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È morto Goffredo Fofi

La infosfera di quello che resta della sinistra in Italia esplode di necrologi, coccodrilli e ricordi.

Anche noi facciamo la nostra parte, ma per favore non metteteci nelle macerie della “sinistra che fu”, posizione stantia che non ci appartiene. Salutiamo il maestro Fofi come la redazione di un piccolo progetto di critica sociale anticapitalista e anarchica di provincia, di cui Goffredo aveva stima.

Immaginiamo che se potesse vedere questa proliferazione di parole sul suo conto, Goffredo sarebbe sarcastico come era suo modo, o addirittura manderebbe qualcuno affanculo come era solito fare con il sorriso sulla faccia e agiterebbe quel bastone malfermo che ultimamente sembrava più pronto a scagliare in testa al prossimo piuttosto che a usare per reggersi.

Noi l’abbiamo conosciuto meglio quando ha iniziato a sostenere il nostro progetto, nel 2018, e abbiamo avuto anche il piacere di ospitarlo a Senigallia per un incontro che si intitolava: “Nonostante la scuola”. Lo chiamiamo maestro perché ha sempre, fino all’ultimo, svolto un ruolo di supporto e sostegno alle giovani generazioni e ai processi di creazione collettiva di strumenti culturali e artistici. Questo è il suo grande merito e il suo grande metodo, che siamo contenti di aver potuto conoscere.

Non ci appartiene invece il rimpianto per il ruolo degli intellettuali nei bei tempi passati, la nostalgia per l’egemonia di sinistra nel campo della cultura e delle arti, ormai perduta. Gli intellettuali e gli artisti non sono eroi né geni, ma figli e figlie del proprio tempo e delle lotte che ogni generazione è capace di esprimere.

Quando questa Italia imbruttita e invecchiata tornerà ad ardere di rabbia e di dignità, anche le parole e i gesti cominceranno a essere belli e pieni di significato.

Adesso possiamo solo salutare il glorioso passato di una cultura che non c’è più, mentre si allontana come un iceberg dalla banchisa in questa torrida estate.

Ciao Goffredo, hai ragione, non ci stiamo capendo un cazzo.

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È morto Goffredo Fofi

Lara non è sola

È voce, è rabbia, è fiamma.

di Nicoletta Grammatico

Questa è l’esperienza personale di Lara Grillini, in arte Laragosta, igienista dentale e cantante marchigiana transfem. Ma è anche di più, è la sua denuncia pubblica e collettiva. È un atto politico.

Lara non è solo un nome da aggiungere all’elenco dei corpi violati.

Lara è un grido che nessuno ha voluto ascoltare, è una crepa nel muro del silenzio, è il fuoco che brucia le macerie del patriarcato.

«È bastato solo che io fossi viva per essere violentata. Nient’altro».

Non serve una minigonna, un vicolo buio o un bicchiere di troppo. Basta essere persona. Basta esistere.

Lara lo sa bene.

Da bambina gli abusi le hanno rubato l’infanzia. A tredici anni uno stupro di gruppo le strappa la voce, quando pensava di urlare ma il suono le restava in gola, finché non si è dovuta dissociare per fuggire da quell’atroce dolore.

A ventidue anni la trappola l’attanaglia ancora. Campagna deserta, auto ferma, orrore che ritorna. Un uomo la bacia contro la sua volontà lasciandole la saliva sul volto mentre le tiene le braccia attaccate al sedile. Ancora costretta a subire uno stupro.

E poi, a trent’anni, l’incubo indossa il camice bianco e ha la chiave dell’ufficio dove lavora. Quel lavoro che ama tanto e a cui non avrebbe mai voluto rinunciare.

Le mette le mani addosso, sotto la camicia, le palpa il seno, le zittisce la rabbia. E minimizza la violenza subita: “pe’ ‘na toccata de tette”.

