Vecchi strumenti per nuove agricolture. Che farsene delle conoscenze contadine?

Da Rivista Malamente n. 17, mar. 2020 (QUI IL PDF)

Di Marc Badal

Marc Badal Pijoan (Barcelona, 1976) è un attivista e ricercatore nell’ambito della cultura rurale e della critica all’industrializzazione delle campagne; ha partecipato a diversi progetti e sperimentazioni agroecologiche e montane. Nello scritto che presentiamo descrive le ragioni ma anche le difficoltà in cui incorrono i tentativi di riprendere il testimone perduto dell’agricoltura tradizionale. Un’eredità che andrebbe recuperata e applicata, integrandola però a nuove conoscenze e sperimentazioni, strappando i saperi contadini, proprio nel momento della loro agonia, ai tentativi di fossilizzazione folcloristica e accademica. Non si tratta di “tornare indietro” a un’improbabile età dell’oro contadina, ma di sgomberare il campo da tecniche distruttive e guardare avanti, al di là di un’agricoltura industrializzata che, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, altro non è che il trasporto nei campi di mezzi, metodi e mentalità da guerra. Questo testo è stato pubblicato su “Resquicios: revista de crítica social” (n. 6, aprile 2009) e ha avuto una prima traduzione italiana a cura di ACRATI (Bologna); lo presentiamo in una versione rivista, di molto ridotta e priva di note.

Illustrazioni di Rob Barnes

Il miraggio dell’agricoltura industriale si è dissolto. La generazione che da giovane era stata trascinata dalla corrente modernizzatrice invecchia, sapendo che l’esca del produttivismo l’ha portata in una strada senza uscita. Il degrado delle basi ecologiche che sostengono le attività agricole ha superato in molti luoghi la soglia della reversibilità. L’esaurimento e l’inquinamento delle acque, la perdita di terreni fertili, la scomparsa della biodiversità, il consumo sfrenato di combustibile fossile e la produzione enorme di rifiuti sono processi ampiamente conosciuti.

Mentre continuano a non risolversi molti i limiti delle esperienze che, già negli anni Settanta, credevano di trovare nell’ambiente rurale il luogo adatto in cui proiettare le proprie fantasie rivoluzionarie, il corso accelerato degli eventi ci colloca in un nuovo scenario. Senza abbandonare la sua condizione di fonte energetica e di materia prima per l’industria, di deposito di rifiuti o di luogo di passaggio a disposizione delle necessità espansionistiche della macchia urbana, per l’immaginario collettivo di questa società tanto civica quanto sostenibile, il cosiddetto spazio rurale ha smesso di essere quel pernicioso incolto culturale impregnato di autoritarismo, tradizionalismo, conservatorismo e ignoranza. Al contrario, ora tutto ciò che suona tipico, rustico o naturale gode del potere seduttivo dell’esotismo avidamente rincorso e consumato da una cittadinanza appesantita da «innovazioni caotiche e straripanti» (O. Gross). Ma l’immagine idilliaca messa a disposizione dei visitatori della domenica e degli agrituristi ha poco a che vedere con la realtà di un mondo rurale pienamente integrato alla cultura e al ritmo della vita che ben conoscono ma ai quali tentano, invano, di girare le spalle nella loro breve fuga vacanziera.

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L’Atelier Paysan. Il low-tech per l’autonomia tecnologica contadina

Intervista di François Jarrige a Fabrice Clerc

da Rivista Malamente #27, dic. 2022 (QUI IL PDF)

Tra le numerose iniziative che fioriscono oggi attorno al low-tech (“tecnologia a bassa intensità”), la cooperativa Atelier Paysan rappresenta un’esperienza particolarmente ricca e interessante. Mentre l’agricoltura industriale ha bisogno di grandi macchinari tecnologici per sostenere il suo modello di sviluppo (fatto di monocolture, veleni e distruzione dell’ambiente), i progetti e le realizzazioni dell’Atelier Paysan uniscono una logica di mutuo appoggio alla riflessione critica sulle tecniche e sul lavoro contadino, nel quadro di un ambizioso progetto politico il cui fine ultimo è riportare l’agricoltura a una dimensione ecologica e umana. La tecnologia necessaria alla produzione di attrezzature e macchinari, efficienti ma low-tech, viene considerata un bene comune, alla portata del saper fare contadino e delle sue reti sociali, per sollevare chi lavora sulla terra dalle fatiche quotidiane senza però pregiudicarne l’autonomia. L’intervista di François Jarrige a Fabrice Clerc, cofondatore dell’Atelier Paysan (che però da qualche anno è uscito dal direttivo dell’Associazione), è stata pubblicata sulla rivista “La Pensée écologique” (n. 5, 2020): ne diamo qui una traduzione in versione ridotta. Tutti i progetti tecnici dell’Atelier Paysan sono disponibili sul sito www.latelierpaysan.org: vi invitiamo a farne buon uso!

Ci racconti le origini dell’Atelier Paysan e quali sono state le ragioni che vi hanno spinto a creare questa cooperativa di auto-costruzione di attrezzi agricoli?

Quando sono arrivato a Grenoble, nel 2007, ero un ingegnere agricolo e lavoravo nel supporto all’insediamento degli agricoltori per l’associazione ADABio, che si occupava di sviluppo dell’agricoltura biologica e delle relative tecniche. Dall’incontro con Joseph Templier, orticoltore, ha preso via il tutto. Joseph gestiva con altri associati una fattoria biologica esemplare, con un sistema di produzione molto efficace ed efficiente, ed è anche un formidabile tuttofare contadino, che grazie a sperimentazioni collettive alle quali ha partecipato è riuscito a disegnare e costruire numerosi attrezzi adattati alle sue esigenze.

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Vita selvatica e anticonsumista di un contadino poeta

Intervista di Luigi a Felice (Rosario Colaci) [QUI IL PDF]

da Rivista Malamente #26 (set. 2022)

Felice abita nelle campagne maceratesi. La sua vita all’insegna della sobrietà ci indica come sentirsi appagati rinunciando al superfluo, come ricercare l’autosussistenza e l’indipendenza all’interno di una rete di relazioni genuine e di scambio reciproco. Felice ci ha accolto in casa per lavorare alle bozze di una sua raccolta di poesie – “Quando non zappo, a volte scrivo” – che abbiamo da poco pubblicato nella collana Voci delle Edizioni Malamente. Il testo che segue è frutto di quella chiacchierata primaverile, sulla base di un’intervista uscita nel 2009 sulla rivista “Lato selvatico”.

Raccontaci un po’ di te, di come sei arrivato a stabilirti in questa casa nelle colline marchigiane, al confine tra la campagna e il bosco…

La mia storia potrebbe forse cominciare da quando avevo sedici anni (adesso ho passato i sessanta) e vivevo in un paese del Salento vicino a Lecce. Allora frequentavo l’istituto tecnico commerciale, una scuola che non avevo scelto e che era proprio incompatibile con le mie capacità e i miei talenti: odiavo la matematica e mi piaceva l’arte. In quel periodo ci fu un primo cambiamento radicale nella mia vita, dovuto a delle riflessioni profonde sul suo senso e sulla piccolezza di noi esseri umani. Questi pensieri m’imponevano una presa di posizione. Non potevo, allo stesso tempo, rendermi conto di quanto ero minuscolo e di quanto l’esistenza umana fosse impermanente e, insieme, prepararmi a una vita di competizione, ostentazione, finzione e superficialità.

No, per me non valeva la pena, volevo una vita che fosse degna di questo nome, piena, sensata, per cui anche morire avesse un senso. Intuivo che le prospettive che mi si offrivano inserendomi nell’attuale società non potevano darmi tutto questo e tutt’al più sarebbero state un diversivo per evitare di affrontare questi pensieri. Mi si offrivano quindi due prospettive: fare finta di niente, evitare di pensare a queste cose, oppure cambiare e cercare quella “vera vita” che doveva pur esistere da qualche parte. Ho scelto la ricerca, l’inseguire il sogno impossibile, valeva la pena almeno provare. E così tre giorni prima di compiere diciassette anni sono andato via di casa.

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Salviamo il pianeta! Smantelliamo il digitale!

Intervista a Matthieu Amiech, d Rivista Malamente n. 18, giu. 2020 (QUI IL PDF)

Matthieu Amiech, editore e saggista francese del gruppo Marcuse (Movimento autonomo di riflessione critica a uso dei sopravvissuti dell’economia), ha di recente pubblicato una nuova edizione di La Liberté dans le coma (La Lenteur, 2019), un libro che affronta di petto l’informatizzazione di ogni ambito della società in quanto problema non solo individuale ma collettivo e politico. Una questione che, se era attuale già qualche anno o mese fa, oggi troviamo assolutamente amplificata dall’epidemia di coronavirus, che sembra aver fatto della comunicazione digitale l’ancora di salvezza della nostra vita sociale. Il libro descrive come ha preso forma un mondo in cui la maggior parte delle nostre azioni quotidiane passano, sempre più “necessariamente”, attraverso le tecnologie informatiche e digitali e sono dunque automaticamente registrate. Una schedatura continuativa e di massa, nuova forma di “servitù volontaria”, possibile grazie a un consumo sfrenato di energia e risorse. Vengono inoltre approfondite le conseguenze disastrose che il modo di vita perennemente connesso ha sulla nostra autonomia, sulle nostre libertà, sulle nostre capacità di opporci alle grandi organizzazioni dalle quali dipende ormai la nostra vita materiale. Abbiamo tradotto e fuso insieme due recenti interviste ad Amiech: “Il nostro libero arbitrio è risucchiato da internet”, intervista raccolta da Kévin Boucaud-Victoire, in “Marianne”, 19 agosto 2019 e “Il digitale è al centro della catastrofe ecologica”, intervista raccolta da Gaspard d’Allens e Hervé Kempf, in “Reporterre”, 26 novembre 2019. La terza intervista, “L’isolamento in casa amplifica la digitalizzazione del mondo”, sempre raccolta da Gaspard d’Allens per “Reporterre”, è uscita il 30 marzo 2020 e affronta il rapporto tra digitale e isolamento sociale per come si è venuto a configurare nella presente fase di emergenza sanitaria.

“Reporterre”. A che punto siamo arrivati, oggi, sul fronte della digitalizzazione della vita?

Siamo andati lontano, ancora più lontano di quando abbiamo iniziato a scrivere la prima edizione del nostro manifesto contro l’informatizzazione del mondo, La Liberté dans le coma (La Lenteur, 2013). La società è oggi informatizzata da cima a fondo. Quello che è stato sottratto, non sono più solamente i mezzi di sussistenza, ma il mondo stesso, l’accesso al mondo. Nelle grandi città c’è come un fenomeno esistenziale: una cosa non esiste se non la fotografo nel momento in cui la vedo. Non ha importanza se non la registro, la catturo e la condivido sulle reti sociali. Si consulta il proprio smartphone in maniera compulsiva, da appena svegli, qualunque momento di pausa si riempie guardando il flusso delle notizie, dei messaggi o dei giochi…

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Elementi fondamentali di critica anti-industriale (#5)

Elementi fondamentali di critica anti-industriale
Di Miguel Amorós [QUI IL PDF]

Come abbiamo fatto nello scorso numero (Malamente #4), anche questa volta diamo spazio alla critica anti-industriale pubblicando la prima traduzione italiana di un contributo di Miguel Amorós, scritto in occasione del campeggio anti-industrialista dell’8 luglio 2010 a Fellines (Girona) e per le “Jornadas en defensa de la Tierra” del 20-22 agosto 2010 allo spazio sociale La Barajunda di Hervás (Cáceres). Quella portata da Amorós è una critica non solo e non tanto del settore industriale, ma della “società industriale” in cui ci troviamo a vivere, dove ogni aspetto dell’esistenza individuale e sociale (il lavoro, il tempo libero, l’alimentazione, la salute etc.) è colonizzato dalla logica totalizzante dell’industria, che marginalizza sempre più ogni possibilità di intervento diretto e autonomo sulle condizioni della propria vita, lasciate in mano a tecnici e specialisti dei vari settori. Tutto questo mentre il progresso, come ideologia sociale, maschera l’assalto che le ragioni dell’industria e dell’economia conducono sulla vita umana e sui territori, considerati un loro terreno di conquista. Nonostante la redazione non sia unanimemente concorde con questo tipo di lettura della società contemporanea (e delle possibilità del suo superamento), ritiene che siano temi importanti da conoscere e discutere per un agire consapevole.

Micheal Kerbow - Their Refinement of the Decline
Micheal Kerbow – Their Refinement of the Decline

Il proposito di questo contributo è di segnalare le linee maestre seguite dalla critica reale del capitalismo nella sua fase ultima, che abbiamo chiamato anti-industriale. La questione sociale è stata inizialmente sollevata a partire dallo sfruttamento dei lavoratori nelle officine, nelle fabbriche e nelle miniere. La critica sociale è stata prima di tutto una critica della società classista e dello Stato ma, in una fase successiva del capitalismo, la questione sociale è emersa dalla colonizzazione della vita e dallo sfruttamento del territorio. Intendendo per territorio non il paesaggio né l’“ambiente”, ma l’unità dello spazio e della storia, del luogo e di chi lo abita, della geografia e della cultura. La critica sociale passò ad essere critica della società di massa e dell’idea di progresso. Lungi dal respingere la precedente critica sociale, corrispondente a un tipo di capitalismo crollato, la ampliava e prolungava, inglobando aspetti nuovi come il consumismo, l’inquinamento, l’autonomia della tecnoscienza e l’apparenza democratica del totalitarismo. La critica anti-industriale non nega affatto la lotta di classe, ma la conserva e la supera; per di più, la lotta di classe non può esistere nei tempi che corrono se non come lotta anti-industriale. D’ora in poi, chi parla di lotta di classe senza riferirsi espressamente alla vita quotidiana e al territorio ha in bocca un cadavere.

Michael Kerbow - Diminishing Returns
Michael Kerbow – Diminishing Returns

Possiamo seguire il corso storico, tra gli anni Trenta e Novanta del secolo scorso, della comparsa dei primi elementi di critica anti-industriale, a cominciare dalla critica della burocrazia. La burocrazia è il risultato della complessità del processo produttivo, della necessità di controllo della popolazione e dell’ipertrofia dello Stato, del quale le organizzazioni “operaie” sono un’appendice. A un determinato livello di sviluppo, quello nel quale proprietà e gestione si separano e dove coloro che eseguono gli ordini restano totalmente subordinati a coloro che coordinano e decidono, gli strati superiori della burocrazia che operano nelle diverse sfere della vita sociale – la cultura, la politica, l’amministrazione, l’economia – sono realmente la classe dominante. La società capitalistica burocratizzata si trova divisa tra gestori ed esecutori, o meglio, tra dirigenti e diretti. Tale divisione ci riconduce a un’altra precedente, quella esistente tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, che è la base dello sviluppo burocratico. Il lavoro manuale perde la sua creatività e la sua autonomia a causa del sistema industriale che, favorendo la standardizzazione, la parcellizzazione e la specializzazione, lo riduce a una pura attività meccanica controllata da una gerarchia burocratica. Il beneficiario della meccanizzazione non è solamente il capitalista, è la macchina stessa. Per l’organizzazione del lavoro e della vita sociale che implica, chi ci rimette in primo luogo è il lavoratore, ma è tutta la popolazione che sarà sottomessa alle esigenze della macchina. La fabbrica, la macchina e la burocrazia sono i veri pilastri dell’oppressione capitalista. La critica della burocrazia e della macchina completa la critica dello Stato e del lavoro salariato e introduce la critica della tecnologia.

Lo sviluppo unilaterale della tecnologia, orientato verso il rendimento e il controllo, serve alla sottomissione, non alla libertà. Un’esistenza modellata da tecnocratici secondo standard di produzione è una forma di vita schiava. La scienza e la tecnica evolvono sotto il segno del dominio, che è dominio della natura e dell’essere umano. Ma una critica della scienza e della tecnologia non significa un rifiuto della conoscenza razionale e del metabolismo con la natura. Si tratta del rifiuto di un tipo di scienza e di un tipo di tecnologia che generano potere e oppressione. E accettazione di quelli che non alterano le condizioni di riproduzione di una società egualitaria e libera. Quelli che rispettano le necessità di una vita rurale e urbana equilibrata, a misura dei bisogni e dei desideri umani. In nome della Ragione. Ma se avanza sotto la tutela della conoscenza tecnificata, questa stessa ragione, sottomessa agli imperativi del potere, si autodistrugge. La fede nel miglioramento della condizione umana attraverso la conoscenza scientifica, l’innovazione tecnica e l’espansione economica, in altre parole, la fede nel progresso, resta messa in discussione. La critica della scienza, della tecnologia e del sistema industriale è una critica del progresso. Allo stesso modo è una critica delle ideologie scientiste e progressiste; in primo luogo dell’ideologia operaista, tanto nella sua versione riformista che in quella rivoluzionaria, basata sull’appropriazione, in nome del proletariato, del sistema industriale borghese e della sua tecnologia.

Michale Kerbow - A New Religion
Michale Kerbow – A New Religion

Il capitale non consiste solamente di denaro, mezzi di produzione o sapere accumulato; è il polo attivo di un rapporto sociale mediante il quale genera profitti a scapito del lavoro salariato. Quando questo rapporto cessa di limitarsi alla produzione e riguarda tutti gli aspetti della vita degli individui, lo sfruttamento capitalista cambia qualitativamente e il conflitto sociale si estende alla vita quotidiana, ora dominata dal veicolo privato e dalla frenesia del consumo, inquadrata in un’architettura miserabile. Alla critica del lavoro si aggiungono quella della società dei consumi e quella dell’urbanesimo e, soprattutto, quella della vita quotidiana che ne consegue, prima delineata come critica alla morale sessuale borghese e rivendicazione dei diritti delle donne. La costruzione di uno stile di vita libero deve sradicare dalla vita la logica alienante della merce. Il metodo per fare questo, l’autogestione, dev’essere messo in opera contro la logica capitalista, altrimenti non sarebbe altro che autogestione dell’alienazione. Il compito dei futuri organismi comunitari, che negli anni Sessanta alcuni identificarono con i Consigli operai e altri con le comuni o i municipi liberi, non può dunque consistere nella gestione dell’esistente, ma nella sua trasformazione rivoluzionaria. La sovranità reale degli individui emancipati non significa assolutamente la “umanizzazione” del lavoro o la “democratizzazione” del consumo, ma la soppressione di entrambi e la loro sostituzione con una nuovo tipo di attività unitaria liberata dai condizionamenti.

La crisi ecologica espulse dalla critica della vita quotidiana l’ottimismo tecnologico, la fiducia in un possibile uso liberatore della tecnologia, e condannò l’operaismo, la fede in un ruolo emancipatore del proletariato industriale e nel carattere potenzialmente rivoluzionario dei conflitti del lavoro. Fenomeni come l’inquinamento, le piogge acide, il consumo di combustibili fossili, l’utilizzo di additivi chimici e pesticidi, l’enorme accumulo di rifiuti, etc., dimostrarono che il regno della merce non solamente condannava la maggioranza della popolazione alla schiavitù salariata e all’alienazione consumista, ma in più minacciava la salute e metteva in pericolo la vita sulla Terra. La lotta contro il capitale non è dunque semplicemente una lotta per una vita libera, ma è una lotta per la sopravvivenza. L’abolizione del lavoro e del consumo non si possono effettuare dall’interno, attraverso una pretesa radicalizzazione dei conflitti per il salario e l’occupazione, visto che cioè che urge è lo smantellamento completo della produzione, diventata qualcosa d’avvelenato e inutilizzabile. La sua “autogestione” è più che alienante, tossica. La crisi ecologica rivela dunque i limiti della crescita produttiva e urbana, condizione sine qua non dell’accumulazione capitalista attuale, quando lo sviluppo economico si è trasformato nell’obiettivo unico della politica.

Michael Kerbow - Fool_s Gold
Michael Kerbow – Fool_s Gold

L’industrialismo incontrò il suo primo ostacolo nella cosiddetta “crisi del petrolio”, di fronte alla quale “il mercato” e lo Stato reagirono con la costruzione di centrali nucleari. I pericoli che la produzione di energia nucleare comportava per ampi settori della popolazione e soprattutto la militarizzazione sociale nascosta che portava con sé suscitarono una forte opposizione. Dall’unione tra la critica della vita quotidiana e la critica ambientalista, specialmente nel suo versante antinucleare, nacque durante gli anni Ottanta la critica anti-industriale. L’anti-industrialismo tenta di fondere gli elementi di critica sociale nuovi e precedenti: la sua negazione del capitalismo è allo stesso tempo antistatale, antipolitica, antiscientista, antiprogressista e anti-industriale.

I nuovi fronti di lotta aperti, inglobati nel concetto di “nocività”, erano difficilmente difendibili, poiché la fine del ciclo fordista del capitale, caratterizzato dalla sconfitta del movimento operaio tradizionale, l’industrializzazione della cultura e l’inizio della globalizzazione, comportavano un crollo della coscienza e un aumento dell’ecologismo neutro. Riducendo i problemi a delle questioni ambientali ed economiche e ignorando la critica sociale precedente, gli ambientalisti aspiravano a convertirsi in intermediari del mercato della degradazione, fissando con lo Stato i limiti di tolleranza delle nocività. In effetti, gli ambientalisti assunsero presto il ruolo di consulenti politici e imprenditoriali. D’altra parte, la distruzione del contesto operaio e la completa colonizzazione della vita quotidiana avevano aumentato notevolmente la capacità della popolazione di sopportare l’insopportabile. Le classi una volta pericolose si trasformavano in masse addomesticate. L’offuscamento della coscienza si tradusse rapidamente in declassamento, perdita d’esperienza, incapacità di vivere in società e ignoranza, ragione per la quale la conoscenza della verità non ha condotto alla rivolta. I legami sociali, dissolti dalla merce, facevano difetto. La critica anti-industrialista si ampliava fino a comprendere l’ambientalismo e la società massificata.

