“Mezze Persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo”

La lotta contro le discriminazioni e per l’autonomia delle persone con disabilità nelle Marche e in Italia

Intervista di Vittorio a Elena e Maria Chiara Paolini (Rivista Malamente #12)

Le sorelle Elena e Maria Chiara Paolini sono formatrici e blogger (http://wittywheels.it), si occupano di giustizia sociale applicata alla disabilità e di disabilità in chiave femminista. Hanno da poco pubblicato il libro “Mezze Persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo” (Aut Aut, 2022), di cui vi consigliamo la lettura. Riproponiamo qui una loro intervista per Rivista Malamente di ottobre 2018.

Elena e Maria Chiara Paolini, Casa Madiba, Rimini, 2022

Incontro Elena e Chiara in un caldo pomeriggio estivo, nel centro di Senigallia; c’è movimento, tanti turisti e ragazzi in vacanza che passeggiano. Guardano con stupore e un po’ di imbarazzo le due ragazze che sto intervistando. Mi chiedo, cosa che ammetto di non fare quasi mai, di che tipo siano gli sguardi che ci accompagnano se ci spostiamo su una brandina elettrica o su una sedia a rotelle. La nostra identità sociale si costruisce sugli sguardi degli altri? Per queste ragazze non può essere così, ed è proprio la loro autonomia dalle idee e dai modelli dominanti a colpirmi come una doccia fredda. Per sederci sotto l’ombrellone del bar è necessario spostare tavoli e sedie ma soprattutto mettere da parte preconcetti e pregiudizi sulla disabilità. Mi ricordo in quel momento che Senigallia ha avuto in passato un validissimo attivista politico che aveva lottato contro la discriminazione verso la disabilità e contro il fascismo allo stesso tempo: l’anarchico Ottorino Manni, e sento un soffio di vento che rinfresca improvvisamente i pensieri e la voce. Abbiamo passato un’ora a parlare di molte cose, alcune di queste sono riportate in questa intervista che ci insegna, tra l’altro, come lottare per la propria libertà e autonomia sia prima di tutto una scelta interiore che, se è sincera, ci mette su un piano di affinità con altri e altre che vanno nella stessa direzione da biografie e storie molto diverse.

Come volete presentarvi? Quanti anni avete?

Chiara: Io ho 27 anni e lei (Elena) 22. Tutto quello che sappiamo sulla disabilità, sui movimenti per i diritti civili, l’abbiamo imparato autonomamente, ma abbiamo studiato tre anni a Londra dove io ho fatto un corso di arabo intensivo di un anno e mezzo e poi ho fatto ripetizioni, mentre Elena ha ottenuto la laura triennale in relazioni internazionali.

Cosa è e come è nato il movimento “liberi di fare”? Qual è la situazione a livello nazionale e regionale delle persone con disabilità grave? E quali sono le relazioni con gli altri movimenti e gli altri gruppi che organizzano rivendicazioni dei disabili o per i disabili?

Chiara: Il tutto è nato dalla lettera aperta sul diritto all’assistenza personale per le persone disabili che abbiamo pubblicato su Facebook nell’ottobre del 2017. Di solito si parla di questo argomento con dati e cifre, senza parlare dell’impatto che può avere sulla vita delle persone. La lettera partiva dalla situazione concreta di non avere assistenza o non tutta quella che servirebbe.

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Moro per sempre

Di Mario Di Vito

Un’immagine condannata a descriverci. «Brigate Rosse» e la stella cerchiata sullo sfondo. Davanti c’è Aldo Moro che stringe in mano una copia di Repubblica. Titolo: «Moro assassinato?». Lui guarda dentro l’obiettivo e l’effetto è lo stesso di tanti ritratti: sembra che ci stia osservando, quasi che ci segua con il suo sguardo.

È la stessa impressione, sia pure con un’altra foto, che ha Cossiga in Esterno Notte di Marco Bellocchio, che torna sul tema dopo Buongiorno, notte.

Solo un’impressione, quella di Cossiga? È la stessa cosa delle macchie sulla pelle che gli stavano venendo: lui le vedeva, gli altri non ancora. Capita che ti prendano per matto o per visionario solo perché hai capito tutto prima degli altri, perché vivi le situazioni in maniera diversa, le avverti come uno spiffero che si insinua e non passa. Non passa mai.

L’omicidio Moro (qui interpretato da un impressionante Fabrizio Gifuni) è il nostro omicidio Kennedy, uno di quei momenti che dividono la storia in un «prima» e in un «dopo». Nel nostro caso siamo nel cuore della notte della Repubblica, là dove tutte le trame sono nere ma il sangue è sempre rosso. E scende come la pioggia dal cielo, a ricordarci cosa eravamo, cosa non siamo stati capaci di essere e cosa non saremo mai.

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Antichi Piceni e Romani: una storia popolare di guerre, insurrezioni e rivolte

Di Joyce Lussu

Con questo testo di Joyce Lussu (da Malamente #25) facciamo un salto nella storia antica dei nostri territori. Lo abbiamo ripreso, riducendolo e adattandolo, dalla sua “Storia del Fermano”, pubblicata nel 1970 (prima da Lerici, poi da Marsilio editore): un libro che Joyce Lussu aveva pensato per le scuole superiori e che era stato accolto quasi come una provocazione verso il modo comunemente accettato di “fare storia”. È un racconto che ci parla dei nostri antenati sovrapponendo alla freddezza delle fonti la passione della ricerca, con il cuore dalla parte giusta, quella ostile ai potenti di ogni epoca.