E la gente le chiede: “Perché non hai reagito?” [leggi tutto…]

Lara non è sola

La Chioma e il Tronco

Campagna solidale di CIURMA – Comunità Integrata Urbana e Rurale di Mutuo Appoggio

Da Rivista Malamente, n. 37, luglio 2025 [QUI IL PDF]

Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce

I proverbi sono espressioni linguistiche tramandate nel tempo, voci di quella che chiamiamo un’antica, anche se spesso crudele, saggezza popolare. Il mondo cambia, la società si trasforma, ma molti proverbi suonano alle nostre orecchie ancora sensati. Ne esistono sulla famiglia, sul tempo, sul clima, sul lavoro e infine sul cibo. Nessun proverbio di nostra conoscenza parla però di spreco alimentare. Forse proprio perché in passato «la fame era il miglior condimento», o perché si sapeva che «si mangia per vivere e non si vive per mangiare». A quanto pare, la voce di questa saggezza passata si è fatta nel tempo sempre più flebile. Il cibo non ha più il valore che aveva prima, forse perché in questa parte del mondo ne abbiamo troppo. Una delle leggi fondamentali del mercato è che quando l’offerta si alza i prezzi si abbassano. Questo abbassamento del valore economico del cibo si è per noi tradotto nel tempo nell’oblio del suo valore reale: non è più prezioso e non ci importa di sprecarlo.

Vediamo questo meccanismo ovunque. Bar, ristoranti, mense e supermercati che, per motivi che vanno dal più ragionevole al totalmente assurdo, gettano via grandi quantità di cibo che non sono riusciti a vendere. Questa è solo una piccola parte della follia della nostra malagestione alimentare. E questa follia, che al consumatore o alla consumatrice non appare mai in tutta la sua distruttività, avviene spesso nelle retrovie di quei lunghi capannoni grigi delle zone industriali, dove la materia prima viene lavorata, processata e trasformata in prodotto. Qui le oscurità e le contraddizioni del nostro sistema si fanno ancora più palesi, e oggi ve ne porteremo un esempio.

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La Chioma e il Tronco

I Parà in Urbinistan

Prove di guerra sul Monte Carpegna

Di Ugolino di Bonconte [da Rivista Malamente n. 36, aprile 2025]

Il poligono di tiro di Carpegna occupa un’area compresa nei comuni di Carpegna, Frontino e Piandimeleto (provincia di Pesaro e Urbino), Pennabilli (Rimini) e Sestino (Arezzo), si estende per 2.500 ettari, comprendenti una delle più grandi cerrete d’Europa. La porzione marchigiana ricade nel Parco naturale del Sasso di Simone e Simoncello, mentre quella toscana nella Riserva naturale del Sasso di Simone.

I Poligoni militari in Italia sono circa 250. Nelle Marche negli ultimi anni ne abbiamo ospitati almeno sei, oltre a Carpegna quelli di Camporlo, Marina di Montemarciano, Ponte Barchetta, Le Brecce e Monte Brisighella.[1] Un’occupazione del territorio certamente poco gradita, ma ancora niente in confronto a regioni come la Sardegna e il Friuli Venezia Giulia dove la concentrazione di installazioni militari, sia per quanto riguarda il demanio militare che le servitù militari (territori estranei al demanio ma gravati da limitazioni alla libera fruizione) è impressionante e causa di infiniti problemi per i residenti; nella sola Sardegna 30.000 ettari appartengono al demanio militare e altri 13.000 sono sotto servitù militare. [continua….]

I Parà in Urbinistan

“Non ce n’è di aria”

George Orwell dall’utopia alla distopia

Di A. Soto [da Rivista Malamente n. 26, aprile 2025]

Tanto è stato scritto su George Orwell, anche recentemente. Tra le interpretazioni più interessanti ci piace segnalare quelle di Vittorio Giacopini (George Orwell, o l’indecenza del potere, introduzione all’antologia edita da elèuthera Come un pesciolino rosso in una vasca di lucci, pp. 9-79 (2018) e di Rénaud Garcia (George Orwell visto attraverso 1984) nell’antologia La nostra biblioteca verde, in via di pubblicazione per Edizioni Malamente.

Nelle pagine che seguono offriamo al lettore un’attenta disamina delle opere principali di Orwell che utilizza una semplice cornice interpretativa, quella del passaggio dalla possibilità di costruzione, parziale e sommaria, di un’utopia emancipatrice a quella della realizzazione della distopia uniformante e illiberale. Lasciamo al lettore trarre le conclusioni, noi ci teniamo aderenti ai testi. Ricordiamo solo una cosa, che in questo gran parlare di Orwell anche nel mainstream si dimentica che Orwell è socialista libertario, o anarchico, e che le sue critiche al comunismo vengono da sinistra: una postura, quella di Orwell e di altri – Albert Camus, Arthur Koestler, Nicola Chiaromonte, Ignazio Silone – che i movimenti anarchici e libertari hanno fatto propria: dosare libertà e uguaglianza per mezzo della solidarietà. Un’utopia necessaria, una pratica che continua. [continua …]

“Non ce n’è di aria”

Oltre il Mucchio

Bologna, 11 marzo. Nostalgia canaglia

Riceviamo da Bicio e pubblichiamo

Un mucchio di dimenticati. Meglio sarebbe definirli nascosti, rimossi, cancellati.