Michael Kerbow - Hollow Pursuits
Michael Kerbow – Hollow Pursuits

La mancanza di resistenza permise al capitalismo degli avanzamenti senza precedenti, esacerbando tutte le sue contraddizioni e peggiorando il livello di vivibilità del mondo. La convinzione industrialista della crescita come obiettivo primario della vita sul pianeta sfociava in una crisi biologica. Il riscaldamento globale, in un contesto di deterioramento generale, diede impulso al capitalismo “verde”, basato sullo “sviluppo sostenibile”, i cui frutti sono stati gli organismi transgenici, le automobili di lusso con motore a basso consumo, gli agro-combustibili e le energie rinnovabili industriali. Le aggressioni contro il territorio si sono moltiplicate: autostrade, treni ad alta velocità, linee ad altissima tensione, “parchi” eolici e “giardini” solari, urbanizzazione illimitata, inceneritori, discariche di sostanze tossiche e radioattive, regolazione dei bacini idrici, modifiche dei corsi d’acqua, antenne per la telefonia mobile, abbandono e trasformazione della campagna in banlieue… A tutto ciò bisogna aggiungere i progressi nell’artificializzazione dell’esistenza (di cui le nanotecnologie sono il punto culminante), il proliferare di comportamenti psicotici e il radicarsi di una società panottica e criptofascista come risposta istituzionale ai pericoli dell’anomia. Benché il principale nemico del capitalismo sia il capitalismo stesso e le maggiori minacce gli provengano dalla sua stessa natura, una resistenza minoritaria si è potuta sviluppare grazie a conflitti locali di diversa natura, principalmente contro le grandi infrastrutture, ed è così che la critica anti-industriale ha potuto avanzare in varie direzioni e sotto nomi diversi, incontrando, a seconda dei disastri, attivisti e propagandisti che denunciavano tanto i disastri riguardanti il territorio che l’addomesticamento e la rassegnazione dei suoi abitanti, persone che comprendevano che non si poteva porre rimedio ad alcun problema impantanandosi nella politica, persone che non separavano un’aggressione specifica dalla società che la causava.

La società industrialista è arrivata alla soglia al di là della quale la distruzione dell’habitat umano è irreversibile e, di conseguenza, il controllo assoluto della popolazione è obbligatorio. La difesa di una vita libera, a cominciare dalla libertà dalle protesi tecnologiche, ricca di relazioni, è come minimo una difesa del territorio e una lotta contro ogni condizionamento che provenga dal controllo sociale, dal lavoro, dalla motorizzazione o dal consumo. Ma questo non è che il suo momento difensivo. La fase offensiva è disurbanizzatrice, deindustrializzatrice, ruralizzatrice e decentralizzatrice. Deve riequilibrare il territorio e mettere il locale e il collettivo in testa alle sue preferenze. Si tratta inoltre di una lotta per la memoria e per la verità, per la coscienza libera e contro la manipolazione dei bisogni; è, quindi, una lotta contro le ideologie che tutto questo occultano e deformano come il cittadinismo, la decrescita o quelle che si trovano in dei manuali per adolescenti vergini del tipo “l’anarchia in dieci facili lezioni” (municipalismo, stirnerismo, bonannismo, etc.). Il capitalismo nella sua fase attuale è eminentemente distruttivo e, di conseguenza, è in guerra contro il territorio e le persone che lo abitano. L’autodifesa è legittima, ma costituisce solo un aspetto del conflitto territoriale. Questo è una battaglia per l’autonomia nell’alimentazione, nella mobilità, nell’educazione, nella salute, nell’abitare e nel modo di vestire; un darsi da fare per la solidarietà, per la comunità, per l’agorà e per l’assemblea; per il “comicio”, l’“ayuntamiento general” o il “concejo abierto”, che sono alcuni dei nomi usati nella Penisola iberica per designare la pratica della libertà politica durante le epoche precapitalistiche.

La critica anti-industrialista non arriva come una novità confezionata e a disposizione di chi voglia farne uso. Essa riassume e abbraccia tutti gli elementi della critica sociale precedente, ma non è un fenomeno intellettuale, una teoria speculativa frutto di menti privilegiate disposte a lunghe ore di studio e meditazione. È il riflesso di un’esperienza di lotta e di una pratica quotidiana. È presente un po’ ovunque, sotto una forma o l’altra, come intuizione o come abitudine, come mentalità o come convinzione. Nasce dalla pratica e torna costantemente ad essa. Non vive nei libri, negli articoli, nei circoli iniziatici o nelle torri d’avorio; è il frutto tanto del dibattito quanto dello scontro. In una parola: è figlia dell’azione, questo è il suo ambito e non può sopravvivere lontano da lui.

Michael Kerbow - Witching Hour
Michael Kerbow – Witching Hour

Sui modi di combattere il dominio tecnologico: l’anti-industrialismo di Miguel Amorós (#4)

Sui modi di combattere il dominio tecnologico:
l’anti-industrialismo di Miguel Amorós
Di Luigi [QUI IL PDF]

Tutto sarebbe ordine e armonia, se non ci fosse ancora e sempre l’uomo. L’industria e l’economia, aiutate dalla scienza e dalla tecnica, hanno fatto del loro meglio per soddisfare i capricci stravaganti dei consumatori. Sono loro che, usando ed abusando in modo “irrazionale” di queste istituzioni, hanno messo il pianeta in questo stato. E adesso, ecco che non vogliono più i rifiuti che hanno prodotto!
Bertrand Louart

Blu. Street Art - Roma
Blu. Street Art – Roma

Miguel Amorós è un teorico e militante rivoluzionario valenzano, già redattore della rivista di critica radicale «Encyclopédie des Nuisances», conosciuto in lingua italiana per diversi suoi saggi pubblicati in particolare dalle edizioni Nautilus di Torino. Proponiamo qui, in prima traduzione italiana, il suo intervento Cos’è e cosa vuole l’anti-industrialismo?, tenuto all’Incontro di difesa del territorio organizzato nel maggio 2014 dalla Libreria associativa Transitant a Palma di Maiorca.

La nostra epoca, l’epoca del capitalismo tecno-industriale, è profondamente differente da tutte quelle che l’hanno preceduta, se non altro per il suo correre testardamente verso la distruzione delle basi stesse della vita sul pianeta. Due secoli di progresso tecnologico hanno infatti ridotto il mondo in cui viviamo in una pattumiera, per cui uomini e donne sono costretti ad adattarsi ai veleni che infestano la terra, l’acqua, l’aria. Nonostante il manto dell’ideologia scientista e del progresso, è un dato di fatto che l’odierna civiltà provochi il disastro ecologico.

La tecnologia, non le sue presunte “derive”, è l’aspetto fondamentale del dominio contemporaneo. Essa nasce per scopi ben precisi, in sostanza accrescere potere e profitti, prendendo una determinata direzione e ignorando le mille altre possibili. D’altra parte non sono certo bisogni e aspettative di uomini e donne a guidare l’innovazione tecnologica, casomai è il contrario: è quest’ultima che crea i primi. La presunta neutralità della scienza non è infatti di questo mondo e se lo sguardo va oltre l’immediata applicazione pratica si deve riconoscere che è illusorio pensare di disporre liberamente della tecnologia e di impiegarla per i propri fini. Non diciamo nulla di nuovo. Lo sosteneva, ad esempio, il lungimirante filosofo tedesco Günther Anders già negli anni Sessanta: “non basta affermare che bisogna utilizzare la tecnica per scopi buoni invece che cattivi, per compiti costruttivi invece che distruttivi. Tale argomento, che si ode fino alla noia sulle bocche di tanti uomini di buona volontà è indiscutibilmente miope. Ciò che oggi dobbiamo chiederci è se disponiamo così liberamente della tecnica. Non ci si può limitare a sostenere questo potere discrezionale. In altre parole, può darsi benissimo che il pericolo che ci minaccia non consista nel cattivo uso della tecnica, ma sia implicito nell’essenza della tecnica in quanto tale”[1].

Testi come quelli di Amorós che qui proponiamo alla lettura invitano ad alzare lo sguardo dagli aspetti più immediati ed esteriori della tecnologia, dagli apparenti vantaggi di questa o quella applicazione, per cercare di comprendere nel più ampio contesto sociale e storico le nefaste ricadute del suo avanzamento. Ogni nuova tecnologia, infatti, non tende a integrarsi nel mondo preesistente, piuttosto fa sì che sia il mondo a doversi adattare ad essa, colonizzando ogni aspetto del vivente. In questo senso, l’introduzione dell’automobile non ha solamente permesso alle persone di spostarsi più velocemente da un posto all’altro – le distanze che l’automobile permette di percorrere, oggi si devono percorrere – ma ha prodotto una società completamente diversa, imponendo tra l’altro nuovi ritmi di lavoro e distruggendo la conformazione e la vivibilità degli agglomerati urbani. E la televisione? E internet?

Lo sviluppo della tecnica, o meglio delle tecniche, è connaturato al nostro stare al mondo, mentre il progresso tecnologico determina il regresso umano, rendendo antiquato l’uomo e le sue facoltà; ogni suo avanzamento è un colpo inferto all’autonomia e alla libertà dei viventi. Per “autonomia” si intende la possibilità per i singoli e le comunità di determinare le proprie condizioni di vita attraverso la propria attività: uno scenario che stiamo irrevocabilmente perdendo mentre la tecnica moderna impone condizioni di vita e si rende, essa sì, autonoma dall’intervento umano. In altre parole, non è più l’uomo a padroneggiare lo strumento ma è la macchina a tenere in pugno l’uomo, mentre il sistema tecno-industriale nel suo complesso mira a modellare un mondo in cui le attività umane non siano più d’intralcio alla circolazione delle merci. Così come nella produzione sono gli ingranaggi a dettare i ritmi alle mani, e non viceversa, anche al di fuori del lavoro possiamo illuderci di controllare l’automobile o il telefonino, mentre siamo del tutto asserviti al loro uso sociale.

Come accennato in apertura, “tecnologia” non è solo il moderno complesso industriale ma anche l’ideologia del progresso che lo accompagna. Un dogma che ha accomunato a lungo borghesia e proletariato, detentori del potere e movimenti rivoluzionari. Oggi è irragionevole pensare di contrastare l’ideologia del progresso appellandosi a una qualche forma di decrescita controllata, che ha lo scopo di tirare le briglie e cercare di governare un sistema andato fuori binario. Un’opposizione ecologista che si mantiene composta e rispettosa delle regole del gioco è quanto di meglio possa chiedere la perpetuazione del sistema di dominio, ben lieto di renderla compartecipe – illuminata – della gestione del disastro. Non sappiamo quindi che farcene delle litanie delle associazioni ecologiste, degli esperti, perfino degli industriali e degli uomini di Stato sulla necessità di uno sviluppo sostenibile per “salvare il pianeta”, che si guardano sempre bene dal mettere in discussione l’ideologia del progresso e dal rifiutare questo sistema tecno-industriale e la sua mortifera quotidianità. Nessuno nega che le battaglie quotidiane siano battaglie per obiettivi parziali, ma perdono il loro senso se non si è capaci di inserirle in un immaginario rivoluzionario radicalmente altro: “la società industriale – ha scritto Bertrand Louart – si è resa in gran parte indispensabile e i valori che la fondano, con le sue merci, hanno colonizzato gli spiriti al punto che più nessuno osa immaginare qualcos’altro che un diverso modo di gestione del macchinario, ma mai la sua rimessa in discussione radicale”[2].

L’anticapitalismo, quindi, non può prescindere da una prospettiva anti-industriale, di sabotaggio dello sviluppo, innanzitutto per preservare i territori in cui viviamo. Il cuore del discorso non è tanto lo sbarazzarsi delle cianfrusaglie tecnologiche prodotte nel secolo della plastica e dell’elettricità, quanto l’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, che fa tutt’uno con lo sbarazzarsi di cui sopra. Ciò che serve, in fin dei conti, è quella necessaria lucidità critica che sia di indirizzo all’agire; un cambiamento radicale nei modi di pensare che guidi la messa in pratica di modelli alternativi, in conflitto e antagonisti alla civiltà che conosciamo. “Il pensiero anti-industriale – scrive Amorós – non rappresenta una nuova moda, una critica puramente negativa del pensiero scientifico e delle ideologie progressiste, né un volgare primitivismo che propone di tornare a un qualche momento della Storia. Non è neanche una semplice denuncia dell’addomesticamento del proletariato e del dispotismo del capitale. Ancor meno è un qualcosa di tanto mistificatore quanto una teoria unitaria della società, riserva di caccia dell’ultima delle avanguardie o dell’ultimo dei movimenti. Va al là di tutto questo. È lo stadio più avanzato della coscienza sociale e storica. È una determinata forma di coscienza, dalla cui generalizzazione dipende la salvezza dell’epoca”[3].

Miguel Amorós, Cos’è e cosa vuole l’anti-industrialismo?

La corrente anti-industriale emerge, da un lato, dal bilancio critico del periodo che si chiude con lo scacco del vecchio movimento operaio autonomo e con la ristrutturazione globale del capitalismo; nasce dunque tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo passato. Dall’altro lato, sorge dal nascente tentativo di ritorno alla terra di questa epoca e dalle rivolte popolari contro la presenza permanente di fabbriche inquinanti nei centri urbani e contro la costruzione di centrali nucleari, zone urbanizzate, autostrade e dighe. È al tempo stesso un’analisi teorica delle nuove condizioni sociali che tiene conto del contributo dell’ecologismo e una lotta contro le conseguenze dello sviluppo capitalista, anche se non sempre le due cose stanno insieme.

Possiamo definirlo come una teoria critica e una pratica antagonista nate dai conflitti provocati dallo sviluppo della fase ultima del regime capitalista, che corrisponde alla fusione dell’economia e della politica, del Capitale e dello Stato, dell’industria e della vita. A causa della sua novità, e anche per l’estensione della sottomissione e della rassegnazione tra le masse declassate, riflessione e lotta non sempre vanno mano nella mano; l’una postula obiettivi che l’altra non sempre vuole assumere; il pensiero anti-industrialista lotta per una strategia globale di conflitto, mentre la sola lotta si riduce a tatticismo, cosa che va a solo beneficio del dominio e dei suoi sostenitori. Le forze mobilitate non sono quasi mai coscienti del loro compito storico, mentre la lucidità della critica non arriva sempre a rischiarare le mobilitazioni.

Il mercato globale trasforma continuamente la società conformemente alle sue necessità e ai suoi desideri. Il dominio formale dell’economia nella vecchia società di classe si trasforma nel dominio reale e totale nella moderna società tecnologica di massa. I lavoratori oggi massificati sono prima di tutto consumatori. La principale attività economica non è industriale, ma amministrativa e logistica (terziaria). La principale forza produttiva non è il lavoro, ma la tecnologia. In compenso i salariati sono la principale forza di consumo. La tecnologia, la burocrazia e il consumo sono i tre pilasti dello sviluppo attuale. Il mondo della merce ha smesso di essere autogestibile. È impossibile umanizzarlo: bisogna prima smantellarlo.

Tutte le relazioni degli esseri umani tra loro e con la natura hanno perso il loro carattere diretto e si trovano mediate da cose, o meglio da immagini associate a cose. Una struttura separata, lo Stato, controlla e regola questa mediazione reificata. Così, dunque, lo spazio sociale e la vita che lo abita sono modellati in accordo con le leggi di queste cose (le merci, la tecnologia), quelle della circolazione e quelle della sicurezza, originando tutto un insieme di divisioni sociali: tra cittadini e rurali, dirigenti e diretti, ricchi e poveri, integrati ed esclusi, veloci e lenti, connessi e sconnessi, etc. Il territorio, una volta sgomberato dagli agricoltori, si converte in una nuova fonte di risorse (una nuova fonte di capitali, un decoro e un supporto delle macroinfrastrutture, un elemento strategico della circolazione). Questa frammentazione spaziale e questa disaggregazione sociale appaiono oggi sotto forma di una crisi che presenta diversi aspetti, tutti in relazione tra loro: demografici, politici, economici, culturali, ecologici, territoriali, sociali… Il capitalismo ha superato i suoi limiti strutturali, o detto in altra maniera, ha toccato il tetto.

La multiple crisi del nuovo capitalismo sono il risultato di due tipi di contraddizioni: quelle interne, che sono causa di forti ineguaglianze sociali, e quelle esterne, responsabili dell’inquinamento, del cambiamento climatico, dell’esaurimento delle risorse e della distruzione del territorio. Le prime non escono dall’ambito capitalista dove restano dissimulate come problemi del lavoro, affari di credito e deficit parlamentari. Le lotte sindacali e politiche non prospettano mai di uscire dal quadro che incornicia l’ordine stabilito; ancora meno si oppongono alla sua logica. Le contraddizioni principali sono quindi prodotte o dal contrasto tra l’esaurimento delle risorse planetarie e la domanda infinita che esige lo sviluppo, o dall’urto tra i limiti che impongono la devastazione e la distruzione illimitata che sono implicate nella continua crescita. Queste contraddizioni rivelano la natura terrorista dell’economia di mercato e di Stato nei confronti dell’ambiente e della vita della gente. L’autodifesa di fronte al terrorismo della merce e dello Stato si manifesta tanto sotto forma di lotte urbane che rifiutano l’industrializzazione del vivere – o come anti-industrialismo – che come difesa del territorio contro l’industrializzazione dello spazio. I rappresentanti del dominio, se non possono integrare queste lotte sotto gli abiti di un’opposizione “verde”, rispettosa delle loro regole del gioco, le presentano come un problema minoritario di ordine pubblico, per poterle così reprimere e schiacciare.

In un momento in cui la questione sociale tende a presentarsi come questione territoriale, solo la prospettiva anti-industriale è capace di considerarla correttamente. Di fatto, la critica allo sviluppo è la critica sociale per come esiste oggi; nessun’altra è veramente anticapitalista perché nessuna mette in causa la crescita o il progresso, i vecchi dogmi che la borghesia ha trasmesso al proletariato. D’altra parte, le lotte di difesa per la salvaguardia del territorio, sabotando lo sviluppo, fanno sì che l’ordine della classe dominante vacilli: nella misura in cui riusciranno a riformare un soggetto collettivo anticapitalista, queste lotte non saranno altro che la moderna lotta di classe.

La coscienza sociale anticapitalista emerge dall’unità della critica e della lotta, vale a dire della teoria e della pratica. La critica separata dalla lotta diviene ideologia (falsa coscienza); la lotta separata dalla critica diviene nichilismo e riformismo (falsa opposizione). L’ideologia difende spesso un ritorno impossibile al passato, fornendo un eccellente alibi all’inattività (o all’attività virtuale, che è la stessa cosa), anche se la sua forma più abituale si ritrova nella sfera economica del cooperativismo o nella sfera politica del cittadinismo (versione europea del populismo). La vera funzione della prassi ideologica è la gestione del disastro. Tanto l’ideologia quanto il riformismo separano l’economia dalla politica per proporre soluzioni all’interno del sistema dominante, che sia in un campo o nell’altro. E poiché i cambiamenti derivano dall’applicazione di formule economiche, giuridiche o politiche, entrambi negano l’azione, che sostituiscono con succedanei teatrali e simbolici. Rifuggono un confronto reale, dal momento che vogliono a tutti i costi rendere compatibili le loro pratiche con il dominio, o almeno approfittare delle sue lacune e delle sue crepe per sopravvivere e coesistere. Vogliono gestire degli spazi abbandonati e amministrare la catastrofe, invece di sopprimerla.

L’unione appena citata tra la critica e la lotta procurano all’anti-industrialismo un vantaggio che non possiede nessuna ideologia: sapere tutto ciò che vuole e conoscere gli strumenti necessari per raggiungere il suo scopo.  Essa può presentare in maniera realista e credibile i tratti principali di un modello alternativo di società, società che diventerà palpabile appena sarà superato il livello tattico dei coordinamenti, delle associazioni e delle assemblee, per raggiungere il livello strategico delle comunità combattenti. Cioè appena la frattura sociale potrà esprimersi nel senso di “noi” contro “loro”. Chi sta in basso contro chi sta sopra.

Le crisi provocate dalla fuga in avanti del capitalismo non fanno nient’altro che affermare, per contro, la pertinenza del messaggio anti-industriale. I prodotti dell’attività umana – la merce, la scienza, la tecnologia, lo Stato, gli agglomerati urbani – si sono complicati rendendosi indipendenti dalla società e ergendosi contro di lei. L’umanità è stata schiavizzata dalle sue stesse creazioni incontrollate. In particolare, la distruzione del territorio dovuta a un’urbanizzazione cancerosa si rivela oggi come la distruzione della società stessa e degli individui che la compongono. Lo sviluppo, come il dio Giano, ha due facce: ora, le conseguenze iniziali della crisi energetica e del cambiamento climatico illustrate dall’estrema dipendenza e ignoranza della popolazione urbana, ci mostrano la seconda faccia, nascosta. La stagnazione della produzione di gas e petrolio annuncia un futuro in cui il prezzo dell’energia sarà sempre più alto, il che rincarerà il prezzo dei trasporti, provocherà crisi alimentari (accentuate ancor più dal riscaldamento globale) e causerà crolli produttivi. Nel medio termine, le metropoli saranno totalmente invivibili e i loro abitanti si troveranno nella situazione di scegliere tra ricostruire il loro mondo in modo diverso o scomparire.