Il territorio dei Piceni (Pangea Comunicazione)

Chi erano i piceni?

Non si sa bene quando arrivarono (le ipotesi variano dal X al VI secolo avanti Cristo) né da dove. Sembra però, da quanto è lecito ricostruire dai reperti archeologici e dagli scarsi documenti, che i piceni venissero dalla Sabina, probabilmente dalla zona di Rieti, in cerca di terre fertili da coltivare. Era usanza normale che gruppi si staccassero dalle tribù originarie per cercare nuovi insediamenti, quando nei vecchi la terra era troppo sfruttata o troppo aumentato il numero delle persone. Queste emigrazioni avvenivano in primavera, per avere il tempo di seminare i cereali nella nuova sede e non erano spedizioni militari conquistatrici, ma pacifiche trasmigrazioni di contadini, che si muovevano in lunghi cortei con le donne, i bambini, le mandrie e le greggi, con i carri colmi di suppellettili e di attrezzi, con i simboli degli dei protettori e le insegne che indicavano l’identità della tribù. Giovani armati proteggevano il corteo da eventuali ostilità della natura e degli uomini; ma si preferivano le terre non contestate e la trattativa e l’accordo con le tribù incontrate lungo il cammino. Quello che appare certo, è che l’immigrazione dei piceni non avvenne estromettendo con la violenza le popolazioni che abitavano la zona in precedenza, ma mescolandosi ad esse e allargando l’area delle coltivazioni.

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Noi umani, futuri superflui

Origini e prospettive del transumanesimo

Interviste di Le Comptoire e Sciences Critiques a Pièces et Main-d’Œuvre

Qui e seguenti: Will Ferreira

In un futuro non troppo lontano ci aspetta un cambio radicale dell’idea stessa che abbiamo di “essere umano”, perché chi gestisce la scienza e le macchine – la tecnocrazia – potrà configurare l’umano a suo piacere, tramite manipolazioni genetiche e fusione di corpo e tecnologia. La selezione delle caratteristiche del nascituro, soppianterà la gravidanza affidata al caso: non è questione di chiedersi “se” succederà, ma “quando” succederà.

L’ibridazione dei corpi con dispositivi elettronici (impianti, protesi, organi artificiali, interfacce uomo-macchina) è già in atto. Enfatizzata come accorgimento medico per fronteggiare malattia e vecchiaia, celebrata dal tifo nazionale per le prodezze e vittorie paraolimpiche, non maschera il suo scopo di fondo che è la gestione totale della vita. Sebbene, per l’essere umano potenziato, ciò che prima era “vita” si trasforma in mero “funzionamento”.

La nostra epoca è segnata dall’escalation dello sviluppo tecnologico, il cui incedere non è lineare ma esponenziale, con riduzione sempre più spinta del tempo necessario affinché nuove tecnologie riconfigurino il mondo. E se qualcosa può essere fatto, possiamo stare certi che verrà fatto. Non ci sono remore morali o pregiudizi etici che tengano. Salvo poi, come apprendisti stregoni, non saper più controllare le forze evocate.

Siamo di fronte a uno scenario che sembra degno della peggiore fantascienza, ma in realtà avanza a grandi passi nei più spregiudicati laboratori della ricerca. Fino a quando, come accaduto per ogni tecnologia, arriverà il momento in cui il transumanesimo ce lo ritroveremo così familiare da non accorgercene più e da non poter più ricordare com’era, prima, la vita in società. Eppure gran parte degli umani, per fatalismo o indifferenza, sembrano non preoccuparsi dell’imminente disfatta della specie. Resistiamo e resisteremo, noi “scimpanzé del futuro“.

Il Manifesto degli scimpanzé del futuro è un libro di Pièces et Main-d’Œuvre: una critica appassionata e radicale del transumanesimo, cioè del tentativo di riprogettare artificialmente le basi della condizione umana, superando i limiti biologici del corpo per poterlo “potenziare” e “migliorare”. Gli scimpanzé del futuro, nel mondo che tali tecnologie si apprestano a forgiare, saranno quelle persone che avranno voluto conservare la propria imperfetta umanità.

Pubblichiamo qui una traduzione ridotta di due interviste a Pièces et Main-d’Œuvre: Non viviamo più in democrazia ma in tecnocrazia di Alizé Lacoste Jeanson (ALJ) per “Le Comptoire” e Il transumanesimo: una logica di guerra applicata all’evoluzione di Edouard V. Piely (EVP) per Sciences Critiques.

