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numero-17

Vecchi strumenti per nuove agricolture. Che farsene delle conoscenze contadine?

Da Rivista Malamente n. 17, mar. 2020 (QUI IL PDF)

Di Marc Badal

Marc Badal Pijoan (Barcelona, 1976) è un attivista e ricercatore nell’ambito della cultura rurale e della critica all’industrializzazione delle campagne; ha partecipato a diversi progetti e sperimentazioni agroecologiche e montane. Nello scritto che presentiamo descrive le ragioni ma anche le difficoltà in cui incorrono i tentativi di riprendere il testimone perduto dell’agricoltura tradizionale. Un’eredità che andrebbe recuperata e applicata, integrandola però a nuove conoscenze e sperimentazioni, strappando i saperi contadini, proprio nel momento della loro agonia, ai tentativi di fossilizzazione folcloristica e accademica. Non si tratta di “tornare indietro” a un’improbabile età dell’oro contadina, ma di sgomberare il campo da tecniche distruttive e guardare avanti, al di là di un’agricoltura industrializzata che, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, altro non è che il trasporto nei campi di mezzi, metodi e mentalità da guerra. Questo testo è stato pubblicato su “Resquicios: revista de crítica social” (n. 6, aprile 2009) e ha avuto una prima traduzione italiana a cura di ACRATI (Bologna); lo presentiamo in una versione rivista, di molto ridotta e priva di note.

Il miraggio dell’agricoltura industriale si è dissolto. La generazione che da giovane era stata trascinata dalla corrente modernizzatrice invecchia, sapendo che l’esca del produttivismo l’ha portata in una strada senza uscita. Il degrado delle basi ecologiche che sostengono le attività agricole ha superato in molti luoghi la soglia della reversibilità. L’esaurimento e l’inquinamento delle acque, la perdita di terreni fertili, la scomparsa della biodiversità, il consumo sfrenato di combustibile fossile e la produzione enorme di rifiuti sono processi ampiamente conosciuti.

Mentre continuano a non risolversi molti i limiti delle esperienze che, già negli anni Settanta, credevano di trovare nell’ambiente rurale il luogo adatto in cui proiettare le proprie fantasie rivoluzionarie, il corso accelerato degli eventi ci colloca in un nuovo scenario. Senza abbandonare la sua condizione di fonte energetica e di materia prima per l’industria, di deposito di rifiuti o di luogo di passaggio a disposizione delle necessità espansionistiche della macchia urbana, per l’immaginario collettivo di questa società tanto civica quanto sostenibile, il cosiddetto spazio rurale ha smesso di essere quel pernicioso incolto culturale impregnato di autoritarismo, tradizionalismo, conservatorismo e ignoranza. Al contrario, ora tutto ciò che suona tipico, rustico o naturale gode del potere seduttivo dell’esotismo avidamente rincorso e consumato da una cittadinanza appesantita da «innovazioni caotiche e straripanti» (O. Gross). Ma l’immagine idilliaca messa a disposizione dei visitatori della domenica e degli agrituristi ha poco a che vedere con la realtà di un mondo rurale pienamente integrato alla cultura e al ritmo della vita che ben conoscono ma ai quali tentano, invano, di girare le spalle nella loro breve fuga vacanziera.

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