L’anti-industrialismo vuole che il decadimento inevitabile della civiltà capitalista porti ad un periodo di smantellamento di industrie e infrastrutture, di ruralizzazione e decentramento, o per dirla in altro modo, che avvii una transizione verso una società giusta, egualitaria, equilibrata e libera e non verso un caos sociale di dittature e guerre. A tal fine, l’anti-industrialismo rende disponibili sufficienti armi teoriche e pratiche che possono sfruttare i nuovi gruppi e le comunità ribelli, semi di una civiltà diversa, liberata dal patriarcato, dall’industria, dal capitale e dallo Stato.

[1] Günther Anders, L’uomo è antiquato, v. 2: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 113.

[2] Bertrand Louart, Il nemico è l’uomo, Torino, Quattrocentoquindici, 1999, p. 71-72.

[3] Miguel Amorós, Noi, gli anti-industriali, «Nunatak», n. 19, estate 2000, p. 46 e «XXmila leghe sotto i mari» (catalogo Nautilus), n. 10, 2011, p. 6.

Rompere l’assedio tecnologico (#0)

Rompere l’assedio tecnologico
Di Luigi

Cath Everett
Cath Everett

 

Il capitalismo ha avuto bisogno dell’industria per imporre la propria organizzazione sociale e trova nella tecnologia asservita alle sue logiche di profitto la migliore alleata per perfezionare il proprio dominio: “sebbene la nascita del capitalismo non sia dipesa dallo sviluppo industriale, è evidente che è solo grazie all’industria che questo ha potuto realizzare tutte le aspirazioni che il suo programma di sottomissione economica conteneva” (Los Amigos de Ludd, Utopia e miseria del mondo industriale, bollettino n. 2).

Chiunque serbi ancora un residuo di semplice buon senso non può che constatare quanto la tirannia tecno-industriale stia vincendo la guerra contro l’umanità e, avendo rotto gli equilibri che hanno da sempre regolato l’ordine naturale, stia avvelenando e distruggendo il pianeta e le forme di convivenza possibili. D’altra parte non siamo convinti, come vorrebbe una facile lettura deterministica della storia, che il collasso della civiltà industriale sia imminente e inevitabile. Purtroppo la faccenda potrebbe andare avanti scovando sempre rinnovate stampelle e questa non è affatto una lettura rassicurante: “la peggiore catastrofe sarebbe l’assenza di catastrofe”, diceva qualcuno.

Che la tecnologia industriale non sia affatto neutrale dovrebbe essere ormai assodato. Non è adattabile allo sfruttamento o all’emancipazione a seconda di come la si guardi, ma è figlia di un sistema di dominio ben preciso, e intollerabile. La macchina in astratto esiste infatti solo nella menzogna secondo la quale i congegni riducono e alleggeriscono il lavoro umano, ma nella realtà ci si imbatte in una molto concreta meccanizzazione che è inseparabile dall’uso capitalistico per cui è nata, ovvero il progredire nella sottomissione di chi non ha e nell’innalzamento dei profitti di chi ha. Alla faccia di presunte scienze pure e disinteressate, il fine (che è spesso in prima battuta l’applicazione militare) condiziona la ricerca scientifica indirizzandola su precisi binari a scapito di mille altri possibili percorsi mai battuti. Ed è pertanto difficile, se non come esercizio di fantasia, un riutilizzo positivo di tecnologie pensate e sviluppate nel contesto di dominio del capitale, che in queste condizioni – e solo in queste – mostrano la loro vera utilità ed efficacia.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

La tecnologia, quindi, non è semplicemente un mezzo escogitato dall’uomo per produrre più agevolmente, ma invadendo la totalità delle sfere della nostra vita materiale, ha rimodellato i rapporti tra gli uomini e con la natura nel segno di un crescente asservimento dei bisogni alle esigenze della produzione, e non viceversa, in un circolo vizioso per cui l’industria crea le necessità umane e poi vi provvede. E, questo, senza conoscere limiti: la sottomissione tecnologica della natura è un processo in perenne espansione, a prescindere dalle nocività che genera e dalle rovine che si lascia alle spalle. Senza contare che, il più delle volte, una nuova tecnologia serve solo a riparare i danni causati da una tecnologia precedente.

L’“obsolescenza programmata” ci offre un comodo punto di vista per riconoscere come la tecnologia sia al servizio del capitale e l’innovazione serva per prima cosa a far lievitare conti in banca e solo come effetto collaterale a migliorare aspetti della quotidianità. Un simpatico esempio tra i tanti è dato dall’introduzione sul mercato delle calze in nylon al posto di quelle in seta negli anni quaranta. La DuPont, accortasi che il nuovo prodotto era troppo resistente alle smagliature e che questo sarebbe stato negativo per i consumi e quindi per i propri profitti, richiese ai ricercatori di progettare una fibra meno durevole. O ancora, tornando alla questione del dove la ricerca scientifica viene indirizzata: è mai possibile che nessuno abbia interesse a risolvere tecnologicamente il problema della distruzione di foreste perché noi occidentali ci si possa pulire il culo con quattro veli? Rispetto al vecchio uso di giornali, acqua o foglie, oggi, in questo campo, possiamo ritenere di avere raggiunto un progresso?

Per non parlare dell’invasione delle materie plastiche, altamente inquinanti e indistruttibili, nella modalità usa e getta di cui l’umanità non sentiva alcun bisogno ma che in poco tempo è diventata la regola e oltre a causare danni ambientali irreparabili ha colonizzato perfino le coscienze. Basta guardarsi intorno per accorgersi di come vivere senza plastica, o meglio sarebbe dire senza rifiuti di plastica, è oggi non solo praticamente impossibile ma anche difficilmente concepibile.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

Il fatto più grave è che mentre nei millenni di storia umana preindustriale la tecnica è sempre stata legata al saper fare ed era pensabile come conquista comune della collettività, padroneggiabile, ora le abilità sono un qualcosa di obsoleto, superfluo se non controproducente. Il macchinario ha infatti preso il sopravvento su una massa di utilizzatori che da esso dipendono senza comprenderlo né poterne aver alcun controllo: “la tecnologia, come già il mercato, non è un destino dal quale non ci si può affrancare, non è un’entità astratta che regola dall’alto le nostre vite e che al massimo possiamo controllare nei suoi effetti più devastanti, bensì la risultante di una precisa volontà di sopraffazione del capitale che ha costruito sullo spossessamento delle capacità tecniche dell’uomo il suo potere” (Per la critica della tecnologia, Bologna, Acrati, 2004).

Stefano Boni, nel suo bel libro Homo comfort: il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze (Milano, elèuthera, 2014) confronta la contemporanea ipertecnologia con la tecnica ipotecnologica preindustriale: mentre la seconda richiede soggetti abili ed esperti, passa attraverso un processo di apprendimento, deriva strumenti e materiali dal mondo naturale circostante lasciandosi dietro scarti non tossici e dà forma a prodotti unici e durevoli, la prima prevede un atto umano anonimo e privo di creatività, dipende da fonti energetiche non direttamente controllabili, decontestualizza la produzione dall’ambiente introducendo le nozioni di rifiuto e inquinamento e genera prodotti in serie destinati a un rapido consumo. Ma se l’ipotecnologia prevede un certo grado di umana fatica, l’ipertecnologia promette di alleviare l’esistenza (certo, permangono mansioni faticose non eseguibili dai sistemi artificiali, ma per quelle ci sono i nuovi schiavi). Sudare è oggi antiquato: l’unico modo socialmente accettabile per farlo pare sia tra le mura di una palestra, pagando.

Però, obiettano i difensori dell’“unico mondo possibile”, la speranza di vita nella società ipertecnologica è in aumento. Vero, ma a quale prezzo? L’avvelenamento dei territori e la perdita del saper fare, come già detto, ma anche una progressiva perdita di contatto con la materialità della natura che non risparmia nessuno dei cinque sensi. Quello che i nostri corpi quotidianamente toccano, vedono, gustano, ascoltano e annusano, soprattutto per chi vive in contesto urbano, è in massima parte artificiale, il più possibile schermato dal contatto contaminante con la natura. Il prezzo è il trionfo dell’inorganico sull’organico.

Il macchinario, inoltre, apparecchiando un mondo di tecnocomodità, costruisce il consenso passivo delle masse: chi rifiuta i comodi benefici della tecnologia è fuori dal tempo del progresso, è un barbaro, una minaccia. Così, legandoci ad una dipendenza totale, la tecnologia impone le sue regole e si fa innanzitutto ordine sociale: “non si tratta di trovare una strada per il riorientamento di un determinato sistema tecnico, bensì di smantellare il fondamento ideologico che lega la società all’insieme delle necessità ingenerate dal sistema tecnico sotto la forma concreta che noi oggi subiamo (la forma industriale sviluppata)” (Los Amigos de Ludd, Note preliminari, bollettino n. 1).

In conclusione, non è possibile conciliare libertà e tecnologia, dal momento che in una società tecnologicamente avanzata l’individuo perde il controllo sulle circostanze della propria vita. E le nuove tecnologie, una volta introdotte, determinano con tale prepotenza l’assetto della società che alla fine ci si trova costretti al loro utilizzo. Rompere l’assedio tecnologico vuol dire aver l’audacia di mettere in discussione e provare a reinventare l’intero sistema di produzione e di consumo. Con questo non vogliamo proporre un bucolico ritorno al passato, cosa né possibile né desiderabile, non esaltiamo la zappa e la fatica e non sottovalutiamo le forme del dominio che hanno afflitto l’umanità nelle società preindustriali, così come non idealizziamo i modi della convivenza sociale prima del capitalismo. Se guardiamo al passato è per comprendere attraverso quali percorsi si sia arrivati all’oggi e, una volta appurato che così non va, ragionare sulle soluzioni per uscirne.

Il che non significa chiedersi come potremmo vivere senza questo o quell’apparecchio. La posta in gioco è più alta: non è possibile salvare alcuni aspetti “positivi” della tecnologia e rifiutare il resto, visto che l’intero sistema scientifico-tecnologico dominante è un sistema olistico, non scomponibile nelle sue componenti ma tutt’uno con l’assetto politico ed economico. Allora, l’unica domanda sensata per affrontare il superamento della tecnologia assoggettata al dominio è: “come possiamo sovvertire l’esistente, nonostante i rapporti di forza ci siano avversi?”.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

Qui di seguito ripubblichiamo una autointervista dei Los Amigos de Ludd, gruppo spagnolo che tra 2001 e 2004 ha pubblicato un interessante «Bollettino d’informazione anti-industriale», uscito in edizione italiana a cura di ACRATI (Aggregazione contro la rovinosa avanzata della tecnologia industriale). Il Bollettino è consultabile presso la Biblioteca Travaglini di Fano.

Critica del nuovo mondo felice che si avvicina
Autointervista de Los Amigos de Ludd

Cosa comporta per voi il riferimento a Ludd e ai luddisti?

I luddisti erano lavoratori e lavoratrici inglesi che in un periodo compreso tra il 1811 e il 1813 si resero protagonisti di un movimento insurrezionale e agirono distruggendo i macchinari industriali. Si davano il nome collettivo di Generale Ludd o Re Ludd (o nomi simili). Attualmente, nel mondo anglosassone è comune che chiunque si opponga al progresso tecnologico venga tacciato con disprezzo di luddismo; ciononostante, sono in molti, dagli anni ’80 e ’90, coloro che in America hanno innalzato la bandiera del luddismo (con diverso rigore, naturalmente). Le azioni contro coltivazioni transgeniche in Francia, Belgio e Regno Unito, i sabotaggi contro il treno ad alta velocità in Italia, le occupazioni rurali nello stato spagnolo, i movimenti contadini di resistenza in Brasile e in India, tutto ciò è un ulteriore segno di una ribellione contro un progresso tecnoscientifico che sempre più si svela per quello che è: la strategia pianificata di uno sfruttamento senza fine. Sintetizzando, possiamo affermare che per noi il luddismo rappresenta un esempio di opposizione popolare attiva a una tecnologia che la tirannia industriale del capitalismo vuole imporre.

Tuttavia, mi risulta che il vostro livello operativo non sia molto alto.

Non siamo per l’esattezza un movimento di massa. Per il momento ci limitiamo a stendere un salutare discredito nei confronti della società industriale.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

Ma in che misura pensate che il luddismo sia trapiantabile nel presente?

I trapianti non sono la nostra passione. La questione è un’altra. Bisogna comprendere che i luddisti reagirono contro un tipo di tecnologia che era la manifestazione evidente della distruzione accelerata delle loro comunità e delle loro forme di vita. I luddisti reagirono non solo contro i danni provocati dalle macchine, ma anche contro il sistema macchinista in sé e il tipo di produzione che implicava. Questo è un punto importante. In qualche modo avvertirono che il male stava tanto nel possesso e nello sfruttamento privato dei macchinari quanto in un tipo di organizzazione meccanizzata della produzione e del lavoro, che ai loro occhi comportava l’irruzione di una nuova vita con leggi antisociali. Detto in altri termini, essi intuirono che la tecnologia industriale poteva corrispondere solo a una determinata forma di sfruttamento della natura umana all’interno del suo habitat di convivenza: la forma capitalista, che ha bisogno di distruggere i legami comunitari, di isolare gli individui e di privarli di ogni mezzo che possa offrire loro una possibilità di autonomia materiale.

Ma non sarà questo un modo troppo benevolo e idealista di giudicare il passato preindustriale e le sue comunità?

È la nostra epoca che necessita di critici più severi. Oggi si tende piuttosto a idealizzare il presente. Noi non sosteniamo un improbabile ritorno al passato. Ciò che intendiamo mettere in evidenza è che la società industriale – con il suo ideale di progresso – ha falsificato tutta la nostra visione del passato. Oggi sappiamo che la creazione su scala universale di un Mercato e di uno Stato – un tempo limitati più o meno all’ambito nazionale, oggi planetario – ha occultato la storia su piccola scala di forme di organizzazione sociale e comunale più eque e razionali e meno nocive per l’ambiente naturale, che convissero con forme di potere o con sistemi religiosi che, sebbene inaccettabili, non opprimevano completamente, o non sempre e non in tutti i luoghi come accade oggi, l’autonomia sociale della comunità. Tutto ciò apparirà come una verità sospetta per le menti progressiste di oggi, che tendono a vedere il passato come un’epoca oscura e superata. Quando in epoche precedenti le popolazioni si ribellavano contro l’iniquità e la giustizia arbitraria dei potenti (nobiltà, ricca borghesia, clero e Corona) sapevano quantomeno che erano i loro mezzi di sostentamento – la terra, il legname, i cereali o i pascoli – che erano in gioco. Non separarono mai i loro ideali sociali – per quanto poveri fossero – dai loro mezzi diretti di sussistenza (che, in quel momento, erano ancora nelle loro mani). E nemmeno dai loro mezzi diretti di autogoverno (l’assemblea o il consiglio): oggi qualunque rivendicazione sociale deve passare attraverso il dominio astratto del mercato, attraverso la burocrazia dello Stato o del riformismo sindacale. Ogni conflitto si gioca intorno a mediocri esigenze che obbediscono alla logica economica dei potenti (che si tratti del potere d’acquisto o dei diritti civili). L’identificazione della ricchezza con il “denaro” è oggi a tal punto banale, e lo è dai tempi di Balzac, che quasi nessuno si chiede se esista una forma di vita che non sia merce acquistabile. Si lavora senza posa per undici mesi per poter vedere o mangiare una trota di fiume, fare il bagno in mare o fuggire dal feroce rumore delle città. Il riposo feriale è la burla sinistra del potere ad uso dei suoi schiavi. Nella società del capitalismo industriale la maggior parte delle lotte si focalizza su contrattazioni che riguardano condizioni di vita già di per sé deteriorate: si chiede una migliore distribuzione del reddito, ma non si mette in discussione ciò che in realtà è possibile ottenere attraverso tale reddito (una sopravvivenza in una periferia urbana? migliori superstrade nelle quali morire più velocemente? più polisportive? maggior consumo di surrogati?); si discute di salario, ma non della natura stessa del lavoro salariato; si chiede una maggiore protezione sociale di fronte al Mercato, ma non si mette in discussione l’esistenza stessa antisociale del Mercato; si cerca rifugio nello Stato e si dimentica che è stato questo che ha reso possibile che il terreno sociale divenisse il campo di battaglia della guerra economica del capitalismo. Intanto, la biosfera si va deteriorando di fronte a un assalto dissipatore sempre più crescente. Lo sfruttamento capitalista non sarebbe mai stato possibile se non si fossero industrializzate le nazioni e le popolazioni. L’opposizione tra la campagna e la città non può essere una scelta da fine settimana: nella distruzione di ogni forma di vita rurale e comunitaria è ben chiara l’origine del dominio totale che oggi subiamo.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

Se ho compreso bene, voi criticate la società industriale che è nelle mani del potere capitalista, ma accettereste un tipo di società industriale governata dal potere autorganizzato della gente.

Hai capito piuttosto male. Per noi la società industriale, la sua organizzazione del tempo e del lavoro, la sua nocività e l’utilizzazione delle sue tecnologie è consustanziale al modello economico del capitalismo. Le due cose sono inseparabili.

Ma se siete così interessati a criticare la società capitalista non dovreste riprendere l’analisi marxista dell’economia politica e farla finita con queste critiche ad effetto alla tecnologia e al progresso scientifico?

Pensiamo che la maggior parte della scuola marxista abbia subito il fascino della rivoluzione capitalista della produzione, così come del macchinismo e della classe lavoratrice urbana. Qui inizia il problema. Marx salutò la nascita della classe proletaria come un qualcosa di benefico: credette che dal negativo – la miseria totale della classe lavoratrice industriale – sarebbe derivato il positivo – il comunismo. Per questo egli vide la rivoluzione capitalista e l’economia borghese come un momento critico ma necessario, il momento in cui si sarebbe generata quella classe rivoluzionaria che avrebbe conquistato il potere. L’economia borghese avrebbe imposto le condizioni oggettive per questo cambiamento fondamentale: la distruzione di tutti i vecchi legami comunitari e lo spossessamento totale degli individui. La questione, in buona sostanza, era che la classe lavoratrice prendesse le redini del movimento progressivo della Storia e si lasciasse alle spalle il vecchio mondo. Crediamo che questa visione dell’antagonismo sociale sia povera e storicamente ingannevole. Quindi, riteniamo che non ci sia alcun progresso nella Storia, e nemmeno che dal negativo estremo debba scaturire l’estremo positivo. Il processo di degrado sociale a cui la rivoluzione industriale ha dato impulso distrusse, certamente, i legami con un passato pieno di ombre e di luci, ma non fu di grande aiuto perché si forgiasse una classe con una chiara coscienza di emancipazione. Principalmente perché le generazioni nate dalla rottura avevano perduto il contatto con pratiche di socialità diretta, saperi non frammentari, beni comunitari, tecniche di produzione semplici, mutuo appoggio, ecc. Il marxismo più ortodosso accettò per buona la visione progressista della storia, ereditata dal pensiero liberale capitalista. Benedisse la Scienza e la sua applicazione industriale.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

Considerate anche la Scienza come un alleato oggettivo del potere capitalista?

La mera formulazione di questa domanda contiene già in sé la sua risposta. Nell’Età moderna la Scienza necessita di grandi quantità di mezzi e di un gigantesco campo di sperimentazione per sviluppare le sue indagini; le imprese e lo Stato offrono entrambe le cose: denaro e tutto il corpo sociale sul quale sperimentare con le sue innovative scoperte. In cambio la Scienza deve accettare criteri di produttività elevati, specializzazione, divisione del lavoro e disciplina industriale… ah!, dimenticavamo, anche un rigoroso silenzio complice allorquando qualche esperimento sfugge dalle mani e produce una catastrofe, il che non è infrequente.

Mi sembra che voi giochiate a terrorizzare la gente presentando un’idea della tecnologia e della scienza come prodotti di un incubo totalitario. Forse le vostre osservazioni erano utili per un’epoca – quella più oscura – della civiltà industriale. Ma oggi, non lo potete negare, la moderna tecnologia si pone al servizio delle comodità della gente, non la priva dei suoi modi di vita, ma crea invece le condizioni di un benessere sempre rinnovato.

Forse lei guadagnerà un buon stipendio nel corso della sua vita pubblicando queste sciocchezze. Per quanto ci riguarda, pensiamo sia naturale che la tecnologia di consumo appaia oggi come una compensazione miracolosa in un mondo in cui tutti i veri valori necessari all’umano sono proibiti. Nella società divisa qualunque offerta tecnologica appare come una benedizione: ai moderni schiavi che hanno perduto perfino la capacità di riunirsi, non rimane altro che rafforzare il proprio isolamento con strumenti tecnici sempre più perfezionati. In tal modo, l’imprigionamento appare loro ancora sopportabile.

Esagerate davvero…

La nuova società che vogliono imporre si prepara a sopportare allegramente la sua crescente disumanizzazione. Per quanto riguarda la coscienza, sarà necessario rendersi insensibili al degrado delle relazioni umane – degrado in uno stato già molto avanzato –, perdere ogni prospettiva di autonomia personale e collettiva. Per quanto riguarda invece le conquiste materiali, sarà necessario accettare la possibilità di ricostruire tecnicamente la biosfera – e la sostanza umana – per preparare entrambe a uno sfruttamento economico di dimensioni mai viste. A partire da qui molti sceglieranno la propria modalità di sopravvivenza o di adattamento. Noi, nella misura delle nostre possibilità, cercheremo alleati che non accettino le condizioni di questa resa della coscienza.