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Tesi sull’età atomica

Di Günther Anders

Philipp Igumnov, collage 2021

La guerra tornata in Europa ha riaperto, sul terreno ma anche nel nostro immaginario, scenari di distruzione con cui non avremmo più voluto fare i conti. Incautamente fiduciosi nella razionalità umana abbiamo a lungo ricacciato nell’impensabile il pericolo rappresentato dalla minaccia di una guerra nucleare. Ora, invece, torna a balenare insidioso un pensiero: che questa guerra possa essere l’ultima, che questa era – l’era della possibile autodistruzione completa del genere umano – vada a compiersi. Superare quella soglia che credevamo, non si sa a quale diritto, invalicabile, appare giorno dopo giorno un’opzione tra le altre.

In aprile la Commissione europea ha attivato le “riserve strategiche”, nell’ordine di circa 550 milioni di euro, per fronteggiare prossime minacce di radiazioni nucleari (oltre che chimiche, biologiche e radiologiche). Pensare realisticamente all’eventualità, se non di un conflitto nucleare, comunque di azioni intenzionali che possano produrre fughe radioattive, non è più un tabù, tanto che si preparano personale e attrezzature per la decontaminazione.

Anche ponendo che nessun governante voglia effettivamente arrivare alla situazione in cui non ci saranno vincitori, non si può escludere l’intervento inaspettato del fattore “caso” – una mossa azzardata, un errore, un cortocircuito nelle decisioni – che può dare il via al primo colpo innescando una spirale di automatismi in cui la volontà dei singoli manovratori viene scavalcata dagli eventi e dalla necessità tecnica.

L’esistenza stessa delle armi di distruzione di massa, e il fatto che la bomba atomica non è un’ipotesi di scuola ma sia già stata usata, dovrebbe portarci a pensare seriamente alla condizione umana a partire dalla possibilità della sua estinzione. Sta a noi lottare affinché l’apocalisse non abbia luogo e per far questo ci vuole anche “il coraggio di aver paura”: quella paura adeguata all’enormità del pericolo, che è segno di consapevolezza, è strumento di conoscenza della realtà e come tale ci spinge a non rinchiuderci in disperata attesa ma a “uscire sulle piazze”.

Pubblichiamo a questo proposito un testo attorno al quale la riflessione non è mai abbastanza: le Tesi sull’età atomica, scritte dal filosofo Günther Anders nel 1960 (ne diamo una versione ridotta, il testo completo si può trovare in appendice al suo Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki, Einaudi, 1961; Linea d’ombra, 1995).

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La vita è un gioco, a punti

Di Captain Swing

Tutto è misurabile al giorno d’oggi. Le «rigogliosità non qualificabili» della vita – per dirla con Vaneigem – vengono tranquillamente incasellate, pesate e ricondotte alla loro «forma economica», la sopravvivenza. Tutto molto razionale ed efficiente. E così, se la giornata si compone di piccole azioni quotidiane, perché non scorporarle e attribuire loro un valore? Che ci si sia alzati dal letto col piede giusto o con quello sbagliato poco importa, purché le regole del gioco della vita siano chiare: una sequenza di punti da guadagnare, di classifiche da scalare, di bonus da ottenere ci aspettano là fuori. Quanto più ci si comporta bene e si adotta uno stile di vita sostenibile, tanto più aumenteremo il nostro punteggio.

Stiamo parlando dei wom, voucher digitali che rappresentano l’unità di misura con la quale si soppesa il valore sociale generato dalle azioni quotidiane degli individui, permettendo di premiare i comportamenti virtuosi (in attesa che le regole del gioco vengano implementate per punire i comportamenti viziosi, dissoluti, immorali, criminosi). Per ogni minuto di azione positiva si guadagna un wom. Il presupposto di partenza è che ci siano azioni individuali che generano delle “esternalità positive”, che hanno cioè un valore sociale, quantificabile. Queste azioni, opportunamente registrate, fanno guadagnare punti che poi, raggiunte certe soglie, possono essere spesi sotto forma di voucher nell’economia reale.

Dietro questo gioco c’è l’azienda Digit srl, spin-off universitario già sviluppatore di una pletora di soluzioni tecnologiche che quando va bene sono inutili ma molto più spesso veicolano una visione del mondo in cui la tecnologia ha già vinto la partita, ha già imposto la forma attorno alla quale si deve modellare la materia organica e all’essere umano non resta che asservirsi alla sua logica e alle sue modalità di relazione.

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Vita selvatica e anticonsumista di un contadino poeta

Intervista di Luigi a Felice (Rosario Colaci)

da Rivista Malamente #26 (set. 2022)

Felice abita nelle campagne maceratesi. La sua vita all’insegna della sobrietà ci indica come sentirsi appagati rinunciando al superfluo, come ricercare l’autosussistenza e l’indipendenza all’interno di una rete di relazioni genuine e di scambio reciproco. Felice ci ha accolto in casa per lavorare alle bozze di una sua raccolta di poesie – “Quando non zappo, a volte scrivo” – che abbiamo da poco pubblicato nella collana Voci delle Edizioni Malamente. Il testo che segue è frutto di quella chiacchierata primaverile, sulla base di un’intervista uscita nel 2009 sulla rivista “Lato selvatico”.