Uomini e donne che non trovi nei libri di storia o nelle varie narrazioni di quegli anni. Li rintracci a fatica o per caso in qualche foto ingiallita dove stanno sullo sfondo, quasi fuori dall’inquadratura, sempre lontani da quelli che contano e che hanno fatto carriera politica.

Uomini e donne che sono sopravvissuti per decenni praticamente nei ricordi personali di chi ebbe la fortuna di conoscerli e che, se non fossero esistiti, il mondo sarebbe ancora peggiore di quanto già lo sia oggi.

Uomini e donne da sempre definiti dai loro ex compagni revisionati o riciclati, come sognatori, utopisti, teppisti o, peggio ancora, poeti, certamente avventurieri.

Uomini e donne che commisero l’imperdonabile errore di fare quello che dicevano e che, errore ancor più imperdonabile, volevano vivere liberi qui ed ora, senza aspettare i tempi ragionevoli della storia e che, per questo motivo, patirono le più cocenti delle delusioni, le sconfitte più devastanti a cui, ironia della sorte, soltanto gli archivi delle tante questure che li perseguitarono, resero un involontario e postumo omaggio.

[continua…. Oltre il Mucchio – Rivista Malamente]

Oltre il Mucchio

Lettera ai giovani sul destino del mondo

Fabrice Nicolino

[da Rivista Malamente, n. 35, gennaio 2025]

Fabrice Nicolino è un giornalista francese nato nel 1955; ha scritto per Politis, le Canard enchaîné, GEO, Télérama, Terre sauvage, Charlie Hebdo (dove è stato tra i feriti dell’attentato del 2015) e diverse altre riviste. Nelle sue recenti inchieste si è occupato di pesticidi, di biocarburanti, dell’industria della carne e, in generale, di questioni ecologiche.

In uno dei suoi ultimi libri, “Le Grand Sabotage climatique” (2023), mette in luce come le presunte soluzioni alla crisi climatica avanzate da governi e industriali green siano in realtà parte del problema – “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” (diceva Tancredi nel Gattopardo) – mentre per affrontare la questione, divenuta ormai ineludibile, andrebbe rimesso in discussione l’intero sistema economico e industriale globale.

Nella lettera aperta che abbiamo tradotto, Nicolino adotta una retorica che fa riferimento a personaggi e immagini che ormai sono distanti dall’immaginario ecologista, che ha abbracciato necessariamente la lotta intersezionale, decoloniale e anti-imperialista, ma il messaggio di fondo rimane condivisibile: un invito, rivolto a tutte e tutti, ma in particolare alle giovani generazioni, a sollevarsi, perché la via d’uscita non verrà da chi detiene il potere

Vedete, io sono ormai quasi vecchio. Eppure disperatamente giovane come voi, che avete appena iniziato la vostra vita terrena. Vi sarete accorti che tutto sta andando male e, immagino, starete soffrendo per un futuro nero come il carbone più scuro. Vorrei dirvi qualche parola.

Lettera ai giovani sul destino del mondo

Verso il transumanesimo: crispizzare bambini

Di Luigi

[da Rivista Malamente n. 34, ottobre 2024. QUI IL PDF]

Con questo contributo riprendiamo un discorso che abbiamo già affrontato nel n. 30 della Rivista (set. 2023), nell’articolo “Dio è morto in laboratorio”; lo facciamo, questa volta, a partire dal libro di Henry T. Greely, docente di diritto e genetica, nonché uno dei principali esperti internazionali in bioetica, “Bambini geneticamente modificati? La tecnica CRISPR: scienza ed etica dell’editing umano” (Milano, Franco Angeli, 2023).

«Un ricercatore cinese sostiene di aver contribuito a creare i primi bambini geneticamente modificati…»: questa l’apertura di un lancio dell’Associated Press del 25 novembre 2018, che rivelava al mondo come in maniera del tutto inaspettata un misconosciuto scienziato cinese avesse superato un confine ritenuto ancora – più eticamente che tecnicamente – invalicabile.