Steve Cutts - Man
Steve Cutts – Man

 

 

La morte della falegnameria nell’epoca della produzione industriale (#6)

La morte della falegnameria nell’epoca della produzione industriale
Di Bertrand Louart, falegname-ebanista

Immagini da: Die Hausbücher der Nürnberger Zwölfbrüderstiftungen
Immagini da: Die Hausbücher der Nürnberger Zwölfbrüderstiftungen

 

Anche partendo da uno specifico aspetto si può comprendere la portata complessiva dell’attacco alle condizioni di vita condotto dalla società industriale, che con il suo sviluppo tecnologico ha in realtà causato il regresso e la perdita di abilità e saperi millenari. L’umanità “civilizzata” appare oggi sempre meno capace di gestire autonomamente le proprie necessità e sempre più dipendente dalla produzione industriale, che la circonda di merci a rapido deperimento, inquinanti e prodotte in condizioni di lavoro a cui le antiche botteghe artigiane non hanno nulla da invidiare. Accettando di delegare senza riserve al sistema industriale il compito di approvvigionarli di tutto ciò di cui – spesso apparentemente – necessitano, individui e collettività del mondo contemporaneo hanno smarrito la possibilità di intervenire in prima persona sugli oggetti del vivere quotidiano e sarebbe ora di chiedersi che cosa ogni pur piccolo progresso tecnologico abbia fatto perdere in termini di autonomia, creatività, soddisfazione ed equilibrio sociale.

Nello specifico, boschi, alberi e legna hanno da sempre accompagnato lo sviluppo umano fino alle trasformazioni introdotte dalla meccanizzazione industriale, nella cui logica un materiale “vivo”, com’è appunto il legno, non è che di ostacolo all’efficienza economica. Nelle Marche conosciamo bene il settore. Il distretto del mobile di Pesaro, sviluppatosi dal boom del dopoguerra, raccoglie tante piccole aziende e alcune grandi realtà che sfornano a ciclo continuo surrogati di mobili per case neomoderne. Gli operai sono addetti alla movimentazione e al controllo macchine, mentre i falegnami, con la propria abilità e il proprio orgoglio, sono diventati una specie rara che produce pezzi su misura per l’alta fascia di mercato, oppure si limita a piccoli ritocchi, a produrre accessori o, al massimo, a coprire fasi marginali del ciclo produttivo.

Con piena consapevolezza che l’opposizione alla tecnologia industriale non deve guardare a un nostalgico ritorno al passato, né limitarsi a una sua gestione più “sostenibile”, ma tendere alla riappropriazione del pieno controllo sulle nostre vite e al superamento radicale delle condizioni esistenti di sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, pubblichiamo in prima traduzione italiana una serie di estratti dal testo di Bertrand Louart, “La menuiserie et l’ébénisterie à l’époque de la production industrielle”, uscito in «Notes & morceaux choisis. Bulletin critique des sciences, des technologies et de la société industrielle», n. 6, ottobre 2004[1]. L’auspicio è che, a partire dalla ricerca di condizioni di autonomia e libertà in ogni aspetto della vita quotidiana, si riescano a sperimentare e trovare le strade giuste per elaborare altri rapporti sociali, alternativi e conflittuali rispetto al totalitarismo del modo di vita industriale.

Fino alla metà del XIX secolo tutte le opere di falegnameria ed ebanisteria sono state realizzate a mano da cima a fondo, cioè mettendo in opera la forza muscolare degli uomini, la loro abilità manuale e la loro pazienza – si potrebbe anche dire la loro abnegazione. Non è facile oggi nei paesi industrializzati – dove le macchine sono onnipresenti e “facilitano la vita” al punto talvolta di svuotarla del suo sale – immaginarsi la notevole quantità di lavoro che necessitava la più modesta opera di falegnameria in un tempo in cui bisognava fare tutto, ma assolutamente tutto, con utensili manuali.

Senza parlare dell’abbattimento degli alberi né del taglio dei tronchi, il taglio delle tavole, la piallatura e il dimensionamento dei pezzi, gli assemblaggi, le modanature, la levigatura e altre finiture, l’insieme di queste operazioni richiedeva un lavoro paziente e lungo, un’abilità manuale sviluppata a forza di ripetere gli stessi gesti. Così, gli apprendisti delle botteghe di falegnameria ed ebanisteria, insieme alla manutenzione e all’affilatura degli attrezzi, durante gli anni imparavano a piallare correttamente dei pezzi di legno e, in base alla loro abilità, erano promossi a delle mansioni sempre più elaborate. Oggi, con una piallatrice combinata un apprendista prepara un pezzo di legno in pochi minuti e la sua messa al lavoro necessita di un apprendistato di appena qualche giorno.

Senza negare i notevoli contributi di una certa meccanizzazione – i macchinari permettono agli artigiani di liberarsi dai compiti in cui si tratta di dare al materiale le sue caratteristiche fisiche e tecniche (dimensioni, stato di superficie dei pezzi, etc.) – sono queste condizioni che hanno generato le belle opere (e anche i begli utensili) che possiamo ancora vedere.

Il legno è un materiale vivente e questa particolare qualità entra in risonanza con la nostra sensibilità: ecco cosa rende questo mestiere ancora così attraente e piacevole, malgrado quello che gli è accaduto. In effetti si è soliti opporre il lavoro manuale (sporco e penoso, delle fabbriche) al lavoro intellettuale (pulito e gratificante, degli uffici), ma questa separazione non è assolutamente “naturale”, è piuttosto il prodotto di una divisione sociale generale del lavoro che implica da un lato dei dirigenti e dall’altro degli esecutori. Un mestiere come la falegnameria – e ancor di più l’ebanisteria – mostra che, nella sua dimensione artigianale, il lavoro vivente necessita al contrario della combinazione di un insieme vario di competenze e qualità.

C’è evidentemente tutta la parte economica e tecnica in cui si dispiega l’aspetto razionale e “scientifico” dell’attività: costruzione, disegno tecnico, valutazione delle quantità, uso dei macchinari, etc. Ma questo aspetto non è in realtà assolutamente separabile da quello, molto più soggettivo e delicato, della concezione generale e della realizzazione dell’opera. È infatti proprio l’aspetto sensibile che dirige l’esecuzione dell’opera, mentre il lato razionale non serve che a organizzarla e a fare in modo che il lavoro sia condotto a buon fine. In effetti solo l’esperienza del lavoro e dell’utilizzo dei differenti tipi di legno può permettere di concepire l’opera utilizzandone al meglio sia le proprietà meccaniche che estetiche.

In particolare nell’ebanisteria, dove la costruzione è più elaborata, è importante sapere quali tipi di legno sono duri o fragili, se “lavorano” molto e come, qual è la loro durezza, etc.; in breve, tutto un insieme di dati fisici che, combinati, permetteranno di assicurare la robustezza e la durata dell’opera. È altrettanto importante conoscere che tipo di taglio farà apparire una certa venatura, se valorizzerà la specchiatura o al contrario dissimulerà i nodi. A partire dalla progettazione, bisogna pensare al tipo di finitura da effettuare in funzione delle specie di legno impiegate; visto che, seguendo la tessitura del legno, la finitura non ha necessariamente lo stesso aspetto. Dalle prime fasi dell’esecuzione – la scelta delle lastre segate ancora grezze, il disegno e il taglio dei pezzi in queste lastre – è necessario pensare all’aspetto finale dell’opera poiché sono le parti visibili che andranno a determinare il suo aspetto generale. Così come non ci sono due alberi identici, c’è anche un numero considerevole di sottigliezze che talvolta si scoprono durante l’avanzamento della lavorazione…

Il lavoro artigianale fa dunque appello sia all’intelligenza pratica che all’abilità manuale, nella misura in cui si adopera alla progettazione e all’esecuzione di un’opera nella sua totalità e si inserisce nelle relazioni sociali che questa implica. Purtroppo, il sentimento dell’indipendenza – essere il proprio maestro – e di nobiltà del lavoro artigianale – fare belle cose con le proprie mani – tendono a scomparire dal momento che numerosi falegnami da una parte lavorano in fabbrica, come salariati, dall’altra sono considerati come “artigiani” dagli uffici fiscali, quando in realtà fanno essenzialmente dell’Ikea su misura. In entrambi i casi, si realizza una sorta d’inversione della direzione del mestiere: è l’aspetto economico e tecnico che determina le opere e non più la sensibilità umana né le caratteristiche vive del legno.

In confronto a ciò che si faceva circa cinquant’anni fa, la falegnameria ha subito delle profonde trasformazioni con l’invenzione di nuovi materiali, di macchine leggere facili da mettere in opera e di procedimenti tecnici combinati gli uni agli altri. Lungi dall’arricchire il mestiere, dal variare il lavoro e dal rinnovare le forme – senza parlare d’inventare uno stile – questi prodotti non hanno fatto che impoverirli tutti insieme. La falegnameria è l’esempio tipo di una “modernizzazione” del mestiere che non è venuta direttamente da parte delle macchine utilizzate nell’esecuzione delle opere. Agli inizi degli anni Trenta, tutti i perfezionamenti auspicabili erano già più o meno realizzati grazie alle macchine-utensili, e l’automazione della produzione non era allora tecnicamente realizzabile – andremo a vedere perché. L’industrializzazione è arrivata sul versante del “materiale legnoso”, come si dice oggi.

La grande invenzione sono i pannelli in legno cosiddetto “ristrutturato”; una bella inversione pubblicitaria del linguaggio, visto che si tratta precisamente di materiali che non hanno più la struttura del legno, o che non hanno proprio, per quanto riguarda i più recenti, più nessuna struttura. Ne esiste una grande varietà, tanto per composizione che per qualità, mi limiterò dunque a citare i più conosciuti, come il compensato-melaminico (a quest’ultimo, meglio conosciuto con il nome commerciale di Formica, dobbiamo i magnifici mobili degli anni Cinquanta e Sessanta ed è l’antenato del melaminico attuale) e ultimamente l’M.D.F. (Medium Density Fiberboard, pannello di fibre di media densità, chiamato anche “medio”), che sono fatti di segatura e polvere di legno legate con della colla. Con la ferramenta che è loro associata e i macchinari elettrici, costituiscono un insieme tecnologico che si sostituisce in gran parte, se non nella totalità, al saper fare dell’artigiano e in questo modo annientano – nel senso letterale del termine: riducono a niente – il mestiere.

Il problema che comporta l’industrializzazione di un mestiere come la falegnameria è che il suo materiale di base non è assolutamente adeguato, non tanto a un trattamento meccanico, bensì a una catena più o meno automatizzata di trattamenti meccanici. Perché il legno è un materiale vivente. Anche se tagliato, segato ed essiccato, cioè quando non presenta più alcuna attività biologica, resta un materiale vivente le cui qualità specifiche – esattamente quelle per le quali è impiegato – sono fuori dalla portata delle macchine.

I nodi, le fibre, i disegni delle venature, la tessitura; la varietà di tipologie e la diversità delle loro proprietà; le deformazioni e dilatazioni che fanno dire che il legno lavora; le composizioni, la costruzione e le finiture che valorizzano o al contrario dissimulano i suoi “difetti” (termine usato qui nel senso generale di mancanza di uniformità del materiale); tutto questo è troppo complicato. In qualunque pezzo di legno c’è ancora troppa vita, troppi parametri incerti per le macchine. Peggio ancora: l’uso che per millenni si è fatto del legno è spesso estetico, serve ad abbellire e arricchire il quadro della vita umana. In altre parole, solo la sensibilità umana può affrontare la sua complessità e coordinare le diverse qualità e proprietà specifiche del legno per farne veramente un’opera. In breve, la messa in opera del legno implica una gran parte di lavoro vivente.

Ma l’industria e l’economia mercantile si preoccupano innanzitutto di produzione e di vendita; queste preoccupazioni implicano di ricondurre tutte le operazioni a delle procedure standardizzate che permettono delle lavorazioni meccaniche; razionalizzazione indispensabile a una produzione in serie che può assicurare, essa sola, un buon “rendimento degli investimenti”. Per il commercio e l’industria, il legno è il nodo del problema. Bisogna dunque conservare del legno le caratteristiche fisiche e tecniche che gli ingegneri possono quantificare, conoscere scientificamente e manipolare grazie alle macchine, sopprimendo il legno stesso. Se è troppo complesso, dopo la riduzione del problema che esso pone, tramite la decomposizione della sua struttura in elementi semplici e uniformi, non ne resteranno che trucioli, segatura o polvere.

Infatti, nella ristretta visione dell’industria, la segatura è infinitamente più gestibile del legno. In primo luogo, cresce più velocemente. Così, dal 1946, la creazione del Fondo Forestale Nazionale (FFN) è accompagnata da disposizioni volte ad aumentare la disponibilità di legno di conifere tramite ambiziosi imboschimenti e rimboschimenti, anche di specie scomparse dopo l’ultima glaciazione. Questa proliferazione di conifere nei boschi – nei paesi tropicali l’eucalipto gioca lo stesso ruolo – rappresenta una regressione dal punto di vista biologico: la monocoltura di conifere comporta una perdita di biodiversità, l’acidificazione dei suoli e altre modificazioni idrologiche dovute al minor radicamento degli alberi.

Poi, contrariamente al legno massello, la segatura è omogenea: mischiata a delle colle, pressata a caldo, forma delle piastre di grandi dimensioni, regolari nella composizione, uniformi nello spessore, stabili e indeformabili; ed ecco il pannello di trucioli o di fibre. Incollando su ciascuna faccia un foglio di Formica, di melaminico o adesso un semplice foglio di carta cerata sulla quale sarà stata stampata una foto di “decorazione legno” – preferibilmente di quelle latifoglie che appunto scompaiono dai nostri boschi o di quelle preziose specie che stanno diventando rare – si avranno tutti i vantaggi del legno senza nessuno degli inconvenienti: vale a dire una povera cosa, un surrogato, uno spettacolo.

L’idea di partenza era dunque molto semplice in apparenza: utilizzare gli scarti di segheria o di piallatura mescolati a della colla per ricostruire un materiale simile al legno e che pertanto potrebbe essere direttamente sagomato piuttosto che modellato. Ma nella realtà la messa in pratica di questa idea si è rivelata molto complicata. La principale difficoltà risiede nell’incollaggio dei trucioli: è necessario che la colla ricopra di una fine pellicola la superficie dei trucioli e niente più, in modo che durante la messa sotto pressione, le connessioni tra i trucioli assicurino la coesione del pannello nel suo insieme. Non basta dunque, come con del cemento o del gesso (dove i legami tra gli elementi si fanno su scala molecolare, per cristallizzazione di certi componenti), prendere un secchio di colla e mescolarlo a cinque secchi di segatura, stendere il tutto sotto una pressa e attendere che la colla secchi per ottenere un composto la cui solidità e resistenza siano vagamente paragonabili a quelle del legno.

Ciò precisato, si capisce che la fabbricazione di pannelli di trucioli implica un insieme di compiti sottili e delicati che non sono assolutamente alla portata della pazienza e dell’abilità di un essere umano, anche se eccezionalmente dotato. Solo una macchina può realizzare tali risultati, solo delle colle ottenute dalla chimica di sintesi possono avere le proprietà richieste. E, dunque, è attorno a questi problemi che si costruisce la strumentazione estremamente complessa che va a mettere in pratica quella che inizialmente era un’idea molto semplice. Perché si potrebbe credere che niente assomigli di più a un mucchio di segatura che un altro mucchio di segatura. Ma in realtà, per questi macchinari più sensibili e delicati di qualunque essere umano, non è così: perché ciascun truciolo sia correttamente incollato, bisogna che abbiano tutti la stessa dimensione, perché è solamente così che si può calcolare con precisione e iniettare nel soffiatore che realizzerà l’incollaggio l’adeguata quantità di colla. In altre parole, la stessa segatura è ancora troppo irregolare: ci vuole del cippato calibrato. È dunque a partire da qui che tutto un insieme di problemi tecnici si pongono e si incatenano gli uni di seguito agli altri, giustificando dei trattamenti e dei dispositivi particolari.

Il risultato sono delle gigantesche macchine-impianti nelle quali, ad ogni stadio della produzione, c’è una regolazione estremamente precisa della temperatura, della pressione, della densità e dell’umidità dei trucioli o delle polveri in sospensione nell’aria; della dimensione delle goccioline d’aerosol, della viscosità e della diffusione delle resine e altre sostanze chimiche che daranno al pannello le sue proprietà finali; una valutazione dell’usura del materiale in funzione dei prodotti che manipola la macchina. Tutto è verificato e analizzato di continuo da centinaia di sensori; registrato, calcolato, previsto dai computer che pilotano il processo in tempo reale. Gli ingegneri hanno attentamente determinato le “condizioni limite”, cioè gli eventi che possono causare l’ostruzione dei condotti, l’intasamento dei meccanismi, l’incendio o l’esplosione dei composti; hanno risolto tutti i problemi legati alla diffusione del vapore, alla polimerizzazione delle resine e all’interazione tra gli aspetti meccanici e termodinamici dei procedimenti. Niente, assolutamente niente può essere lasciato al caso, e ancora meno all’iniziativa umana, in un tale automatismo.

Il lettore vorrà scusarmi di questa, molto succinta, spiegazione della fabbricazione dei pannelli, ma mi sembrava indispensabile per fare ben comprendere a cosa ci riferiamo di preciso con questi materiali. E non ho citato qui che l’essenziale di questo procedimento […]. Vengono i brividi nel vedere a qual punto gli ingegneri hanno sviluppato dei tesori d’ingegnosità per distruggere il legno. Perché, non c’è da avere alcun dubbio a riguardo, è proprio per questo che sono state impiegate tanta scienza, intelligenza e inventività: a rendere morta, con l’aiuto di un procedimento industriale e di un’organizzazione economica, qualcosa di vivente e che in quanto tale partecipava alla vita quotidiana e alla vita sociale.

L’intero procedimento di produzione dei pannelli è stato concepito razionalmente e dall’inizio alla fine da ingegneri sulla base delle loro conoscenze scientifiche e delle loro analisi delle proprietà e del comportamento dei materiali. Nessun lavoro vivente ha il suo posto in questo procedimento e ciò non è dovuto alla presenza di macchine, ma è inerente alla natura della produzione stessa che non può essere effettuata se non da tali macchine. In effetti, fintanto che l’automatizzazione necessaria per effettuare questo lavoro non esisteva, ricostruire del legno a partire dalla segatura era semplicemente assurdo dal solo punto di vista tecnico ed economico: sarebbe stato molto più complicato e costoso per un risultato che sarebbe stato più mediocre dei procedimenti conosciuti fino allora, cioè i pannelli di legno in compensato o in lamellare incollato. Si sarebbe dovuto, per fare concorrenza a questi prodotti ricostituiti, raggiungere subito una perfezione tecnica che nessun procedimento integrante lavoro vivente avrebbe potuto realizzare.

Siamo dunque di fronte a un sistema tecnico radicalmente diverso da quello che si è sviluppato sulla base empirica e tradizionale dei mestieri o di quello che si fonda sulla conoscenza e la padronanza scientifica della materia, permettendo così di realizzare parzialmente l’industrializzazione delle pratiche e la meccanizzazione dei procedimenti derivanti dai mestieri. Non ci si accontenta più di utilizzare al meglio le proprietà conosciute della materia mediando con i suoi “difetti” o i suoi “inconvenienti” – che nell’ideazione dell’opera segnano l’alleanza tra l’uomo e la natura –, ma si creano appositamente dei materiali specifici aventi proprietà meccaniche e fisiche determinate, precise e senza ambiguità. È un rovesciamento completo di prospettiva nell’ordine della produzione: le capacità d’indagine della scienza, alleate alla potenza dell’industria, cercano di sottomettere totalmente la natura e gli uomini per creare un mondo manipolabile tecnicamente.

Si rimprovera alla nostra epoca di essere povera di grandi realizzazioni artistiche, ma il fatto è che non le si vede: le cattedrali dei nostri tempi, le realizzazioni in cui gli uomini hanno messo tutto il loro cuore, sono queste fabbriche automatiche (poco importa che producano dei pannelli, dei computer o delle automobili) che divorano la sostanza del mondo e la riducono in polvere agglomerata, in oggetti inutili e anche nocivi, effimeri perché destinati a trasformarsi rapidamente in rifiuti e in fin dei conti ingombranti – essi invadono la vita, li si incontra ovunque e la loro circolazione paralizza tutti, annienta le condizioni della nostra autonomia e della nostra libertà.

Questa distruzione dell’attività vivente è appena cominciata…

È evidente che i pannelli in legno ristrutturato non sono pannelli in legno massello e il cambiamento delle pratiche legate alla loro realizzazione su larga scala è radicale. Con l’eliminazione degli assemblaggi e della preparazione dei pezzi di legno è tutto il mestiere che viene sconvolto. Non si possono realizzare assemblaggi di compensato o di M.D.F., la cui resistenza meccanica è troppo debole per questo, e così l’allestimento dei pezzi è ridotto al semplice taglio dei pannelli. La realizzazione delle “opere” risulta fortemente semplificata: non sono più oggetto di una costruzione – assemblaggio di diversi parti progettate per costituire un insieme coerente – ma più semplicemente di un montaggio – legame di diversi elementi di superficie con l’aiuto di tutto un sistema di giunzioni metalliche o plastiche. L’utilizzo dei pannelli impone un tipo di costruzione e una forma specifica: il suo principio generale è la scatoletta.

Mentre la falegnameria e l’ebanisteria tradizionali consideravano una sorta di punto d’onore limitare l’utilizzo di metallo nelle opere (anche perché è stato a lungo molto costoso), riservandolo a quella ferramenta indispensabile alle parti mobili o meccaniche (porte, battenti, etc.) o alla decorazione (bronzi, intarsi), la concezione del mobilio industriale è al contrario interamente fondata sull’uso intensivo di tutta una serie di chiusure e ferramenta appositamente studiate per sopperire all’impossibilità di realizzare degli assemblaggi tra i materiali ristrutturati. Inoltre si fa un grande uso della chimica di sintesi: i solventi, le resine, le colle, le vernici, i melaminici, etc. permettono di ottenere rapidamente degli stati di superficie e di effettuare delle finiture tecnicamente impeccabili, riducendole spesso e volentieri alla posa di una decorazione.