Raccontaci un po’ di te, di come sei arrivato a stabilirti in questa casa nelle colline marchigiane, al confine tra la campagna e il bosco…

La mia storia potrebbe forse cominciare da quando avevo sedici anni (adesso ho passato i sessanta) e vivevo in un paese del Salento vicino a Lecce. Allora frequentavo l’istituto tecnico commerciale, una scuola che non avevo scelto e che era proprio incompatibile con le mie capacità e i miei talenti: odiavo la matematica e mi piaceva l’arte. In quel periodo ci fu un primo cambiamento radicale nella mia vita, dovuto a delle riflessioni profonde sul suo senso e sulla piccolezza di noi esseri umani. Questi pensieri m’imponevano una presa di posizione. Non potevo, allo stesso tempo, rendermi conto di quanto ero minuscolo e di quanto l’esistenza umana fosse impermanente e, insieme, prepararmi a una vita di competizione, ostentazione, finzione e superficialità.

No, per me non valeva la pena, volevo una vita che fosse degna di questo nome, piena, sensata, per cui anche morire avesse un senso. Intuivo che le prospettive che mi si offrivano inserendomi nell’attuale società non potevano darmi tutto questo e tutt’al più sarebbero state un diversivo per evitare di affrontare questi pensieri. Mi si offrivano quindi due prospettive: fare finta di niente, evitare di pensare a queste cose, oppure cambiare e cercare quella “vera vita” che doveva pur esistere da qualche parte. Ho scelto la ricerca, l’inseguire il sogno impossibile, valeva la pena almeno provare. E così tre giorni prima di compiere diciassette anni sono andato via di casa.

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Un normale disastro di provincia

Di Vittorio

Fin dalla notte di giovedì 15 settembre in molti avevamo percepito la gravità della situazione. Insieme ai compagni e alle compagne delle Brigate volontarie per l’emergenza (BVE) che vivono a Senigallia avevamo discusso molte volte dell’eventualità di una nuova alluvione e di cosa fare per rispondere ad essa, ma a causa della scarsa preparazione tecnica e della mancanza di una relazione con il sistema comunale di Protezione civile poco abbiamo potuto fare se non allertare amici e vicini e tirare fuori gli stivali di gomma.

Nella notte il fiume Misa è esondato a più riprese. Alla mattina lo scenario era peggiore di quello dell’alluvione del 2014. La città era allagata in più punti, dal centro alle periferie. I paesi a monte vicini al fiume erano pesantemente colpiti, Arcevia e Barbara avevano molti ponti inagibili e grandi frane. I morti davvero troppi.

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Dalla Russia. L’Organizzazione di combattimento anarco-comunista

Intervista a un gruppo anarchico clandestino

Originale su: it.crimethinc.com

Traduzione di Nerofumo

Quando l’esercito russo ha invaso l’Ucraina alla fine di febbraio 2022, anarchici e altri manifestanti contro la guerra hanno sfidato le misure anti-protesta draconiane per scendere in piazza ed esprimere la propria opposizione. Nei mesi trascorsi da quando quelle proteste sono state represse, la resistenza all’invasione ha assunto nuove forme. Gli attacchi clandestini in tutta la Russia hanno preso di mira ferrovie, centri di reclutamento militare, veicoli appartenenti a fanatici pro-guerra e messaggi di propaganda dello Stato russo a favore della guerra.

Uno dei gruppi che promuovono questi attacchi è noto come Anarcho-Communist Combat Organization. Nella seguente intervista, parlano di come vedono i loro predecessori nella storia regionale dei movimenti anarchici, di come la situazione politica in Russia sia peggiorata a tal punto che è stato possibile reprimere i movimenti sociali e invadere l’Ucraina, e che tipo di organizzazione è possibile nelle condizioni attuali. Abbiamo anche chiesto loro di entrare nel dettaglio di alcuni dei protocolli operativi utilizzati, nel caso ciò fosse mai utile anche altrove, per gruppi anarchici costretti ad adottare strategie simili mentre la repressione statale si intensifica in tutto il mondo.

A quanto ci risulta, l’Anarcho-Communist Combat Organization gestisce varie pagine sui social media, mantiene un fondo per sostenere i gruppi che svolgono azioni dirette clandestine e aiuta a diffondere resoconti di queste azioni e informazioni sui prigionieri catturati. Raccontateci come vedete il lavoro di comunicazione social, poiché questo è il modo principale in cui molte persone vengono a conoscenza delle vostre azioni.

Da parte di alcuni compagni, abbiamo riscontrato critiche riguardo all’attività sui social media in quanto tale: si tratta di un flusso infinito di brevi messaggi, che non lascia alcun impatto nella mente dei lettori.

Consideriamo i social media una parte importante del nostro lavoro di comunicazione, inteso come sforzo per diffondere le nostre idee. La piattaforma che preferiamo è Telegram, poiché è meno censurata e offre un ambiente un po’ più culturale e politicizzato.

Allo stesso tempo, comprendiamo che i proprietari di qualsiasi piattaforma di social media, per non parlare dei fornitori di servizi, possono collaborare con l’apparato repressivo di qualsiasi Stato. Pertanto, è un principio importante per noi garantire l’anonimato nel nostro lavoro sui media. Utilizziamo un sistema operativo basato su Linux, che prevede la connessione a Internet esclusivamente tramite TOR. Questo vale anche per Telegram: lo usiamo solo in questo modo. Per registrare gli account necessari per la nostra attività utilizziamo numeri ed email anonimi e virtuali su riseup.net, che è il progetto nel campo della tecnologia internet di cui ci fidiamo di più. Consideriamo inoltre importante cancellare i metadati dei file multimediali: immagini, video e testi. Alcuni sistemi operativi basati su Linux ti consentono di farlo in due clic; con altri, è necessario installare programmi particolari. In ogni caso, è sempre essenziale farlo.

