org/2018/04/20/pieces-et-main-doeuvre-nous-ne-vivons-plus-en-democratiemais-en-technocratie
  • Il transumanesimo: una logica di guerra applicata all’evoluzione, intervista di Edouard V. Piely (Sciences Critiques), giugno 2018, https://sciences-critiques.fr/pmo-le-transhumanisme-une-logique-guerriere-de-levolution/

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