La perfezione tecnica dei materiali così realizzati è tale che ogni intervento umano presenta il rischio di alterarla, che si tratti della produzione stessa o, più ancora, della manutenzione, del trasporto o del montaggio. Tutta l’abilità del lavoratore durante le differenti operazioni sta allora nel proteggere e valorizzare questa perfezione tecnica che non ammette alcuna fantasia né iniziative estemporanee: in realtà questa perfezione astratta e fredda annienta il lavoro vivente, lo riduce a un puro e semplice bricolage, qualcosa in effetti di piuttosto vergognoso, che soprattutto non deve apparire nel prodotto finito. Ma l’automatizzazione e l’integrazione tecnologica non sono ancora arrivate al punto di poter fare a meno del lavoro umano, in particolare per il montaggio e la posa in opera. Malgrado i progressi nelle costruzioni ci sono dei muri che persistono a non essere dritti e ad angolo retto e c’è dunque ancora bisogno d’effettuare qualche ultimo ritocco e aggiustamento. Questi lavoretti dell’ultimo minuto, destinati a rimediare agli inevitabili errori, saranno sempre necessari; ma in tutto ciò si vede a che punto la perfezione tecnica consacri finalmente la svalutazione completa del lavoro umano, l’obsolescenza dell’uomo di fronte alla macchina e di fronte ai suoi prodotti, i materiali ristrutturati.

In effetti, attraverso questo insieme di procedimenti, gli ingegneri e gli uffici studi hanno standardizzato e razionalizzato tutto quello che era precedentemente competenza dell’intelligenza pratica dell’operaio, che si sviluppava al contatto con un materiale vivente e con le varie circostanze della sua messa in opera. Le operazioni di preparazione del legno, in cui l’operaio poteva dispiegare la sua abilità ed eventualmente apportare il suo tocco personale, sono ridotte a nulla, a favore di un montaggio di elementi prefabbricati, di giunzione tra prodotti quasi finiti. La forma del lavoro è fissata, nel senso quasi fotografico del termine, attraverso questi procedimenti, materiali e macchine e questo lavoro si ritrova così completamente dequalificato e svuotato di ogni contenuto: tutta l’ingegnosità è così cristallizzata nella neo-materia prodotta, l’attività dell’uomo non consiste in altro che nel combinare logicamente questi elementi secondo le necessità del momento. Il risultato è certamente perfetto da un punto di vista tecnico, ma senza interesse dal punto di vista umano, tanto per quello che riguarda l’esecuzione che per l’opera stessa.

In breve, la falegnameria d’arredo è oggi veramente ridotta a non essere altro che delle sequenze di banali operazioni materiali, consacrando così la divisione radicale tra lavoro manuale e intellettuale.

Tutto dimostra che è impossibile avere allo stesso tempo una produzione di massa, a maggior ragione automatizzata, e dei prodotti di qualità. Più precisamente, la produzione industriale può realizzare dei prodotti perfetti dal punto di vista tecnico che le è specifico, ma senza valore e senza anima dal punto di vista umano. La ricerca di “qualità” di cui le nuove tecniche di management non smettono di parlare (circoli di qualità, controllo di qualità, norme ISO, etc.) non è nient’altro che questa perfezione tecnica i cui parametri sono rigorosamente quantificati e controllati in tutti gli stadi della produzione: si tratta di una razionalizzazione tecnica della produzione che non ha niente a che vedere con un miglioramento dei prodotti di tipo culturale o sociale.

Al contrario, questa produzione funzionale, abbondante e a buon mercato non può che corrompere tutto il resto. Non si ricorderà mai abbastanza che una tale produzione si fonda sullo sfruttamento a grande scala e sullo spreco gigantesco di risorse vitali e viventi provenienti da tutto il pianeta. A questo punto, è l’insieme dei valori umani che fondano una società a ritrovarsi a poco a poco distrutto dall’eccesso tecnologico che rende possibile ed effettivo un tale disprezzo della vita, diventando la base materiale, e di conseguenza il principio unificatore, di questa organizzazione sociale (secondo il principio “un crimine commesso in comune fonda una comunità”). È per prima cosa l’attività umana vivente nel suo insieme, le arti e i mestieri, che sono distrutti tramite i condizionamenti economici e tecnici indotti al ribasso, come abbiamo visto. In seguito, nella misura in cui non è un settore isolato della produzione ad essere in tal modo industrializzato ma l’insieme delle attività produttive, il gusto e il giudizio sono progressivamente alterati in tutti i membri della società.

L’estetica industriale, fredda e funzionale, geometrica e spogliata di ogni ornamento diventa la norma; avendo invaso tutto lo spazio sociale, si finisce per trovarla “bella” per mancanza di punti di paragone, ma anche e soprattutto per delle ragioni ideologiche, perché essa è il simbolo della “Modernità” e del “Progresso” che niente può fermare, come si sa, e al quale bisogna dunque sottomettersi (Ikea è stata storicamente all’avanguardia di questa tendenza dell’arredamento). Ora che ha occupato tutto lo spazio sociale, che ciascuno nella sua vita ne dipende, sono rari coloro che osano semplicemente esercitare il proprio giudizio su altro che non siano le qualità economiche e tecniche di quello che la mega-macchina industriale produce per noi (in realtà contro di noi).

Si può dunque constatare che man mano che la produzione industriale si fa carico di nuovi aspetti della vita quotidiana e della vita sociale (dall’alimentazione all’urbanistica) si assiste alla predominanza dei valori d’efficacia tecnico-economica a discapito dei valori umani, estetici, culturali e socio-politici. Imprimendo su questa base materiale i suoi propri valori, l’industrializzazione svaluta ed elimina ogni attività autonoma, estranea al suo sistema di valori. La forza del sistema industriale è oggi tale che se ci sono persone che pretendono di contestare dei prodotti industriali o l’imposizione di falsi bisogni, lo fanno mettendo in risalto l’efficacia ecologica, tecnica o economica delle loro pratiche alternative – di certo importante – e solo in secondo piano i valori di ordine umano, sociale o estetico, ancor più raramente politico. Così concepiscono la soluzione della crisi ecologica essenzialmente nei termini stessi del sistema che ne è all’origine. Vogliono “salvare il pianeta”, sono disposti a farsi carico delle misure tecnico-ecolocratiche che vanno nella direzione di una “migliore gestione” e che in realtà rinforzano il dominio del sistema industriale sulle risorse vitali. È pertanto questa visione amministrativa, questa strumentalizzazione della natura e del comportamento umano per dei fini opposti al rinnovamento e all’arricchimento di queste risorse che è il cuore del problema.

Con i pannelli e gli altri elementi tecnici che contribuiscono alla loro realizzazione, siamo in presenza di un sistema tecnico completamente nuovo, che non ha più niente a che vedere con i mestieri nella loro forma tradizionale e persino nella loro forma industrializzata per come si è sviluppata nel XX secolo. Si può senza dubbio legittimamente qualificare questo sistema come tecnologico: poiché è il prodotto di un’alleanza tra conoscenze tecniche e scientifiche (in greco antico tekhnê e logos) molto elaborate, che hanno permesso attraverso studi e analisi puramente quantitative e astratte la realizzazione di un macchinario che effettua un lavoro, produce dei materiali e dei beni che nessun essere umano potrebbe altrimenti realizzare.

Non è questo il luogo per soffermarsi su un’analisi generale e più approfondita di questo sistema tecnologico, delle sue cause e origini storiche. Ma mi sembrava necessario segnalare questo notevole cambiamento – generalmente inosservato – che inaugura l’era nella quale viviamo ancora. Il suo significato politico e sociale resta ancora largamente incompreso: si tratta soprattutto di una nuova economia politica, in cui la scienza e la tecnologia diventano poco a poco i fattori dominanti di organizzazione e produzione e tendono a subordinare a sé i fattori sociali e politici, mentre il modo di produzione industriale si fa carico di aspetti sempre più numerosi della vita sociale e della vita quotidiana. In questo modo, progressivamente, esso riformula i problemi sociali e politici nei termini e nei valori che gli sono propri, cioè in termini di efficacia tecnica, di flessibilità funzionale e di redditività economica, dando luogo a quella che si può giustamente chiamare società industriale.

“La questione, quindi, non consiste tanto nel vedere se siamo i padroni o gli schiavi delle nostre macchine, ma se le macchine servono ancora il mondo e le sue cose, o se, al contrario, con l’automatismo dei loro processi abbiano cominciato a dominare e anche a distruggere il mondo e le cose”[2]. Allo stesso modo, la complessità tecnica e l’integrazione nelle reti economiche che tutte queste macchine implicano, oltrepassando ogni misura umana, rende impossibile la riappropriazione e il riorientamento della loro produzione verso degli scopi definiti socialmente, contrariamente alle macchine-utensili degli inizi del XX secolo. È nella misura stessa in cui la tecnologia è diventata una forza politica, superando e travolgendo le forze sociali, che un progetto di emancipazione è diventato oggi letteralmente inconcepibile. Da tutti i punti di vista, questa evoluzione storica costituisce un vicolo cieco, ed è, purtroppo, poco probabile che l’umanità possa uscirne fintanto che il dominio tecnologico non si allenterà.

Questa constatazione disillusa non deve però impedire di continuare a fare finché possibile delle belle opere “in vero legno d’albero”. È questa la condizione per mantenere vivo, malgrado tutto, questo mestiere. E come diceva William Morris: “trovate quello che vi piace e praticatelo, non sarete isolati e troverete senza fatica dell’aiuto per realizzare i vostri desideri. Sviluppando i vostri gusti personali svilupperete la vita sociale”[3].

[1] Traduzione di Bertrand Louart, La menuiserie et l’impasse industrielle, «Cadmos», n. 11, aut. 2007, p. 37-53; https://sniadecki.wordpress.com/2012/02/05/louart-menuiserie.

[2] Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 2018, p. 107-108.

[3] William Morris, La société de l’avenir [1887], in L’âge de l’ersatz et autres textes contre la civilisation moderne, EdN, 1996

Eolico ad Apecchio: energia tutt’altro che “pulita”. Come girano le pale sul Monte dei Sospiri (#7)

Eolico ad Apecchio: energia tutt’altro che “pulita”.
Come girano le pale sul Monte dei Sospiri
Di Luigi

Evocare il vento e il sole come fornitori di energia offre un’immagine di rispetto per l’ambiente, un’immagine di energia rinnovabile che la generosa natura mette a di­sposizione delle attività umane. Di fronte all’inquinamento prodotto dall’utilizzo di fonti fossili e allo spettro delle centrali nucleari, l’eolico e il fotovoltaico come motori dello “sviluppo sostenibile” rassicurano tutti quei bravi cittadini preoccupati per le sorti del pianeta. Se di energia c’è bisogno – energia elettrica, nello specifico – ecco pronta la soluzione tecnologica: turbine eoliche e pannelli al silicio ne garantiscono di pulita e in quantità illimitata. Ma stanno davvero così le cose? Rinnovabile è sinonimo di “pulito”? Soprattutto: a cosa ci dovrebbe servire l’energia elettrica? Ad accendere le lampadine di notte o a tenere in piedi una società tecno-industriale di per sé insostenibile? Un nuovo “parco eolico” è stato da poco installato sui crinali dell’Appennino marchigiano, nei dintorni di Apecchio. Possiamo stare certi che non abbia nulla a che vedere con una forma di appropriazione individuale o comunitaria della produzione di energia. Di­mentichiamo le immagini bucoliche dei mulini a vento e andiamo a vedere che succede.

Energie rinnovabili - Un mondo di propaganda
Energie rinnovabili – Un mondo di propaganda

Sono considerate “rinnovabili” quelle energie generate da fonti che non risul­tano esauribili sulla scala del tempo umano e, per estensione, il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future. Fonti di energia rinnovabile sono dunque il sole, il vento, il calore della Terra, l’energia idraulica, le maree e anche le biomasse (cioè materia organica come legno, residui agricoli, deiezioni animali ecc.). Nel complesso delle fonti rinnovabili il fotovoltaico riveste un ruo­lo di primo piano. D’altra parte già da diversi anni non si può lasciare correre lo sguardo sulle colline senza notare i bagliori riflessi da qualche appezzamento di terreno coperto di pannelli al silicio. L’idroelettrico invece, almeno sul territorio marchigiano, ha ormai fatto il suo tempo e se è stato storicamente la fonte rin­novabile per eccellenza oggi non presenta particolari potenzialità di sviluppo, così come le famigerate biomasse non hanno grandi prospettive e il geotermico non ha ancora sfondato a livello industriale. Rimane da considerare la fonte eolica, sulla quale gli amministratori regionali del settore energetico hanno già puntato il dito: “è la grande assente nel territorio marchigiano”, ammoniscono nella presentazione del Pear2020 (Piano energetico ambientale regionale), come a dire: “preparatevi!”.

Tre delle cinque pale eoliche sul Monte dei Sospiri
Tre delle cinque pale eoliche sul Monte dei Sospiri

Piovono turbine

Nel 2015 l’eolico installato in Italia si è attestato sugli 8.942 MW, con 6.484 aerogeneratori di varia taglia (fino a 3 MW) raggruppati in “parchi” disseminati sul territorio e connessi alla rete ad alta tensione. Le Marche, insieme a Trentino, Friuli e Lombardia risultavano immuni dal miraggio dell’eolico industriale, men­tre Puglia, Sicilia e Campania, da sole, raggiungevano quasi la metà della potenza installata sul totale nazionale[1].

Per il 2020 l’obiettivo italiano in ambito europeo è di raggiungere quota 12.680 MW e in questo sforzo anche il territorio marchigiano è chiamato a fare la sua parte, così come stabilito dal Pear2020 che recepisce le nuove strategie energeti­che nazionale ed europea[2]. Nello specifico, il decreto del Ministero dello sviluppo economico del 15 marzo 2012, noto come decreto “Burden Sharing”, ripartisce regione per regione gli obiettivi sulla riduzione di emissioni e sviluppo delle fonti rinnovabili: le Marche dal 4,3% del consumo di energia rinnovabile sul totale dei consumi del 2012 sono tenute a raggiungere il 10,1% nel 2016 e il 15,4% nel 2020 (considerando sia l’energia elettrica che quella utilizzata per riscaldamento e trasporti).

Il problema è che sul territorio italiano, fatta eccezione per alcune circoscritte zo­ne, è difficile incontrare il vento adatto per rendere economicamente vantaggiosi gli enormi e costosissimi impianti dell’industria eolica. I dati lo dimostrano chia­ramente. Quelle 6.484 turbine che abbiamo citato, per una potenza installata, potenziale, di 8.942 MW, hanno prodotto nel 2015 un quantitativo di energia pari a 14,6 TWh. Il conto è preso fatto: in un anno ci sono 8.760 ore, quindi l’energia che l’insieme degli aerogeneratori potrebbe produrre, se lavorassero al 100% delle loro capacità, sarebbe di 78.331.920 MWh, cioè 78,3 TWh. Aven­do effettivamente erogato solo 14,6 TWh, significa che le pale hanno marciato al 18% del loro potenziale. Evidentemente un gran vento da sfruttare non c’è stato e infatti se andiamo a vedere qual è la media nazionale del vento di velocità compresa tra 4 e 20 metri al secondo (l’unica adatta alla produzione elettrica) scopriamo che non supera di molto le 2.000 ore annue[3]. In pratica, è come se il vento gestibile dall’industria eolica soffiasse per due mesi e mezzo, lasciandola a pale ferme per tutto il resto dell’anno. C’è solo una magra consolazione per gli ammiratori dell’eolico industriale: il rendimento del fotovoltaico è ancora mino­re; se non possiamo controllare il vento ancor meno possiamo intervenire, nostro malgrado…, su notti e nuvole!

Tutto ciò determina che la redditività economica sia per forza di cose basata sul sistema degli incentivi, cioè su denaro pubblico, pagato da tutti in bolletta. Lo fa­ceva notare già nel 2010 quel furbone di Giulio Tremonti, allora ministro dell’e­conomia: “quello dell’eolico – sosteneva – è un business ideato da organizzazioni corrotte che vogliono speculare”[4], anche se il suo scopo, perfettamente razionale dal punto di vista economico, era di affossare l’eolico per spingere sul nucleare. Fino al 2015 il sistema degli incentivi si è basato sui cosiddetti “certificati ver­di” (successivamente sostituiti da un nuovo sistema incentivante) introdotti dal Decreto Bersani 79/1999 che poneva a carico dei produttori di energia l’obbligo di immettere nel sistema una quota percentuale di elettricità prodotta da fonti rinnovabili. I soggetti interessati potevano o produrre essi stessi questa energia oppure acquistare da altri produttori appositi titoli detti appunto “certificati ver­di”. In questo modo eolico e altre rinnovabili sono entrate nel business delle aziende più inquinanti e dannose per l’ambiente, aiutandole anche a ripulire di fronte all’opinione pubblica progressista la propria faccia sporca di catrame. Come se non bastasse, lo Stato attraverso il Gestore dei servizi energetici si faceva carico di acquistare i “certificati verdi” prodotti in eccedenza a un prezzo altissimo e del tutto fuori mercato[5].

Rischiamo quindi di vedere presto un proliferare sui nostri territori, peraltro già iniziato, di pale eoliche a tutto vantaggio delle grandi aziende dell’energia che hanno fiutato l’affare e che sull’onda della crescente sensibilità ecologista, nutrita di pochi rimasticati slogan, possono fregiarsi di promuovere centrali di produ­zione di energia elettrica chiamandole, in neolingua, “fattorie” e “parchi” eolici.

Qualcuno per fortuna non c’è cascato e in effetti, quasi ovunque, associazioni e cittadini riuniti in comitati hanno provato a opporsi alla colonizzazione dei territori da parte dell’eolico industriale. Nel multiforme magma dell’opposizione ambientalista esistono forme di collegamento tra i vari comitati spontanei, as­sociazioni e singoli residenti come, a livello internazionale, l’European Platform Against Windfarms che tiene unite 1.276 organizzazioni di 31 Paesi, tra le quali 20 italiane. Su scala nazionale è attivo, tra gli altri, un Comitato nazionale contro fotovoltaico ed eolico nelle aree verdi, mentre nell’Appenino centro settentrio­nale, in particolare tra Liguria, Toscana, Emilia e Umbria, si segnala l’attività del Coordinamento dei comitati dell’Alto Appennino contro l’eolico industriale sel­vaggio, meglio conosciuto come Rete della resistenza sui crinali. Negli anni, con una mobilitazione dal basso e spesso in contrasto con amministrazioni comunali preoccupate solamente di risollevare i propri magri bilanci, la Rete della resisten­za sui crinali è riuscita a bloccare l’installazione di diversi impianti. Ora uno dei fronti di lotta principali è quello contro il colossale parco eolico di Poggio Tre Vescovi, nell’alto Montefeltro tra Badia Tebalda (Arezzo), Casteldelci (Rimini) e Verghereto (Forlì-Cesena), in realtà già bocciato tempo addietro, ma ora ripropo­sto dal gruppo industriale tedesco GEO mbH: circa 30 turbine alte 180 metri da piazzare nel bel mezzo dei borghi appenninici[6].

A fronte di quanti, generosamente, si battono con i mezzi che ritengono più op­portuni (anche riponendo tutta la propria fiducia in una valanga di carte bollate, così come i socialisti del 1922 volevano fermare il fascismo con una “valanga di schede rosse”), le collaborazioniste Legambiente, WWF e Greenpeace si sentono a proprio agio nella sottoscrizione di un patto d’intesa con l’Associazione nazio­nale energia del vento (ANEV), membro di Confindustria Energia.

Liberiamoci, dunque, dal timore che gli industriali dell’eolico vogliano speculare sui nostri territori! I paladini di Legambiente vigileranno attentamente affinché si possa “conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio”[7]. Il protocollo prevede una serie di buone intenzioni da parte dei progettisti per minimizzare l’impatto sul territorio, in cambio delle noccioline le associazioni ambientaliste legittimano gli interessi delle aziende installatrici e giustificano la loro (e la propria) esistenza nella convinzione che di energia ci sia bisogno e quindi i parchi eolici industriali, da qualche parte, bisognerà pur piantarli. Il peggior nemico dei territori è forse proprio questo ecologismo organizzato che non riesce a guardare al di là delle soluzioni proposte dagli stessi responsabili della catastrofe ambientale, un ecologi­smo colonizzato dal modo di pensare dei tecnocrati, che ne ha fatto propri anche il linguaggio e le prospettive. Un ecologismo che non desidera altro se non gestire l’economia, riformare le istituzioni e far dialogare esperti e contro-esperti, affinché il pianeta sia un po’ meno inquinato e ci si possa morire un po’ meno velocemente.

Monte dei Sospiri, guardando la torre della Metola
Monte dei Sospiri, guardando la torre della Metola

Sospiri…

Sull’onda della corsa alla nuova frontiera della speculazione industriale, nel solo Appennino marchigiano settentrionale sono stati recentemente presentati almeno una decina di progetti, quasi tutti miseramente falliti per il mancato rilascio dei permessi da parte delle amministrazioni locali o per l’opposizione degli abitanti, a partire dai 10 aerogeneratori che la ditta Garbino Eolica di Milano avrebbe volu­to piantare in località Piani Rotondi di Montevecchio di Pergola[8]. Altri progetti di cui si ha notizia, che non hanno superato l’iter amministrativo per ottenere il via libera, sono quelli proposti in località Monte Cerrone, comune di Mercatello sul Metauro, dalla Società Mtre s.r.l. di Fabriano (9 aerogeneratori, potenza 27 MW) e dalla Società Abaco Energia Pulita s.r.l. di Ancona (5 aerogeneratori, potenza 11,5 MW), per altri non sono nemmeno noti il numero degli aeroge­neratori e la potenza complessiva prevista, come quelli proposti dalla Società Ser in località Infilatoio Monte Catria nel comune di Frontone, dalla società Tre in località Monte del Picchio nei comuni di Urbania e S. Angelo in Vado, dalla So­cietà Bluenergy poi Apecchio Energia in località Monte Macinara nel comune di Apecchio e in località Monte San Lorenzo nel comune di Cagli[9].