Sabotaggio sulla ferrovia che porta al 51° arsenale della Direzione missilistica e artiglieria del Ministero della Difesa della Federazione Russa, vicino a Kiržač

Uno dei vostri impegni è segnalare azioni dirette e simili in Russia. Come verificate i rapporti e le notizie che arrivano prima di condividerli?

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Diario di viaggio dall’Ucraina, luglio 2022

di Vittorio

Il Diario di viaggio dall’Ucraina, nella sua versione integrale, uscirà su Rivista Malamente #26 (settembre 2022): qui una breve ma significativa anticipazione.

Piazza principale di Bucha. Qui e seguenti: foto di Vittorio e BVE.

Durante la fine di febbraio 2022 molti avevano visto arrivare la tempesta, le centinaia di migliaia di soldati russi ammassati ai confini dell’Ucraina non potevano essere lì per un’esercitazione come recitavano le goffe veline dalla propaganda di Mosca. Purtroppo la comprensione del conflitto che andava avanti dal 2014 nel Donbass, e ancora prima quella delle tumultuose giornate di piazza Maidan a Kiev, era in Europa occidentale ristretta a un piccolo gruppo di cultori della geopolitica o di antifascisti convinti che avevano da tempo monitorato i preoccupanti sviluppi del neofascismo in quella zona del mondo. O, forse, lo strisciante senso di superiorità rispetto a una nazione ritenuta povera, patria di badanti e terra di nostalgie post-sovietiche ha impedito a molti di conoscerla e di capirla in tempo utile.

L’invasione del 24 febbraio 2022 ha portato la guerra in casa di tutti e tutte.

La rabbia e il sentimento di impotenza, ancora una volta, erano troppo forti per restare a guardare e così tra alcuni compagni e compagne della rete delle Brigate Volontarie per l’Emergenza ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa. Intervenire in un conflitto è rischioso e complesso soprattutto dal punto di vista delle relazioni con gli attori sul territorio: con chi si può parlare? Di chi ci possiamo fidare? Come non essere immediatamente arruolati da una delle parti in conflitto?

A marzo e aprile abbiamo fatto tre viaggi dall’Italia, piccoli ma significativi, con beni di prima necessità raccolti grazie alla solidarietà popolare e siamo riusciti a portare in Italia una decina di rifugiati che avevano chiesto un passaggio sicuro

A luglio siamo tornati e ci siamo messi in ascolto delle voci e delle azioni, che parlano da sole, di numerosi compagni e compagne che sebbene siano una minoranza mantengono con coraggio posizioni visibili e attive in una società sempre più militarizzata. Operation Solidarity, Solidarity Collectives, Helping War Victims, Social Movement, Commons Ukraine, iniziative femministe, subculture LGBTQ o punk hardcore, sono solo alcune delle voci che abbiamo conosciuto e che raccontano un’opposizione sociale viva e creativa, anche se minoritaria in una società sconvolta dal neoliberismo e poi dalla guerra e dal nazionalismo.

Qui di seguito l’intervista a Sergey Movchan di Solidarity Collectives, attivista nel monitoraggio dell’estrema destra in Ucraina e Russia – Kiev, 9 luglio 2022.

Ragazze fanno la spesa a Irpin

VITTORIO      Cosa pensi della situazione dell’estrema destra in Ucraina? La percezione che abbiamo in Europa è che l’estrema destra stia alla testa della resistenza alla Russia. Qualche volta l’estrema destra è ben visibile, come nel caso della resistenza di Mariupol, e per questo motivo per i compagni in Europa è molto difficile dare un sostegno all’Ucraina contro l’invasione perché le cose sono complicate dalla pregiudiziale antifascista. Puoi dirci la tua opinione sul ruolo politico e sociale dei gruppi fascisti, prima e durante questa guerra?

SERGEY         Prima di tutto dobbiamo scavare un poco nella storia. Prima del 2014, prima della rivolta di piazza Maidan, l’estrema destra non era molto forte, era soltanto una delle tante forze nelle strade. Sebbene avessero alcuni membri in parlamento, cosa che non hanno ora, erano comunque marginali nella società. Dopo Maidan la situazione è cambiata. Quello è stato davvero un palcoscenico per loro e sebbene non fossero la maggioranza dentro Maidan erano però ben organizzati e preparati per la violenza ed è questo il motivo per cui le organizzazioni di estrema destra sono diventate molto popolari. Quando la guerra in Donbass è iniziata, e dopo l’occupazione della Crimea, i fascisti hanno formato i battaglioni volontari: Aidar, Donbass, Azov etc. e sono diventati i veri eroi della guerra, ricevendo molte attestazioni di popolarità perché erano stati anche i leader di Maidan.