Proviamo a immaginare un nutrito capannello di grandi sapienti, a rappresentare la comunità scientifica e i comitati di bioetica, che davanti a una porta chiusa passano giorni e notti a discutere animatamente se sia il caso o meno di aprirla per vedere cosa c’è al di là, a soppesare con il bilancino pro e contro, rischi e benefici, ad accapigliarsi su quanto lungo dovrebbe essere il primo passo eccetera eccetera… e a un certo punto arriva l’addetto delle pulizie che, ignorato da tutti, si dirige verso la porta spalancandola con assoluta nonchalance. Più o meno è quel che è successo.

Verso il transumanesimo: crispizzare bambini

La medicina popolare in Val di Tenna durante il Regno d’Italia napoleonico

Di Joyce Lussu

[da Rivista Malamente n. 34, ottobre 2024. QUI IL PDF]

Nell’aprile del 1808, giunto alla rottura con papa Pio VII, Napoleone incorporò le Marche nel Regno d’Italia. Con decreto del 20 aprile firmato da Eugenio Beauharnais viceré d’Italia, il territorio marchigiano è diviso in tre dipartimenti: quello del Metauro, con capitale Pesaro, quello del Musone, con Ancona, quello del Tronto, con Fermo. L’assetto definitivo del dipartimento del Tronto fu stabilito da un decreto del 25 luglio, che lo divideva in due distretti: quello di Ascoli, con tre cantoni, e quello di Fermo, con sette. […]

Le novità introdotte dall’amministrazione napoleonica cadevano dall’alto su una società ancora fondamentalmente feudale, con una classe dirigente di proprietari terrieri, una grandissima maggioranza di lavoratori agricoli mezzadri, braccianti, fittavoli e una esigua minoranza di piccola e media borghesia urbana, in parte favorevole alla Rivoluzione francese, dall’artigiano politicizzato al nobile illuminista. Il mondo contadino rimaneva estraneo e ostile, perché l’amministrazione francese, puntando sui proprietari, non aveva fatto nulla per alleviare la sua soggezione economica, e spesso l’agrario liberale, razionalizzando la produzione, imponeva al lavoratore uno sfruttamento più metodico del vecchio padrone assenteista; e il peso delle requisizioni e delle carestie era caduto tutto sulle sue spalle. […]

La medicina popolare in Val di Tenna durante il Regno d’Italia napoleonico

“UNIVPM Not in my name”

Intervista di Giulia Melchionda al gruppo studentesco Gulliver per l’assemblea permanente convocata dalle studente di UNIVPM nella sede della Facoltà di Economia ad Ancona

[da Rivista Malamente n. 34, ottobre 2024. QUI IL PDF]

È un caldo lunedì di giugno e mi trovo alla facoltà di Economia e Commercio a Villarey, ad Ancona. Gli studenti, immersi nella preparazione degli esami, discutono animatamente degli argomenti ancora da studiare. Tuttavia, da quattro giorni, l’ordinario svolgimento dell’anno accademico è stato interrotto. Un cortocircuito di proteste è scaturito: il Gulliver, un gruppo studentesco, ha indetto un’assemblea permanente all’interno della facoltà per denunciare i legami tra l’ateneo e alcune università israeliane. Davanti all’ingresso, uno striscione invita ad alzare lo sguardo e riflettere: “UNIVPM Not in my name. Assemblea permanente.” Alla fine del corridoio d’ingresso, un manifesto1 espone le richieste dell’assemblea, mentre sul prato del cortile sono state montate delle tende. Questa occupazione segna un ritorno clamoroso di una modalità di lotta in uno spazio accademico anconetano dopo quasi quindici anni.

Gli spazi della facoltà di Economia di Ancona non sono gli unici a essere stati occupati da studenti che, in varie forme e modalità, richiamano l’attenzione di chi vive gli spazi accademici (e non solo) sull’attacco ai diritti del popolo palestinese. L’onda è partita nell’aprile di quest’anno negli Stati Uniti, alla Columbia University a New York, espandendosi al mondo arabo e “UNIVPM NOT IN MY NAME” Intervista di Giulia Melchionda al gruppo studentesco Gulliver per l’assemblea permanente convocata da studenti e studentesse dell’Università politecnica delle Marche, nella sede della Facoltà di Economia ad Ancona all’Europa e, quindi, in Italia. È proprio da questa marea che cominciamo quando, insieme a Veronica e Sabrina del gruppo studentesco Gulliver, da[1]vanti a una tazza di caffè, ripercorriamo i passi che hanno portato allo stabilirsi dell’assemblea permanente a partire dal 20 giugno.

“UNIVPM Not in my name”