Ma è necessario che anche le Marche facciano la propria parte nella strategia energetica imposta a livello nazionale ed europeo pertanto, al di là di ogni altra considerazione, non tutti i progetti possono venire bloccati. Ecco così che il co­mune di Serrapetrona, in provincia di Macerata, non sarà più ricordato per l’otti­ma Vernaccia Docg ma per essere il primo comune marchigiano ad aver ospitato l’eolico industriale, con la messa in opera tra 2013 e 2014 di 4 aerogeneratori da 2 MW nel “Parco eolico Monte d’aria”, realizzato dall’azienda MAIT Spa di Osimo da sempre specializzata in macchine industriali trivellatrici e perforazioni.

Chi l’ha spuntata nella zona di Apecchio (PU) è invece Marche Energie Rinno­vabili s.r.l., con sede a Lucera in provincia di Foggia, subentrata alla fallita A.T.I. Abaco Energia Pulita s.r.l.-Fortore Sviluppo s.r.l.: nell’ottobre 2009 ha ottenuto il giudizio positivo di compatibilità ambientale (al termine del procedimento di valutazione di impatto ambientale) e nel dicembre 2011 l’autorizzazione unica regionale per installare 5 aerogeneratori da 2 MW alti 80 metri con pale da 40 metri – quindi per un’altezza complessiva di 120 metri – sul Monte dei Sospiri, a circa 5 chilometri a nord ovest rispetto al centro abitato[10].

Dopo aver notato quante altre s.r.l. condividono la sede legale di Lucera e aver visto la composizione societaria di Marche Energie Rinnovabili, proprietà delle multinazionali Fortore Energia s.p.a. (per il 51%) e Europower alternative energy capital–Erantec s.r.l. (per il 45%), non ci siamo addentrati nell’indagine degli intrecci societari, intravisti grazie a semplici visure camerali e una veloce ricerca, dato che rimestare nei liquami del capitalismo non piace a nessuno e comunque, se pur si trattasse di società dalla specchiata trasparenza, la sostanza del discorso non si sposterebbe di una virgola.

Fatto sta che alla fine del 2013 i comuni di Apecchio, Città di Castello e Mer­catello sul Metauro emettono i decreti di esproprio e la ditta deposita la comu­nicazione di inizio lavori. L’attuale amministrazione apecchiese, insediatasi nel 2014, si ritrova così la bega sul tavolo. Tutti gli eletti si definiscono senza remore “ambientalisti” – certo, è pressoché impossibile trovare qualcuno, fosse pure il peggior magnate del petrolio, che si definisca “anti-ambientalista” – ma come fare quando è il buonsenso che pare essere anti-ambientalista? C’è sicuramente un grosso problema di impatto ambientale e di salvaguardia del territorio “dopo di che – afferma il sindaco – ci sono gli aspetti legati agli accordi contrattuali; [io] non sono nelle condizioni di esporre il Comune a rischi dal punto di vista economico-finanziario e giuridico”[11].

Il progetto rispetta infatti tutte le normative e la precedente amministrazione ha sottoscritto impegni che vanno onorati se non si vuol finire nei guai. E poi c’è una consistente fetta della cittadinanza indifferente o tacitamente favorevole al progetto perché immersa nelle sue false certezze e reale ignoranza, convinta che le pale “portino soldi”, e tanto basta. Non ultimo, sotto sotto ma nemmeno troppo, c’è il miraggio di far entrare qualche spicciolo nelle magre casse comunali disa­strate da spending review e patto di stabilità. Alla fine, insomma, i soldi non hanno odore e la ragion di Stato (o ragion di Comune) prevale.

Tra una cosa e l’altra passa ancora tempo e il primo aerogeneratore viene colloca­to nell’aprile 2016, seguito in rapida successione dagli altri, nonostante le tonanti minacce del sedicente “assessore alla Rivoluzione” di Urbino, Vittorio Sgarbi: “se mettono le pale eoliche ad Apecchio chiamo l’Isis per farle esplodere in aria” – aveva dichiarato ai giornali nel novembre 2015[12]. Ogni torre è piazzata su una base di cemento profonda 3 metri e larga 16, vale a dire 256 metri quadrati, più ampia di due grandi appartamenti messi vicini. Parte integrante del complesso eolico è un elettrodotto interrato che collega il “parco” con la sottostazione di trasforma­zione realizzata a Mercatello sul Metauro in località Monte Cerrone e quindi con la rete elettrica ad alta tensione.

Monte dei Sospiri, guardando verso Pesaro
Monte dei Sospiri, guardando verso Pesaro

Le ragioni del no

Ambientalisti, associazioni, comitati, singoli cittadini hanno ragioni da vendere per opporsi all’avanzata dell’eolico industriale, al Monte dei Sospiri come altrove, nonostante le mille accortezze che si leggono nella relazione esecutiva del proget­to, non ultime la tinteggiatura “con colori delle terre naturali” e i coppi anticati per la sottostazione di servizio, la nomina di un archeologo che si premuri di fotografare gli scavi e la realizzazione di punti informativi per un po’ di sana pro­paganda sui “benefici ambientali a livello globale o locale, derivanti dall’utilizzo dell’energia eolica”[13].

Innanzitutto, mentre si parla di energia “pulita” non si può dimenticare che ogni aerogeneratore da 2 MW contiene circa 3-4 tonnellate di rame, la cui estrazione avviene oggi in massima parte nelle miniere dell’America Latina (principalmente in Cile) in condizioni di estremo sfruttamento umano e danneggiamento am­bientale, e circa 500 kg di minerali rari, su tutti il neodimio estratto in quell’infer­no sulla terra che è la miniera di Baotou in Cina. L’aspetto che immediatamente colpisce l’attenzione resta comunque l’impatto sui valori paesaggistici e panora­mici collinari, una ferita devastante che non riguarda solo la turbina in sé, ma deriva anche da tutte le opere accessorie come sbancamenti, costruzione di strade per il passaggio dei materiali, cementificazione del suolo, scavi per l’interramento di cavi e così via.

Oltre al territorio di Apecchio direttamente interessato, tutta la provincia risente delle conseguenze di questa installazione, come avevano previsto già da tempo alcune associazioni ambientaliste: “l’ecomostro sbarrerà la maestosa visuale che si gode salendo sul Sasso Simone, deturperà la visuale da tutto il versante sud del Monte Carpegna, si imporrà sulla Torre della Metola, sarà visibile da ogni punto di Villagrande di Montecopiolo, si imporrà sull’orizzonte occidentale della Riser­va statale del Furlo e quindi sul panorama immenso che si gode dai monti Pietra­lata e Paganuccio. Sarà una vista inevitabile dal Montiego, deturperà per sempre il paesaggio infinito che si osserva dal Nerone, che spazia dai Monti della Croazia, all’Abruzzo, all’Appennino Reggiano. E spunterà sul paesaggio occidentale di Ur­bino, verso il sole che tramonta. Un capolavoro”. Nello stesso documento degli ambientalisti si legge, inoltre: “la perla è che il parco eolico e il supermetanodotto Snam si intersecano. Dobbiamo però ricordare che in provincia di Pesaro e Urbi­no sono esistiti due parchi eolici: quello del Catria e quello di Peglio. In entrambi i casi il vento ha staccato le pale, che sono volate via andando a conficcarsi nei paraggi. Che succede se una pala di 50 metri si stacca e si infilza in un metanodot­to da 48 pollici, pieno di gas supercompresso? Ovviamente la risposta è sempre la stessa: queste cose non possono succedere, ovvero le pale non si staccano e i metanodotti non esplodono”[14].

D’altra parte la civiltà ci ha ormai al tal punto subdolamente abituati al brutto da esserne assuefatti e aver acquisito come parte del paesaggio, senza che proteste si sollevino, i tralicci dell’alta tensione e perfino la selva criminale di antenne per la telefonia cellulare. Capita così che in questo mondo rovesciato un architetto gio­vane e alla moda, tale Alessio Battistella, possa senza alcuna vergogna magnificare le centrali eoliche quali elementi positivi nell’evoluzione del paesaggio, così come sarebbe capace di trovare elegante uno svincolo autostradale: “le centrali eoliche – ha scritto – non solo sono in grado di integrarsi nel paesaggio, ma sono anche in grado di valorizzarlo, rivalutarlo e farsi portatrici di nuovi contenuti formali, simbolici ed estetici, rappresentativi dei luoghi e del tempo che le ospitano”[15].

Le ricadute negative si risentiranno presto anche sul turismo che in queste zo­ne di montagna appenninica non è ancora massificato ma rappresenta comunque un significativo introito per l’economia locale. Forse a compensare qualche escursionista in meno ci sarà qualche curioso in più, di quelli che andavano anche a Cogne a vedere la villetta o all’Isola del Giglio a fotografare la Costa Concordia. Un ulteriore problema è poi il rischio di collisioni mortali per gli uccelli, in particolare per i rapaci, ben documentato dall’esperienza e dagli studi in materia: un’indagine condotta in un’area della California ha verificato che il 38% della mortalità dell’aquila reale era dovuto proprio all’impatto con le turbine eoliche; un ulteriore studio condotto nella stessa zona ha verificato che in undici mesi sono finiti tritati tra le pale 139 esemplari di rapaci, uno ogni tre giorni. Si prevede una dura vita per falchi, poiane, gufi e altri rapaci dell’Appen­nino apecchiese[16].

Infine, e soprattutto, le turbine eoliche industriali sono dannose per la salute, come dimostrato da una vasta bibliografia internazionale, fino alla teorizzazione della cosiddetta “sindrome da turbina eolica”, ovviamente contestata, minimiz­zata e ridotta a disturbo psicosomatico da quelle schiere di esperti, non privi di interessi, di cui abbiamo imparato a diffidare[17]. Che provino ad andare ad abitare loro stessi nei pressi di un parco eolico… La sintomatologia legata alla vicinanza delle abitazioni alle pale è uniforme in tutti i paesi dove queste sono state pian­tate e pare che la causa primaria degli effetti nocivi sia l’emissione costante di vibrazioni a bassa frequenza, unita al rumore di sottofondo e ai cambiamenti di pressione dell’aria. I sintomi segnalati sono sia di tipo fisico, come pulsazioni al torace, vibrazione di organi interni, tinnitus (rumori dentro l’orecchio), mal di testa, vertigini ecc., sia riguardanti la distorsione di funzioni cerebrali, come per­dita e peggioramento delle condizioni di sonno, concentrazione e memoria. Non tutti gli individui coinvolti ne risentono in egual misura, si nota che chi manifesta condizioni più critiche sono soprattutto i soggetti sofferenti di emicrania e pre­disposti al mal d’auto o al mal di mare. Il raggio minimo in cui è sconsigliabile vivere abbraccia almeno due chilometri tutto attorno alla turbina.

Alternative - Foto di Giorgio Collino
Alternative – Foto di Giorgio Collino

Energia per fare cosa?

I problemi sul tavolo sono quindi tanti, ma alcuni ambientalisti spesso scordano di porre la questione principale e fondamentale: energia, per fare cosa? A che cosa serve l’energia elettrica e perché nell’attuale organizzazione sociale ne abbiamo un bisogno costante e in continua crescita? Per soddisfare quali bisogni? Sono, queste, domande decisive dal momento che la questione dell’energia, della sua produzione e dei suoi flussi di circolazione, è al centro del modello di sviluppo disegnato dalla ragione economica; un modello che, attualmente, “non può giu­stificare la propria dismisura se non attraverso la dismisura dei bisogni che suscita e [in cui] la paura della mancanza è il principale combustibile immateriale del consenso sociale a favore del furore energetico[18].

Le necessità energetiche sono un fatto che si è storicamente determinato nella società. Mentre riempiamo il pianeta di nocività inquinandolo fino alle soglie del collasso, dal consumo di 0,7 GWh del 1883 siamo passati ai 19.000 del 1940, ai 54.000 del 1960, ai 180.000 del 1980 fino agli oltre 300.000 del 2014, diffusi da una ragnatela di tralicci e linee ad alta tensione lunga 70.000 km (dati riferiti all’Italia). Di questi, solo 64.000 GWh vanno al consumo domestico, gli altri sono succhiati in massima parte dall’industria, seguita da agricoltura, costruzioni, amministrazione e terziario[19].

La questione energetica, che è questione insieme ambientale e sociale, non è risol­vibile se non uscendo fuori dalla logica di produzione del capitalismo industriale. Questo salto non possono di certo farlo tecnici e amministratori del settore, che fino all’altro ieri si sono adoperati per rendere invivibile il pianeta e oggi cercano di raddrizzare il tiro aprendo nuovi settori d’impresa per proporre soluzioni “eco-compatibili” (l’eolico, il solare, il geotermico…), ma continuano a dissimulare la questione principale, che è appunto sociale e politica, ovvero la “riorganizzazione della società affinché produzione, distribuzione, trasporti e consumo possano es­sere considerati dal punto di vista delle necessità collettive iscritte in un quadro di eguaglianza e autonomia”[20]. Non si tratta, in altre parole, di escogitare soluzioni tecnologiche per sostituire il fumo delle ciminiere con qualcos’altro, ma di porre in discussione i modi di vita e i consumi imposti da questa società, per costruire dei rapporti tra gli individui e i loro territori in cui l’energia – la sua riappropriazione e il suo uso individuale e sociale – da strumento per la perpetuazione del dominio industriale diventi un aiuto per la soddisfazione dei bisogni di uomini e donne e un veicolo per la loro autonomia. Autonomia energetica e autonomia sociale vanno di pari passo.

Certamente – dice chi ha fatto della religione del male minore il proprio credo – meglio un “parco” eolico di una centrale nucleare, ma sta proprio qui il cuore del problema. Perché l’inquinamento ideologico fa altrettanti danni di quello am­bientale. L’accettazione dell’eolico industriale come alternativa ecologica all’in­quinamento degli idrocarburi e ai potenziali disastri del nucleare, il suo proporsi come soluzione per far fronte al riscaldamento globale e sostenere la nuova eco­nomia green, pulita e giusta, sono un’ottima copertura per lasciare essenzialmente intatta la società industriale con il suo portato di distruzione. Eolico e fotovol­taico, infatti, non sono fonti affidabili poiché legate all’intermittenza di sole e vento e, non essendo possibile accumulare grandi quantità di energia elettrica, per evitare intermittenze e blackout la rete dovrà sempre far affidamento sulle fonti “tradizionali”. È quindi un falso problema quello del passaggio alle fonti rinnovabili: queste non escludono affatto le fonti inquinanti utilizzate finora, ma vi si accostano e, cosa ben più grave, fanno buon gioco alla propaganda ecologista di un capitalismo che si presenta “verde” e sostenibile.

Va tenuto presente che l’eolico, ma il discorso è estensibile alle altre rinnovabili, neanche volendo potrebbe risolvere il problema dell’approvvigionamento elet­trico mantenendo gli attuali livelli di consumo. Dati alla mano, con i suoi 14,6 TWh il girare delle pale ha coperto il 4,8% del consumo nazionale di energia, attestatosi nel 2015 intorno ai 300 TWh. Una percentuale che nelle più rosee previsione di ANEV potrebbe aumentare nel 2020 al massimo di un paio di punti percentuale, dopo la messa in funzione di altre 3.000 turbine. Un bel misero ri­sultato se pensiamo che la contropartita è la devastazione di interi territori costel­lati, come in una sorta di agopuntura su larga scala, di pale alte quanto grattacieli da trenta piani. Se volessimo coprire l’intero fabbisogno basandoci sull’eolico, di turbine (di media grandezza) ne servirebbero oltre 135.000 cioè, in media, una ogni 2,2 Km2 sull’intero territorio nazionale. I sostenitori delle energie “pulite” possono pure ammirare le pale rotanti e i campi al silicio sognando un’economia sostenibile, ma nel frattempo il grosso dei consumi è sostenuto da petrolio, carbo­ne, gas e nucleare (acquistato dall’estero) e se, chissà, tra cent’anni le rinnovabili conquisteranno una significativa fetta delle necessità energetiche, nel frattempo avremo talmente martoriato il pianeta che ci sarà ben poco da festeggiare sulle macerie della civiltà industriale.

La riconversione ecologica della produzione e gestione di energia non si fa, quin­di, solamente cambiandone la fonte (rinnovabili piuttosto che combustibili fossili o nucleare). Piuttosto, la prospettiva va ribaltata: è solo smantellando questa so­cietà tecno-industriale con tutto l’apparato politico e amministrativo che la so­stiene, è solo facendo sì che la dipendenza umana dalla produzione e circolazione di merci diventi il ricordo di un grigio passato, è solo rimettendo in discussione le grandi infrastrutture di trasmissione che alimentano oggi l’insostenibilità della produzione centralizzata e degli agglomerati metropolitani, solo allora potremmo porci nell’ottica di ripensare una produzione locale, ridotta e veramente alterna­tiva dell’energia.

— Foto dei lavori in corso per il “parco eolico” di Apecchio —

[1] Al momento della redazione dell’articolo non sono disponibili dati certi per il 2016, la stima è di 9.605 MW di potenza installata. La situazione italiana non è ancora paragonabile a quella di altri paesi europei, con in testa la Germania (44.949 MW), seguita da Spagna (23.025 MW) e Regno Unito (13.603 MW). Dati: Associazione nazionale energia del vento (ANEV), <www.anev.org>.

[2] La normativa di riferimento comprende la Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili; il D.lgs 28/2011 che recepisce la direttiva europea del 2009; il DM 15 marzo 2012 (“Burden Sharing”); il DM 11 maggio 2015 “Metodologia di monitorag­gio per il raggiungimento degli obiettivi Burden Sharing”.

[3] Cfr. Comitato nazionale del paesaggio, La questione eolica in Italia, 2002.

[4] <http://www.corriere.it/economia/10_settembre_18/tremonti-eolico-corruzione_ f2d85cd0-c34e-11df-824c-00144f02aabe.shtml>.

[5] Cfr. Alberto Cuppini, L’eolico industriale su tutto l’Appennino come paradigma di un sistema politico impazzito, <https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2013/03/09/leolico-industria­le-su-tutto-lappennino-come-paradigma-sistema-politico-impazzito>.

[6] Cfr. <https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2016/02/02/nuova-ribalta-per-il-mostro-eolico-di-poggio-tre-vescovi>. La vicenda dell’eolico a Poggio Tre Vescovi è in continua evo­luzione, se ne possono seguire gli aggiornamenti sul sito della Rete della resistenza sui crinali.

[7] Anev, Report 2016, <http://www.anev.org/wp-content/uploads/2016/05/Anev_ brochure_2016web.pdf>. Va detto che il Circolo Legambiente di Urbino si è schie­rato contro il parco eolico di Monte dei Sospiri, si veda il comunicato del Circolo <http://www.legambienteurbino.it/2016/03/impianto-eolico-apecchio-pu> e Vittorio Emi­liani-Comitato per la bellezza, “Urbino deve protestare”, «Il Resto del carlino», 20 marzo 2016.

[8] Cfr. <https://reteresistenzacrinali.wordpress.com/2014/04/01/dal-consiglio-di-stato-il-no-definitivo-allimpianto-di-pian-rotondo-di-montevecchio-di-pergola-pu>.

[9] Cfr. <https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2012/02/25/appennino-umbro-mar­chigiano-crinali-di-pale-eoliche>.

[10] Cfr. Decreto n. 109/VAA_08 del 08/10/2009 del Dirigente della Posizione di Funzione Valutazione e autorizzazioni ambientali (Geol. David Piccinini), pubblicato sul BUR Regione Marche n. 10 del 01/02/2010, valido fino al 2015 ma poi prorogato di ulteriori tre anni fino al febbraio 2018. Cfr. Decreto n. 114 dell’1/12/2011 del Dirigente della Posizione di Funzione Rete elettrica regionale autorizzazioni energetiche gas ed idrocarburi (Ing. Luciano Calvarese), pubblicato sul BUR Regione marche n. 109 del 22/12/2011.

[11] Incontro informativo con l’amministrazione comunale di Apecchio sul progetto eolico, Teatro G. Perugini, 9 maggio 2015: <https://youtu.be/YNfY8f5OoOs>.

[12] «Il Resto del Carlino», cronaca di Urbino, 18 nov. 2015.

[13] Si veda la documentazione progettuale presentata per la domanda di VIA: <http://www. ambiente.marche.it/Ambiente/Valutazionieautorizzazioni/ValutazionediImpattoAmbientale/ tabid/86/ctl/Dettaglio/mid/626/Impianto/365/Ditta/336/ID_proc/1260/Tipo/VIA/directo­ry/V00599/Default.aspx>.

[14] Comunicato a firma Comitato No Tubo – Gruppo d’Intervento Giuridico – Italia Nostra Marche – La Lupus in Fabula, Apecchio 3 dicembre 2015.

[15] Alessio Battistella, Trasformare il paesaggio: energia eolica e nuova estetica del territorio, Mi­lano, Ambiente, 2010, p. 11.

[16] <http://centrostudinatura.it/public2/documenti/75-29209.pdf>.