L’esercito era debole e i battaglioni di volontari sono diventati presto gli eroi di quella guerra. I nazionalisti per anni hanno ripetuto che la Russia era il nemico e quando questa ha di fatto annesso la Crimea e poi il Donbass il loro discorso ha ricevuto una legittimazione. Il problema non riguarda solo questi partiti di estrema destra, ma il fatto che l’ideologia mainstream sia diventata una versione soft del nazionalismo. Questa è stata una vittoria della destra perché sono stati capaci di influenzare l’agenda pubblica verso il nazionalismo e hanno silenziato le voci che erano contro di esso. Queste contraddizioni naturalmente ancora esistono, così come esistono differenze tra l’Ovest e l’Est dell’Ucraina. Questa dunque è stata la loro vittoria ma allo stesso tempo anche una sconfitta.

Nei pressi dell’aeroporto internazionale Antonov di Kiev-Hostomel

VITTORIO      Come si relazionano gli antifascisti con le forze militanti della destra come Azov e Pravy Sector e con i valori del nazionalismo e patriottismo che si stanno diffondendo nella società?

SERGEY         Possiamo vedere un consenso verso questi valori nei media, ma non nel paese. Il battaglione Azov è diventato un eroe della guerra 2014-2015 in Donbass, ma in seguito è stato spostato dal fronte e prima di questa guerra c’erano rimaste solo due unità politicizzate nell’esercito ucraino. Una è Pravy Sector che come progetto politico è totalmente fallito ed è uno spazio vuoto. Di fatto non possono diventare un partito politico rispettabile e non possono nemmeno avere l’egemonia nelle strade perché Azov ha preso il loro posto. Così visto che hanno perso tutto si sono anche divisi, benché esistano ancora e abbiano un battaglione di volontari nell’esercito ucraino. Quando il battaglione Azov ha creato un partito politico, i suoi capi hanno lasciato l’esercito e hanno iniziato una carriera politica fondando il movimento Azov e il Corpo Nazionale. Il battaglione Azov negli anni è diventato sempre meno politicizzato e ha smesso di esprimere delle rivendicazioni politiche. Sebbene sia diventato un simbolo dell’estrema destra, ha arruolato molte persone ordinarie, cioè persone con idee nazionaliste e patriottiche ma non naziste. Questa è la mia analisi e su di essa c’è un certo consenso tra i ricercatori che si occupano di estrema destra in Ucraina, puoi trovare delle analisi simili anche nel libro di Michael Colborne su Azov[1].

VITTORIO      Come interagite con loro?

SERGEY         Non abbiamo punti di contatto con loro. Loro non agiscono nelle strade, hanno le loro basi e posti dove svolgono attività militare. Noi abbiamo conflitti con il Corpo Nazionale e con il movimento Azov, entrambi hanno collegamenti tra loro ma anche autonomia di azione. La più grande minaccia per il movimento LGBT e per le persone di sinistra sono queste organizzazioni. I membri del Corpo Nazionale attaccano gli avversari politici del momento, che oggi sono gli attivisti pro-russi. Oggi non sono così interessati alla violenza politica e al conflitto ideologico con noi semplicemente perché non vedono la sinistra come un avversario, siamo fin troppo piccoli per loro. Il problema è che loro hanno delle sedi in ogni regione dell’Ucraina e coinvolgono i giovani: se vai a una manifestazione del Corpo Nazionale troverai tanti giovani, persino dei bambini. Questo è appunto un problema. In alcune provincie i loro spazi sono gli unici posti dove puoi fare qualche attività sociale. Sono attraenti, organizzano allenamenti, corsi sportivi, tornei, club di lettura, ti portano a Kiev a fare gli scontri con la polizia e tutto questo è molto fico quando sei giovane.

Prima della guerra, quando c’era solo la minaccia del conflitto, molte persone non pensavano che la Russia ci avrebbe veramente attaccato, mentre Azov ha iniziato a costruire delle infrastrutture e ad addestrare i civili, organizzandosi, così ci siamo trovati con il battaglione Azov a Mariupol e il Corpo Nazionale nella Difesa Territoriale. Hanno organizzato le loro unità come ogni altra organizzazione politica ha provato a organizzare le proprie: noi abbiamo costituito il battaglione Anti-autoritario. Questo è uno dei motivi per cui ti ho detto che la guerra del 2014 è stata molto più vantaggiosa per la destra rispetto a questa. Oggi sono solo una forza tra tante altre e devono competere con molti altri su questo terreno, perché tutti hanno i propri combattenti: la sinistra, il movimento LGBT, le femministe, gli anarchici, i liberali, tutti. Azov è sicuramente più grande in termini di numeri ed equipaggiamento ma non è la stessa organizzazione di prima.

Nella Difesa Territoriale penso che invece Azov abbia molte persone. A Kharkiv dove sono sempre stati molto forti hanno due unità della Difesa Territoriale, un battaglione è formato da cento persone. Certo noi non abbiamo un battaglione femminista, ma abbiamo persone del movimento LGBT in qualche battaglione, magari sono dieci persone però sono presenti. Perché la destra è così visibile? Perché sanno promuovere la propria immagine.

Giochi di guerra a Irpin

VITTORIO      La resistenza di Mariupol è stata molto importante nello spazio mediatico, quale è stato il ruolo di Azov nello sforzo militare?

SERGEY         C’erano tante persone in più a Mariupol, prima di tutto i marines ucraini che erano la forza militare principale. Azov sicuramente era importante e molte persone lo sostenevano. Ho visto persone del movimento femminista o LGBT esporre la runa del wolfsangel nel proprio avatar su internet per mostrare sostegno alla resistenza di Mariupol, non perché sostengano l’ideologia che c’è dietro ma perché sostenevano chi si stava difendendo.

La situazione con l’eredità di Bandera[2] è la stessa che riguarda i simboli del nazionalismo. Bandera è diventato un simbolo della lotta anticoloniale Ucraina contro la Russia e un sacco di persone con idee progressiste dicono che se la Russia insiste a dire che siamo tutti “banderisti” beh allora… “siamo tutti banderisti!”. Per questo Bandera è diventato un’icona della lotta ucraina, ma questo non significa che le persone che lo prendono per un eroe conoscano o sostengano le sue idee. Questo tuttavia è un vero problema, non puoi ad esempio prendere Mussolini come simbolo e buttare via le sue idee, comunque ti porterai dietro qualcosa. Così pensare che Bandera sia un eroe è un errore. Adesso però è così e addirittura alcuni compagni usano la sua bandiera rossa e nera con le bande orizzontali. Attualmente non c’è una vita politica pubblica in Ucraina, nessuno ti chiede chi sei; se difendi lo Stato dall’invasione russa vai bene a tutti. Naturalmente la vita politica ricomincerà e già vedo i primi tentativi di fare politica, ma tutt’ora la principale differenza è se sei pro-Russia o pro-Ucraina e nessuno prende in considerazione la tua ideologia.

VITTORIO      Dopo aver ascoltato la tua spiegazione da un punto di vista antifascista vediamo una competizione militare che sta andando avanti sotto la guerra; c’è una guerra contro la Russia ma c’è anche un conflitto interno, quale dovrebbe essere la posizione degli antifascisti in Europa?

SERGEY         Avremo una vita politica in futuro, ma la maggior parte degli antifascisti pensa che se l’Ucraina vincerà la guerra l’estrema destra avrà ancora più potere. Dal mio punto di vista la situazione è davvero diversa. Se l’Ucraina vincerà la guerra, o comunque farà un buon negoziato, questa sarà la vittoria di Zelensky: lui non è un nazista, vuole vendere i suoi spettacoli anche in Russia (ride), vede l’Ucraina come un paese multiculturale, adesso si atteggia a patriota ma nella sua vita privata parla russo come la sua famiglia e tutti i suoi amici. In caso di vittoria avrà l’amore del popolo e diventerà di nuovo popolare per un po’. Aveva perso tutta la sua popolarità e solo grazie alla guerra l’ha recuperata. Diventerebbe un eroe. Ma se Zelensky e l’Ucraina perderanno la guerra o accetteranno un cattivo negoziato avremo la nascita di un revanscismo, di un movimento contro la capitolazione e ovviamente questo movimento verrà guidato dai fascisti. Ci sarà anche Poroschenko ma in prima linea ci saranno il Corpo Nazionale, Pravy Sektor, il partito Svoboda e l’estrema destra diventerà ancora più forte.

Graffiti nazisti su un posto di blocco a Kiev

VITTORIO      Come possono aiutare l’Ucraina gli antifascisti?

SERGEY         Secondo me, e io non sono affatto un patriota, la vittoria dell’Ucraina è una questione di vita o di morte. Vivere sotto l’occupazione russa è una follia, è il terrore. Parlo con i miei compagni che sono nei territori occupati, ho informazioni da compagni che sono nella regione di Kherson e di Zaporija: la vita sotto occupazione non significa pace, bensì morte, violenza, torture, disastro economico e naturalmente terrore politico. L’Ucraina è un paese molto più libero in confronto alla Russia, per quanto riguarda il diritto a manifestare, le leggi sul genere etc., e per noi questa è una questione esistenziale. Sotto il potere russo verremmo tutti repressi.

Se parliamo in generale, se parliamo di tattica, quello che stiamo facendo adesso è molto importante per la futura esistenza di un movimento di sinistra perché, come ho già detto, nel 2014 l’estrema destra è riuscita a presentarsi come l’unica capace di difendere l’Ucraina e ci dicevano «dove eravate quando stavamo lottando per voi?». Adesso non possono dirlo e ogni giorno che stiamo a combattere in prima linea o facciamo dei convogli umanitari e portiamo qualche aiuto – non soltanto ai nostri compagni ma anche alle unità della difesa territoriale, alle persone che hanno perso le loro case – stiamo dando il nostro contributo alla nostra esistenza. Senza questo sforzo non c’è nessun futuro per gli antifascisti in Ucraina.