[17] Cfr. Nina Pierpont, Wind turbine syndrome: a report on a natural experiment, Santa Fe, K-Selected Books, 2009. Tra la vasta letteratura scientifica sull’argomento si vedano ad esem­pio: Hanning C., Evans A., Wind turbine noise, «BMJ», 2012, 344(7853), art. n. e1527; Nissenbaum M.A.[et al.], Effects of industrial wind turbine noise on sleep and health, «Noise Health», 2012, 14(60), p. 237-43; Kurpas D. [et al.], Health impact of wind farms, «Annals of agricultural and environmental medicine», 2013, 20(3), p. 595-605; Schmidt J.H., Klokker M., Health effects related to wind turbine noise exposure: a systematic review, «PLoS ONE», 2014, 9(12), art. n. e114183; Onakpoya I.J. [et al.], The effect of wind turbine noise on sleep and quality of life: a systematic review and meta-analysis of observational studies, «Environment international», 2015, 82, p. 1-9.

[18] Collettivo editoriale delle Éditions de la Roue, Prospettive antindustriali, Torino, Nautilus, 2015, p. 51.

[19] Cfr. Serie di dati storici elaborati da Terna, <https://www.terna.it>. La Serie storica com­prende anche il dettaglio regionale, i consumi di energia elettrica delle Marche vanno da 133 GWh del 1932 ai 571 del 1950, 2.004 del 1970, 4.251 del 1990, 7.388 del 2010, nel 2014 si attestano sui 6.700 registrando una lieve flessione, in linea con il dato nazionale, dovuta alla “crisi”.

[20] José Ardillo, Les illusions renouvelables, Parigi, L’échappée, 2015, p. 203.

Miguel Amorós, Breve esposizione della nozione di territorio e delle sue implicazioni (#7)

Breve esposizione della nozione di territorio e delle sue implicazioni
Di Miguel Amorós

Il sottotitolo che abbiamo scelto per Malamente è “rivista di lotta e critica del territorio”. Non solo perché la rivista si rivolge in prima battuta a uno specifico territorio – quello marchigiano – ma anche perché dal momento in cui il territorio viene sempre più ridotto a serbatoio di risorse da sfruttare per le esigenze dei centri di potere urbani, riteniamo che la “questione territoriale” sia diventata uno dei punti nevralgici dell’attuale questione sociale.

Con questo testo di Miguel Amorós, col quale inauguriamo i supplementi di Malamente, andiamo alla scoperta dei fondamenti storici e teorici della nozione di “territorio” e soprattutto di una prospettiva per la sua difesa, che allo stesso tempo sia anche una rottura insanabile con il sistema, i suoi difensori e i suo co-gestori ecologisti, non potendosi avere difesa senza conflitto. Un territorio realmente autonomo e liberato presuppone infatti, necessariamente, la fine dello Stato e la fine dell’economia di mercato e anche la fine delle conurbazioni metropolitane create e organizzate dal capitale. Resistenza al capitalismo, dunque, e fin dove possibile secessione da questo, per riscoprire qui e ora le modalità di autogoverno, il consolidamento di legami comunitari, la democrazia diretta e la dignità della vita umana.

Pensiamo che il concetto di “territorio” non si appiattisca su una dimensione spaziale né tanto meno amministrativa, assoggettata da un potere che risiede esternamente ad esso e ne pianifica flussi e sviluppo, ma sia per prima cosa l’unità di ambiente e abitanti, natura e memoria. Un luogo non colonizzato dalle merci e dal loro consumo e non piegato all’agricoltura industriale, in cui ritrovarsi e da dove ripartire. Inoltre, la riappropriazione dello spazio vitale all’insegna dell’autonomia e dell’autogestione acquisisce il suo senso pieno solo se non è disgiunta dai principi dell’accoglienza e della solidarietà con gli sfruttati ed esclusi di ogni angolo di questo mondo globalizzato.

Quelle che dovremmo cercare di costruire sono le forme di uno “sviluppo insostenibile”, cioè che il sistema non possa sostenere. In questo senso, avvertiamo come sempre più impellente la necessità di dare vita e sviluppare opposizioni locali determinate a difendere i propri territori dalle grinfie del progresso, dallo loro pianificazione funzionale ai poteri che vi si intrecciano, estranei e nemici rispetto alle comunità residenti. Opposizioni che fin da ora devono prendere coscienza dei propri obiettivi e delle proprie aspirazioni, senza aspettare la prossima grande – o piccola – opera devastatrice e che sappiano rifuggire dalla ricerca spasmodica della contestazione spettacolare, buona solo per le colonne dei giornali e gli scatti dei fotografi.

Il contributo di Amorós che appare su queste pagine in prima traduzione italiana è stato utilizzato dall’autore per alcune presentazioni pubbliche tenute alla Biblioteca Social A. Gavilla (Santiago), al CSO Palavea (La Coruña), all’Ateneo Ecaixe (Lugo) e alla Cova dos Ratos (Vigo), rispettivamente il 30 e 31 ottobre e il 1 e 4 novembre 2013; successivamente è stato pubblicato con titolo “Nocividades, defensa del territorio y crisis”, in «Argelaga», dossier n. 1, dicembre 2013.

Furlo Land Art 2016. Sacer, opera di Rosario D'Andrea. Foto di Giulia Gilebbi
Furlo Land Art 2016. Sacer, opera di Rosario D’Andrea. Foto di Giulia Gilebbi

 

1. Il concetto

Il monte Lushan in Cina si trovava spesso avvolto da nubi ed era molto difficile distinguere la sua figura. Lo ha detto in un verso Su Shi, poeta della dinastia Song: “Non conosco il vero aspetto del Monte Lushan / quando vi sono immerso…”. Questo verso indica la difficoltà reale di conoscere la vera essenza delle cose, poiché questa non appare mai immediatamente e chiaramente alla comprensione che si pone al di sotto di esse. La metafora poetica ci servirà come ammonimento prima di affrontare l’idea di “territorio”, il cui sviluppo dovremo tirare fuori dalla nebbia in cui è immerso e che non potremo altrimenti dissipare, per mostrare in tal modo solo ciò che “territorio” significa in realtà. In caso contrario, come dice un altro proverbio cinese, non prenderemo che del vento e non coglieremo che delle ombre.

L’impresa non sarà facile, visto che non viviamo più in una “bella totalità” come gli antichi, dove lo spazio si confondeva con il Cosmo, popolato di forze vive in perfetta armonia, e dove gli individui e la Terra “Madre” costituivano dialetticamente un’unità. Nei periodi di crisi, il potere unificante scompare dalla vita sociale e i suoi elementi non interagiscono più, essi cessano di relazionarsi, svincolandosi gli uni dagli altri e comportandosi come realtà indipendenti e perfino ostili. Il concetto non corrisponde più all’oggetto e la coscienza non ha altro rimedio che guardare oltre se stessa: la critica anti-industriale è la rappresentazione contemporanea di questa ricerca.

Il territorio si presenta davanti agli individui, essi stessi separati gli uni dagli altri, come una cosa estranea, mentre è il risultato della loro attività. Nella bocca di un urbanista, questo territorio sarà considerato come una riserva di spazio in prossimità di un’area urbana o come lo spazio compreso tra due conurbazioni. Questa nozione è strettamente correlata a quella di “terreno”, una superficie non costruita il cui uso e destino devono essere regolati per mezzo di una corretta politica di zonizzazione. Un politico o un immobiliarista sarebbero d’accordo con l’idea di suolo edificabile, anche se per determinarne l’uso impiegherebbero meglio l’espressione “corretta riqualificazione”. Un esperto di pianificazione utilizzerebbe il termine “territorio” alludendo a uno spazio o a un “sistema” neutro composto da nodi interconnessi tramite “reti e flussi”. Per gli strateghi del capitalismo verde il territorio è prima di tutto una fonte di risorse energetiche e la base di uno sviluppo sostenibile dell’economia autonoma, appoggiato su macro-infrastrutture, mentre per i loro collaboratori ecologisti, sarebbe un complesso di ecosistemi la cui preservazione costringe alla ricerca di una formula giuridico-politica che lo renda compatibile con il suo sfruttamento, vale a dire con il dominio sociale delle merci. Così dunque troveremo, dissimulato sotto un gergo scientifico e tecnico, qualcosa di simile all’idea di “ambiente”.

La definizione di “territorio” è stata quindi contaminata dagli interessi economico-politici che si nascondono alle sue spalle, per ridurla generalmente a uno spazio fisico, un vuoto geografico, un supporto, un’epidermide, un paesaggio, un mondo esterno e, in definitiva, a ciò che il sociologo Marc Augé chiama un “non-luogo” – che potrebbe anche essere chiamato “palcoscenico” o “scenografia” – ossia una porzione di spazio senza una vera identità e senza abitanti stabili, dove ogni soggiorno è provvisorio perché al suo interno tutti sono o passanti o clienti e si comportano in maniera codificata e controllata. Da questo punto di vista, il territorio sarebbe l’opposto della “città”, opposizione puramente formale dal momento che la diffusione selvaggia o pianificata degli agglomerati urbani che portano impropriamente questo nome tende a fondere le due cose. Attualmente quello che si chiama “città” è solo un “non-luogo” abitato. Alla fine dei conti, in una società pienamente urbanizzata, dove non ci sono più rotture chiare tra città e circondario, il territorio visto da un manager non dovrebbe essere che il periferico confuso con l’urbano nel medesimo spazio dell’economia, in altre parole, una grande fabbrica che come tale si oppone solo alle masse che la occupano. Ma questo non è quello che era, è ciò che è diventato.

Furlo Land Art 2010. Tuffo, opera di Antonio Sorace
Furlo Land Art 2010. Tuffo, opera di Antonio Sorace

 

Nell’interesse di una comprensione globale del termine dovremo scavalcare gli interessi contingenti che si basano su delle determinazioni pietrificate per andare direttamente alla contraddizione nella sua esistenza concreta e cangiante. Il territorio è lo spazio definito nel e attraverso il tempo o, per dirlo in altro modo, è un fatto sociale e storico. Parafrasando Hegel, diremmo che non contiene unicamente la sostanza (la natura come totalità astratta), ma anche il soggetto (l’umanità come agente della trasformazione), formando così un’unità dinamica tra i due. Il suo concetto è legato fin dagli inizi a quello di civitas, che assicurava il nesso, più che a quello di habitat.

Nella Grecia antica, la polis includeva tanto la città quanto il territorio circostante. Clistene divise la polis ateniese in demi, unità territoriali o villaggi i cui membri erano i demoti, i cittadini. Il territorium, secondo il diritto romano, era l’ambito d’influenza di una comunità politica, “un raggruppamento di uomini uniti dal diritto” (Cicerone). In senso stretto, il suo significato era simile a quello del municipio romano, ma senza perdere il carattere di spazio sacro: il re Numa Pompilio instaurò il culto del dio Termine [il dio dei confini di proprietà] dopo una distribuzione delle terre. L’ager (il campo) e il saltus (lo spazio selvatico), uniti con il populus (la popolazione) e l’urbs (la cinta urbana), costituivano la città propriamente detta. In un senso più largo significava qualcosa di simile all’hinterland, la sua area di influenza culturale ed economica.

Per gli spazi più vasti, oggetto d’amministrazione e di governo, si preferiva il vocabolo regio (regione), derivato da regere, che all’origine significava “dirigere in linea retta”, da cui a sua volta derivavano “regola”, “reggimento”, “re”, “rettore” e anche “regicida”, “rettificare”, “insurrezione”… Nel VII secolo, quando i municipi romani erano letteralmente scomparsi, la parola “territorio” faceva solamente riferimento a una terra lavorata dall’aratro e delimitata da solchi (Isidoro di Siviglia, Etymologiae); ma alcune tracce del suo passato significato si mantenevano nei distretti diocesani. Tuttavia una nuova struttura sociale, la comunità di villaggio, prodotto e causa di un movimento di messa a coltura delle terre provocato dalla scomparsa dello Stato e della sua morsa fiscale, fondata sull’idea di un comune territorio e non su quella di una comune origine, apparirà durante l’Alto Medio evo e si consoliderà nel corso dei secoli successivi. In Francia il territorio in cui si stabilisce la comunità rurale, comprendente la chiesa, le case, le strade, i campi e i boschi, si chiamerà finage; equivaleva più o meno a “municipio”, o meglio alla “giurisdizione”, visto che contemplava implicitamente il diritto ad auto-amministrarsi. In Catalogna sarà la universitat, nei Paesi Baschi la anteiglesia e, in altre regioni iberiche, il concejo.

Nel corso del XII e XIII secolo, quando rifioriscono le città europee, la parola “territorio” recupera il suo significato iniziale di terreno costruito, lavorato o incolto, delimitato da confini che includono la città o villa, “luogo cinto da mura, con i suoi edifici e sobborghi”, alla cui giurisdizione è sottomesso (Alfonso X, Ley de las Siete Partidas). In Castiglia, per definire i confini formali della città si utilizza di preferenza la parola alfoz, derivata dall’arabo alfohoz, in Francia banlieu o districtus, in Italia contado, ma la definizione migliore della nozione di territorio è quella di “comunità di villaggio e di terra”, formula utilizzata per descrivere le terre appena ripopolate in Castiglia e in Aragona. Il territorio non è dunque solamente uno spazio geografico, è lo spazio dell’uomo, della natura trasformata dall’attività umana; “cultura” significa in origine “natura lavorata” e la parola “coltivazione” ha le stessa radice. È dunque lo spazio della cultura e della storia, lo spazio sociale che contiene, riproduce e sviluppa delle relazioni sociali. Spazio che è anche naturale. Elisée Reclus, nel suo L’uomo e la terra, fa riferimento all’armonia delle comunità indigene con il loro ambiente: “Non possiamo forse dire che l’uomo è la natura che prende coscienza di se stessa?”, mentre Marx chiama la natura “il corpo inorganico dell’uomo”, lasciando intendere che il genere umano non si concepisce senza la natura di cui fa parte e con la quale intrattiene un “metabolismo” speciale. Il territorio è la scena di questo metabolismo.

Sappiamo che il dominio delle forze naturali non ha liberato gli esseri umani, al contrario, questo dominio si è tradotto in differenti forme di oppressione sociale che poterono essere attenuate là dove il dinamismo storico fu maggiore e dove il soggetto, l’essere sociale, poté almeno in parte emanciparsi dall’oggetto, la natura: vale a dire in un tipo particolare di insediamento fortificato, il borgo, la villa o il sobborgo, cioè la città medievale, una comunità autogovernata, rinsaldata da un giuramento (conjuratio). La sua esistenza non sarebbe stata possibile senza l’apporto delle eccedenze alimentari e del lavoro artigianale dei villaggi vicini, ad essa collegati da uno spazio di interscambio, ossia un mercato. Il suo segno distintivo era la porta, che la metteva in comunicazione con il territorio e con il mondo. D’altra parte, come dice un proverbio spagnolo, non si possono mettere porte alla campagna. La città fu la culla della libertà e della democrazia, della scrittura e delle arti, della giustizia e del diritto, della scienza e del pensiero razionale, ma fu anche il luogo in cui nacquero la burocrazia, la tirannia, il lavoro salariato, le classi e il denaro.

Furlo Land Art 2016. Il Dono, opera di Ricardo Macias. Foto di Giulia Gilebbi
Furlo Land Art 2016. Il Dono, opera di Ricardo Macias. Foto di Giulia Gilebbi

 

Man mano che si svilupparono ed estesero la propria influenza, le città assorbirono le popolazioni, l’energia e le ricchezze, stratificandosi socialmente e concentrando il potere, compromettendo in questo modo il loro equilibrio interno ed esterno (i conflitti all’interno e all’esterno delle mura delle città medioevali furono infatti costanti). Nella loro prepotenza, si impossessarono delle campagne che avevano poco prima contribuito a liberare, scatenando frequenti jacqueries. I contadini iniziarono a creare proprie distinte istituzioni. In alcune zone rifiutarono di porre se stessi sotto il dominio delle città: Plebs semper in deterius prona est (“la plebe è sempre propensa al peggio”) dirà l’arcivescovo di Magonza nel 1127 dopo essere stato informato del rifiuto dei contadini di pagare la decima.

Il sogno egualitario è stato fortemente presente nei movimenti ereticali, nelle guerre di religione e nelle rivolte contadine. La classe contadina, liberata dalla tutela feudale, esprimendosi nel linguaggio della religione, si lanciava nella realizzazione immediata del paradiso terrestre. Le campagne non erano prive di esperienza storica e né l’arte, né la libertà, né le insurrezioni erano loro sconosciute, ma il tempo della campagna trascorreva meno linearmente del tempo della città, privilegiando il collettivo rispetto all’individuale, la sussistenza comune al profitto privato, la tradizione alla novità, la morale all’economia, l’abitudine al mercato. Erano uno spazio intensamente ordinato, mediante usi sanciti da pratiche antiche. Mentre la città potrebbe descriversi come Gessellschaft, nel senso in cui l’intendeva Ferdinand Toënnies di “associazione”, aggregato in cui predomina l’interesse individuale centrato sul valore di scambio e in cui la coesione di un ordine regolato nei minimi dettagli deriva da una “volontà arbitraria”, la campagna si potrebbe intendere come Gemeinschaf, “comunità” produttrice e consumatrice di valori d’uso, retta da un unico interesse comune a tutti e in cui l’ordine iscritto nella memoria si dispiega naturalmente, per abitudine, da una “volontà essenziale”. In entrambi i casi, sebbene in maniera differente, l’interesse individuale coincideva con l’interesse collettivo o, il che è lo stesso, con la ragione, anche se in un caso restavano separati nonostante i fattori che li facevano coincidere e, nell’altro, non erano più distinguibili malgrado i fattori che tendevano a separarli.

Se, come dice Spinoza nel Trattato politico, “la libertà umana è tanto più grande quanto più l’uomo è capace di farsi condurre dalla ragione”, si può quindi concludere che i bisogni comuni guidavano il contadino libero e i desideri comuni il cittadino. Due forme diverse di ragione e di conseguenza due forme diverse di libertà: una organica e una economica, una basata sulla comunione il consenso, l’altra sul contratto e il patto. Nelle campagne il diritto consuetudinario impediva la separazione contenuta nel diritto romano tra i domini pubblico e privato; il prestigio era preferibile alla proprietà, le radici allo sradicamento, la stabilità al movimento e, infine, l’economia domestica al mercato. Ma niente di tutto ciò le ha messe al riparo dai poteri separati che la storia aveva prodotto: da una parte la Chiesa, i signori feudali e i proprietari terrieri, dall’altro le città divenute parassitarie e lo Stato. La società rurale non è mai stata una “società congelata”, profonda e immutabile al margine degli avvenimenti. Spesso, anzi, vi ha preso parte in maniera rilevante, come nota Guy Debord ne La società dello spettacolo: “[…] le grandi rivolte dei contadini in Europa sono anche il loro tentativo di rispondere alla storia […]”.

Il decadimento della comunità rurale fu lento ma inesorabile: l’intrusione dell’autorità centrale attraverso oneri e decreti inappellabili, l’eccessiva fiscalità imposta da diversi poteri, la perdita dei diritti e, soprattutto, l’usurpazione dei terreni comuni da parte di potenti e signori determinarono la separazione tra la popolazione rurale e il territorio (tra “finage” e “village”) e tra il territorio e la città. La dispersione dei contadini impoveriti ne fu il corollario obbligato. Un sistema punitivo crudele consistente nell’impiccare a gruppi di cento i vagabondi fuggitivi dai domini dei signori inglesi venne nel XVI secolo a culminare l’opera genocidaria delle enclosures (“recinzioni”): era chiaro che davanti alla scelta di integrarsi nel mercato del lavoro oppure di vivere di mendicità o di furti, essi inclinassero per quest’ultimi. Tuttavia, malgrado il loro sradicamento forzato conservavano la dignità di uomini liberi. La pratica sbrigativa per sbarazzarsi di queste persone sradicate, considerate come un pericolo sociale, non è stata abbandonata che quando la mancanza di forza lavoro s’è fatta sentire e ha reso necessario lo sfruttamento di questi esclusi, come manodopera a buon mercato.

Duecento anni dopo, il progetto dei fisiocrati illuministi, che avrebbero dovuto risolvere la questione agraria senza violenze e allo stesso tempo incrementare i prelievi per le casse dello Stato, può essere riassunto nella creazione di una classe di proprietari terrieri, cosa difficilmente realizzabile ricorrendo all’enfiteusi o alle leggi sui beni alienabili, ma perfettamente possibile con la ripartizione delle terre derivanti dalla scomparsa violenta dell’aristocrazia, che si verificò unicamente in Francia. La fine dell’Ancien Régime e il trionfo politico della borghesia, ereditaria del secolo dei Lumi, nel XIX secolo non hanno risolto la questione. La privatizzazione e l’industrializzazione non l’hanno che aggravata, senza che il movimento operaio, essenzialmente urbano, ne abbia preso sufficientemente coscienza. La lotta di classe non ha prestato adeguata attenzione alle questioni agrarie. La proprietà privata ha definitivamente sottratto l’individuo a un territorio divenuto forza produttiva, rompendo così i legami organici che li univano e preparando il terreno al dominio della merce. In definitiva: lo ha trasformato in proprietario o proletario. La natura, il campo, il villaggio, la città, il territorio sono diventati, nel corso del medesimo processo storico di alienazione, delle entità reificate, separate e distinte, estranee le une alle altre.