Comunque non vedo un futuro luminoso per noi. Le idee di sinistra non sono molto popolari da queste parti, ma se non facessimo queste scelte non potremmo proprio esistere. Quindi vedo che il nostro lavoro di volontari e comunicatori è a volte più importante di quello dei combattenti; in questo modo riusciamo a diffondere le nostre idee e a essere visibili non solo tra la nostra gente di sinistra ma anche nella società più in generale. Molti hanno iniziato a conoscerci. Domani andremo a incontrare alcuni sindacalisti a Kryvyj Rih. Si tratta dei classici operai di fabbrica, maschi e rudi, che sono diventati nostri contatti solo grazie alle azioni di solidarietà. Naturalmente senza l’aiuto dei compagni europei tutto questo e persino l’esistenza di una Ucraina anti-autoritaria non sarebbero possibili. Potrei dire che grazie a voi abbiamo un futuro.

VITTORIO      Avete dei contatti con dei compagni in Russia in questo momento?

SERGEY         Sì abbiamo dei contatti, conosco però alcuni compagni che odiano i russi e non vogliono avere nessun contatto. Alcuni pensano di essere di sinistra ma nella realtà sono degli etno-nazionalisti. Io continuo a parlare con i compagni in Russia anche se alcuni sono emigrati. Ho buoni contatti con gli organizzatori del canale Telegram antifa.ru[3], con loro stiamo continuando a lavorare sul monitoraggio del movimento di estrema destra, perché molti fascisti russi che erano contro Putin sono venuti in Ucraina e si sono uniti ad Azov o ai Corpi Nazionali. C’è stata una rottura nell’estrema destra russa: i monarchici, i conservatori e i tradizionalisti sostengono le repubbliche separatiste, mentre i nazisti, per la maggior parte, sostengono l’Ucraina perché avevano dei collegamenti tramite le subculture musicali e calcistiche. Anche i russi hanno dei nazisti che combattono al loro fianco, ad esempio è molto attivo in Donbass il gruppo Rusich, fatto di fanatici assassini, avranno una consistenza di almeno trenta persone.[4]

Bucha, protesta dei residenti per la ricostruzione

VITTORIO      Cosa pensi dell’indipendentismo nel Donbass in termini di antifascismo? Ci sono veramente delle repubbliche socialiste laggiù?

SERGEY         Ovviamente non è vero, non hanno niente a che fare con il socialismo. Le repubbliche del Donbass sono dei governi fantoccio controllati totalmente dalla Russia. Fino al 2015 c’erano alcuni signori della guerra con delle idee, la Russia li ha uccisi e adesso ha il controllo totale. Il principale signore della guerra, Mozgovoy, e il battaglione Prizrak non sono affatto di sinistra; se pensi che il partito comunista in Ucraina o in Russia siano di sinistra ti sbagli. Sono dei conservatori con la nostalgia del socialismo e questo è l’unico ingrediente che li unisce alla sinistra.[5] La situazione economica da quelle parti è molto negativa. In questi otto anni abbiamo avuto il problema che l’Ucraina non ha dato informazioni sulle perdite nel conflitto, questo è un tabù e per gli indipendentisti il numero di vittime è l’elemento principale della loro mitologia, ma nel 2021 sai quante vittime ci sono state in Donbass? Quindici persone… il conflitto è iniziato con 5.000 morti nel 2014 ma poi c’è stato un decremento sostanziale.

All’inizio il movimento ha iniziato a chiedere la federalizzazione, in Ucraina molte persone pensano che conquistare il Donbass fosse il piano dei russi fin dal principio. Io non sono d’accordo. Il conflitto è stato iniziato dalle élite locali che avevano perso il potere e hanno cercato di sostenersi appoggiando le idee separatiste a favore della Russia. Abbiamo avuto più di un milione di sfollati che hanno lasciato il Donbass, persone pro-Ucraina, dunque non è stato come nel caso della Crimea dove effettivamente la maggior parte degli abitanti sostiene la Russia. Quando le forze speciali russe hanno catturato Sloviansk nel 2014 abbiamo assistito a una escalation nella guerra. La Russia ha agito sotto la pressione della situazione e ha iniziato a sostenere le richieste di indipendenza ma inizialmente, secondo me, mirava a creare e mantenere un’area di instabilità in Ucraina.

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[1] Michael Colborne, From the fires of war: Ukraines Azov Movement and the global far right, Columbia University Press, 2022; il libro rappresenta a oggi lo studio più approfondito sulla destra neofascista in Ucraina.

[2] Stepan Bandera (1909-1959) è stato un politico ucraino di estrema destra fondatore dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini e dell’Esercito Insurrezionale Ucraino. Entrambe le organizzazioni erano basate su valori etno-nazionalisti e sostennero i nazisti tedeschi durante l’occupazione dell’Ucraina, in chiave anti-sovietica e anti-russa, collaborando anche al genocidio degli ebrei della regione.

[3] Link per il canale Telegram: t.me/antifaru.

[4] Per approfondire si può leggere l’articolo di Saverio Ferrari, Inchiesta “88”: Donbass, mercenari neonazisti e “rosso-bruni”, (2018), su http://www.osservatoriosulfascismoaroma.org.

[5] Per approfondire gli aspetti reazionari delle organizzazioni politico-militari del Donbass russo si rimanda a questo articolo, molto ben documentato: Saverio Ferrari, Miti e realtà: sui fascisti in Ucraina, nel Donbass, in Russia, e sulla strage di Odessa, su https://mps-ti.ch.