Furlo Land Art 2016. L'albero dei totem, opera di Gabriele Biancone. Foto di Stefania Cimarelli
Furlo Land Art 2016. L’albero dei totem, opera di Gabriele Biancone. Foto di Stefania Cimarelli

 

2. La frammentazione

Quali che siano state le vicissitudini delle tappe dell’accumulazione e le metamorfosi del libero mercato, non c’è dubbio che il capitalismo sia stato un fenomeno urbano e che la sua espansione sia proceduta parallelamente all’urbanizzazione e all’affermarsi dello Stato, ovviamente a spese del territorio. Le città hanno dato vita a una classe legata al commercio e all’industria, la borghesia, sotto la cui direzione s’è prodotta la “rottura metabolica” tra la società urbana e la prima fonte di ricchezza: la terra (l’altra è il lavoro). La produzione capitalistica, alleata ai signori della terra e protetta dallo Stato, s’è imposta nelle campagne impoverendole allo stesso modo degli operai. In un’ottica economica ogni progresso agricolo, effettuato in condizioni capitalistiche, è stato un progresso contro la stessa campagna: la “separazione radicale tra i produttori e i mezzi di produzione” (Karl Marx, Il Capitale), responsabile della figura del “bracciante giornaliero”, provocò di conseguenza una separazione completa e irreparabile tra la citta e il territorio, causa di irrisolvibili guai nella misura in cui quest’ultimo non venne considerato altro che una fonte di capitali.

Il progresso delle ideologie liberali significò espropriazione dei contadini, spoliazione delle proprietà comunitarie, disboscamenti e bonifiche, imposte e consolidamento di una classe di grandi proprietari terrieri. La proprietà inamovibile fondata sul patrimonio familiare si trovò soppiantata dalla proprietà alienabile fondata sullo sfruttamento del lavoro altrui. Il principale effetto della produzione capitalistica è stato di portare a compimento “la separazione tra lavoro e proprietà, tra lavoro e condizioni oggettive del lavoro”. Successivamente “il capitale distrusse il lavoro artigiano, la piccola proprietà fondiaria lavoratrice etc., e anche se stesso nelle forme in cui non si presentava in antitesi al lavoro: nelle forme del piccolo capitale e in quelle forme intermedie, ibride, tra i vecchi modi di produzione (o come essi si sono rinnovati sulla base del capitale) e il modo di produzione classico, adeguato al capitalismo stesso” (Karl Marx, Grundrisse).

Il ciclo si chiudeva: l’attività umana aveva generato delle forze che, sottraendosi ad ogni controllo, opprimevano la società. Il mondo storico si era rivelato come un mondo disumanizzato, coercitivo e contrario alla ragione, che aboliva e ricreava costantemente se stesso su basi sempre più opprimenti per un nuovo ordine sociale. L’oppressione si manifestava soprattutto nello smantellamento della vecchia struttura urbana e nel suo rimpiazzo con un’altra, molto più aggressiva. Le nuove oligarchie cittadine non bramavano tanto le rendite della terra quanto la forza lavoro divenuta eccedente. La città prodotta dalla cosiddetta “rivoluzione industriale” si ridefiniva infatti in totale opposizione al mondo rurale, del quale aveva assorbito la popolazione, e oscurava la nozione stessa di territorio riducendone la portata e relegandolo alla sfera del non-urbano. Il territorio era sempre più assimilato a quello che i Romani chiamavano suburbia, luogo al di fuori delle mura, spazio disarticolato e mal definito, senza un ordine preciso né un funzionamento regolato, nel quale erano collocate le attività sporche e rumorose, ma suscettibile di possedere un valore di scambio che lo rendeva malgrado tutto attraente. Ci fu senza dubbio nelle campagne, a partire dal XVIII secolo, un processo di “proto-industrializzazione”, sospinto dal diffondersi del lavoro e della produzione a domicilio. Qui si installarono le prime fabbriche, oggetto delle rivolte luddiste.

Furlo Land Art 2011. Labirinto, opera di Walter Zuccarini
Furlo Land Art 2011. Labirinto, opera di Walter Zuccarini

 

Il territorio restava così alla mercé di forze principalmente urbane, che regolavano le loro divergenze nei mercati, nelle borse, nelle cancellerie e nei ministeri, piuttosto che in spazi aperti e liberi. Naturalmente, nelle prime fasi del capitalismo, quando la campagna era ancora lontana dall’abbandono e dalla distruzione attuale e concentrava la maggior parte della popolazione, il problema agrario era di gran lunga la più grande preoccupazione dei riformatori sociali, che hanno in effetti prodotto un’abbondante letteratura sul tema. Tuttavia prendendo per buono il postulato quasi dogmatico di Marx che la classe redentrice dell’umanità era il proletariato, cioè una classe urbana, se ne deduceva che la soluzione sarebbe passata per le città, dopo che la classe operaia avesse preso il controllo dei mezzi di produzione e assolto il compito che la borghesia era incapace di realizzare, cioè l’ulteriore sviluppo delle forze produttive. Ma questo sviluppo, benché diretto dalla classe operaia, conduceva a conseguenze nefaste per la campagna perché imitando il modello produttivista borghese provocava una miseria intollerabile che gettava i contadini fuori dai loro villaggi per spingerli verso le porte delle fabbriche alla ricerca di un salario.

Non senza una certa ingenuità la rivoluzionaria Vera Zasulič domandava a Marx quanti secoli ci sarebbero voluti in una Russia arretrata dove esisteva ancora la comune di villaggio, il mir, prima che nelle campagne si fosse conclusa l’opera dissolvente della borghesia, segno inequivocabile dell’inizio della rivoluzione socialista. Marx rispondeva brevemente che il mir era “il punto di appoggio della rigenerazione sociale in Russia” (lettera dell’8 marzo 1881), ma spiegava più a fondo la sua idea in alcuni appunti preparatori alla risposta. L’annientamento della comunità rurale per creare una minoranza contadina prospera e una massa proletarizzata non era una fatalità storica; se “nel momento dell’emancipazione” lo si aiutava a “distaccarsi dalle sue caratteristiche primitive”, il mir sarebbe potuto diventare “un elemento della produzione collettiva su scala nazionale”. Marx, ispirandosi allo storico George Ludwig von Maurer, affermava che “la vitalità delle comunità primitive era incomparabilmente superiore a quella delle società semitica, greca, romana, etc., e più ancora a quella delle società capitaliste moderne”, inoltre “la nuova comune introdotta dai Germani in tutti i paesi conquistati aveva rappresentato durante tutto il Medio evo il solo focolare di libertà e di vita popolare”. Naturalmente in tutta Europa si sono conservati dei residui di questa comunità rurale, sotto forma di diritti di uso e sfruttamento comune di pascoli, terreni incolti, sorgenti, torbiere e boschi, chiamati allmende in Svizzera e Germania, commons in Inghilterra; avevano un toponimo che richiamava il thing, l’assemblea germanica degli uomini liberi presieduta da un giudice o langman (“colui che dice la legge”). Ma questa comunità si era mantenuta viva solamente in Russia, cosa che permetteva un’uscita originale dalla crisi capitalistica favorendo la trasformazione progressiva di una “agricoltura parcellizzata e individualistica in un’agricoltura collettiva” e facilitando “la transizione dal lavoro individuale al lavoro cooperativo”. Marx suggeriva che per coordinare gli sforzi, era necessaria la creazione di un’assemblea di delegati contadini eletti nelle comunità, ma che tutto sarebbe dipeso dai cambiamenti radicali il cui agente principale era comunque il proletariato: “per salvare la comune russa, ci vuole una rivoluzione russa”.

Furlo Land Art 2016. Divini contatti, opera di Paolo Garau. Foto di Giulia Gilebbi
Furlo Land Art 2016. Divini contatti, opera di Paolo Garau. Foto di Giulia Gilebbi

 

Kropotkin si spinse oltre e nel suo Il mutuo appoggio proclamò il “principio territoriale” della comunità di villaggio e i patti di solidarietà tra le città medioevali come fondamenti storici di una società libera. In particolare, la municipalità rurale, della quale restavano ancora abbondanti vestigia, era per lui “la cellula primitiva di tutta la vita sociale futura”. Tuttavia non la difendeva in quanto tale: “è in un territorio sufficientemente vasto per contenere città e campagna – e non in una città isolata o in un singolo villaggio – che si potrà, un giorno, lanciarsi verso l’avvenire comunista” (Pëtr Kropotkin, Campi, fabbriche e officine). In ogni caso, il cammino per raggiungere il comunismo libertario non appariva molto chiaro nell’opera di questo principe ribelle, che faceva eccessivo affidamento nell’evoluzione sociale e prevedeva il formarsi di sempre più libere associazioni che avrebbero regolato i problemi che lo Stato era incapace di risolvere. Il pensiero anarchico ha in gran parte adottato il suo ideale comunista, ma non il suo ottimismo darwiniano.

In questo sguardo al passato in cerca di ispirazione incontriamo altri autori come William Morris o Gustav Landauer. Quest’ultimo insistette ancor più di Kropotkin sulle comunità precapitalistiche, considerandole come “embrioni e specchi della vita culturale dell’avvenire”. Il periodo della Gemeinschaft medievale non rappresentava l’Età dell’oro alla quale si doveva ritornare, ma una fonte di esperienze autonome utili per la ricostruzione di una società senza Stato. Non si trattava di disprezzare i mezzi forniti dalla modernità, ma di mettere in conto tutti gli effetti negativi che poteva suscitare l’idea di progresso, verso la quale Landauer era molto critico.

Solamente in Spagna la comunità rurale consuetudinaria fu considerata come una risposta immediata al problema agrario, ovvero la questione territoriale dell’epoca, ma non da parte degli anarchici. In Spagna sussisteva una tradizione di riformismo illuminato che era culminata nel liberalismo sociale dell’erudito e politico “rigenerazionista” Joaquín Costa. Una costante del pensiero sociale agrario era rappresentata dalla subordinazione della proprietà della terra all’interesse generale, favorendo così uno sviluppo rurale che tratteneva le masse in campagna mediante vecchie formule di possesso e usufrutto come l’enfiteusi, il censo e la locazione, evitando così la loro miseria e la loro proletarizzazione. Lo Stato doveva essere il motore del cambiamento, motivo per cui questa riforma richiedeva la nazionalizzazione della terra, ma il dramma dei riformatori stava nel fatto che il potere statale era nelle mani di una minoranza di privilegiati, i cui interessi erano totalmente opposti a queste proposte.

Costa fu il solo tra i riformatori, alla fine della sua vita, dopo essersi convinto dell’inutilità dei tentativi di rigenerare “dall’alto” uno Stato liberale oligarchico e dispotico, a far appello a una “rivoluzione dal basso”. Nella sua importante opera pubblicata nel 1898, Colectivismo agrario en España, studiava, così come Kropotkin, la ricca tradizione delle istituzioni contadine di cui rimanevano abbondanti vestigia: le forme di insediamento e di cooperazione, i concejos, i beni privati e comuni, le terre franche, le riallocazioni a sorte, la gestione collettiva dell’acqua e dei punti di pesca, le corporazioni, le confraternite, i lavoro comunitari (auzolan, andecha, sestaferia), etc.Tra l’XI e il XIII secolo il municipio iberico fu un’entità pubblica con una giurisdizione e un’amministrazione autonome, governato da un concilium, la “giunta” o assemblea di tutti gli abitanti, che decideva sugli interessi collettivi e in particolare su quelli relativi all’utilizzo dei beni comuni, amministrava la giustizia e poteva anche mobilitare delle forze per assicurare la difesa. L’organizzazione del concilium era un sistema politico che emanava dal común, la gente comune, sistema che è stato pervertito dal crescente potere degli oligarchi e dal sistema di regimiento, fino a scomparire nelle città del XVI secolo, ma che ha trovato prolungata vita nei piccoli villaggi rurali. Partendo da questa constatazione Costa elabora una strategia collettivista che aspira a rompere il dominio dell’oligarchia terriera: abrogazione delle leggi sui beni alienabili, autorizzazione per le municipalità di acquisire delle terre o di prenderle in locazione e ripartirle tra i piccoli coltivatori, i braccianti e perfino gli artigiani e gli operai industriali, ricostruzione del patrimonio del concejo (anche se per questo bisognava ricorrere all’espropriazione forzata), recupero delle pratiche collettive e del diritto consuetudinario, etc.

Costa sosteneva che il più importante problema sociale fosse la risoluzione della questione agraria, cosa che non era così campata in aria in un paese prevalentemente rurale e la sua penna non aveva dubbi quando scriveva che tutto dipendeva dal fallimento dello Stato monarchico e oligarchico. Non si spinse oltre, ma l’anarchismo spagnolo, caratterizzato dall’adozione del principio territoriale della federazione di municipalità indipendenti come chiave di una riorganizzazione sociale libertaria, non ha mai dimenticato i suoi precursori e ha sempre riconosciuto la loro eredità: le misure di collettivizzazione della Rivoluzione spagnola del 1936-’37 non si possono comprendere senza considerare questa impronta secolare, che alcuni hanno confuso con il millenarismo, una tradizione impressa indelebilmente nella coscienza storica dei lavoratori e dei braccianti sindacalizzati, che Costa ha sostenuto essere la base indiscutibile di una società libera ed emancipata.

Furlo Land Art 2016. Omaggio all'albero, opera di Marisa Merlin. Foto di Stefania Cimarelli
Furlo Land Art 2016. Omaggio all’albero, opera di Marisa Merlin. Foto di Stefania Cimarelli

 

3. La pianificazione

Il capitale, basato sulle innovazioni tecnologiche, ha impresso alla città un ritmo di crescita che esaurisce le riserve disponibili in acqua, energia e cibo, obbligando allo sviluppo di infrastrutture idrauliche, energetiche, di trasporto e di smaltimento dei rifiuti. La moderna classe dominante non trova la sua origine esclusivamente nell’industria e nel commercio, ma si è sviluppata in gran parte anche attorno all’attività immobiliare, all’edilizia e alla gestione delle infrastrutture di base. La città industriale non era un insediamento compatto perché nulla la poteva limitare; con l’utilizzo delle macchine, con un’importante quantità di energia, con un imponente apparato burocratico e i nuovi mezzi di trasporto che ha sviluppato, non ha cessato di crescere e di estendersi nella sua periferia, configurando così una morfologia spaziale radicalmente inedita, articolata in una struttura di mobilità meccanica.

La società divisa in classi è una società urbana. Durante il XX secolo, la logica di concentrazione ha prodotto una civilizzazione urbana senza vere città: negli agglomerati urbani si trova un centro quasi disabitato dove tutto il potere è concentrato nelle mani di una élite industriale, finanziaria e immobiliare, circondato da aree suburbane sempre più estese e popolate da masse salariate. Alcuni sociologi parlano di “città diffusa”, di “metacittà” o di “post-città”, ma per Lewis Mumford in Il futuro della città (1956) si tratta piuttosto di una “anti-città”: “città disseminata, città annichilita”. Questa città è il prodotto della decomposizione della realtà urbana iniziato con la nascita dello Stato moderno, costituito da un insieme di frammenti sradicati e disseminati nell’ambiente circostante, senza vita pubblica, senza normale comunicazione: uno spazio in rovina dove è disgraziatamente ammassata una popolazione massificata e uniformizzata. Patrick Geddes, che ha osservato la nascita del fenomeno nei bacini minerari britannici, ha coniato il nome “conurbazione” per indicare questo tipo di agglomerato che permette solamente una vita ridotta ai minimi termini, motorizzata e confinata in spazi chiusi per la maggior parte del tempo.

La relazione tra città e territorio è degenerata fino all’inconcepibile man mano che le innovazioni tecnologiche si diffondevano. L’ambiente urbano ha invaso e disumanizzato tutto lo spazio sociale, ammassando una popolazione senza alcuna autonomia in condomini patogeni, distruggendo le terre coltivabili, deteriorando o banalizzando il paesaggio: il territorio non è più che uno spazio suburbano risultante da un nuovo barbaro modello di occupazione. Il caos urbano ha raggiunto tali livelli estremi che i dirigenti della città industriale sono stati costretti a prevedere una certa organizzazione della sua trama urbana, dando vita alla scienza dello spazio economico: l’urbanesimo.

Di fronte a territori sfigurati e degradati prodotti dall’espansione urbana, Geddes ha proposto la “pianificazione regionale” sistematica, ripresa dalla Associazione per la pianificazione regionale americana fondata nel 1923 da Lewis Mumford, Clarence Stein e Benton McKaye. I riformisti dell’Associazione intendevano stimolare un modo di vita intenso, gioioso e creativo, fondato su un equilibrio territoriale, proponendo un’agricoltura di prossimità, una decentralizzazione della produzione di energia, una decongestione delle metropoli e una distribuzione equilibrata della popolazione in unità abitative ben equipaggiate e interconnesse. La pianificazione regionale era pensata per eliminare le concentrazioni eccessive di popolazione, lo spreco generalizzato d’energia, di alimenti e di beni di consumo, ma anche per ridurre i trasporti a lunga distanza e per reinstallare le industrie vicino alle fonti di materia prima. Il punto di partenza non era più la “città dinosauro”, ma la regione così definita: “una regione è un’area geografica che possiede una certa unità di clima, di vegetazione, di industria e di cultura. Il regionalista cercherà di pianificare questo spazio in maniera che tutti i luoghi e le fonti di ricchezza, dai boschi alla città, dalla montagna al mare, si sviluppino in equilibrio e che la popolazione sia distribuita in modo da utilizzare, anziché annullare o distruggere, questi vantaggi naturali” (L. Mumford, Regions. To Live In, «Survey», 1925). L’idealismo di questi intellettuali impegnati salta agli occhi quando pensano di “porre un argine al diluvio metropolitano”: idealismo destinato a naufragare nella marea degli interessi economici e a perdersi nei labirinti della burocrazia amministrativa favorevole a questi interessi.

Furlo Land Art 2011. Le geometrie solari, opera di Benedetta Jandolo
Furlo Land Art 2011. Le geometrie solari, opera di Benedetta Jandolo

 

Il tema della pianificazione regionale venne ripreso dal Congresso internazionale d’architettura moderna (CIAM), ma in un’ottica opposta, cioè cercando di conciliare le riforme con i grandi interessi che governano il mondo. Nella Carta di Atene del 1933 il CIAM definiva la pianificazione regionale come una totalità che inglobava anche “il piano di gestione della città” e insisteva nel criticare quei “discendenti degenerati delle periferie” chiamati sobborghi (banlieues), una “specie di schiuma” che sbatte contro i muri della città e che in questi ultimi decenni si era “trasformata in marea e poi in inondazione”, nei cui confronti, al fine di assicurare un nuovo equilibrio o almeno di consolidare il disequilibrio esistente, era necessario non separare il piano della città da quello della regione, cioè dal territorio. Gli architetti funzionalisti parlavano in nome degli interessi generali del capitalismo: accettavano quindi il condizionamento o la domesticazione del territorio come conseguenza economica dei piani di espansione urbana e optavano semplicemente per una verticalizzazione, cioè per un’occupazione intensiva del territorio, inaugurando così l’architettura degli appartamenti “in blocco” per i poveri, tipica del dopoguerra. Questi piani, tuttavia, non potevano contraddire le leggi permissive in materia di beni immobili, che favorivano sfacciatamente i concreti interessi dei proprietari terrieri e degli speculatori. Il profitto immobiliare privato passava avanti a qualunque razionalizzazione della crescita urbana e i piani “regolatori” non si concretizzeranno se non dopo gli anni Cinquanta del XX secolo, nel momento in cui automobile e calcestruzzo apportarono un importante impulso alla suburbanizzazione del territorio e gli interessi legati allo sviluppo prendevano il controllo della politica urbana.

La conurbazione richiedeva costantemente più terra e più motorizzazione. La “zonizzazione” tanto raccomandata dagli architetti del CIAM, che stabiliva grandi distanze tra i luoghi del piacere, del consumo, di residenza e di lavoro, con delle “cinture verdi” intervallate tra loro – che non avevano niente a che vedere con la cintura agricola raccomandata dall’Associazione per la pianificazione regionale – unita alla mancanza di trasporti pubblici, a delle condizioni di vita sempre più sordide e all’accesso a finanziamenti agevolati, precipitò le masse verso l’automobile privata, moltiplicando strade e autostrade e di conseguenza aumentano esponenzialmente la mobilità, la domanda di energia e il disordine. Il processo innescato non fu una semplice diffusione di edifici con aumento dello spazio residenziale, ma una vera e propria urbanizzazione generalizzata, in altre parole una fogocitazione del territorio, che risultava infine coperto da un tessuto urbano indifferenziato. L’abitazione, definita da Le Corbusier “una macchina in cui abitare”, non poteva essere sostenibile economicamente in altro modo. Lo spazio urbanizzato estensivamente è dunque diventato principalmente uno spazio di circolazione dei veicoli; le autostrade modellano il territorio e determinano la sua articolazione.

Nonostante la priorità del profitto privato, la formazione di “megalopoli” o “città-regioni” come buchi neri che assorbivano tutto lo spazio, il patrimonio comune e la vitalità che poteva incontrare esigevano in qualche modo una regolamentazione degli insediamenti extra-urbani e delle installazioni industriali, cosa che è stata chiamata “pianificazione del territorio”, consistente in un prolungamento della già conosciuta pianificazione urbana. La pianificazione del territorio, la cui redazione dipendeva dagli ingegneri e dagli architetti, ha preteso di essere una disciplina scientifica la cui funzione era quella di offrire un quadro giuridico all’azione degli “agenti economici” ma che in realtà serviva nient’altro che a legalizzare gli atti arbitrari e gli eccessi dei costruttori, degli industriali e degli speculatori immobiliari. Fungeva cioè da copertura scientifica per lo sviluppo immobiliare. Cercava innanzitutto di accrescere il territorio edificabile, la sua facile “interconnessione” e quindi la moltiplicazione delle infrastrutture. Era il territorio a sottomettersi alle infrastrutture e non viceversa. Quest’ultime condizionavano e determinavano ogni utilizzo del territorio: paesaggio, cultura, circolazione, dormitori, tempo libero, discariche, carceri, produzione di energia, etc. E dove arrivano le autostrade ci sono sempre sviluppatori immobiliari e speculatori.

La legislazione elaborata per giustificare questa “cultura delle strade” con il pretesto dello “sviluppo regionale”, di “economie di scala”, di “creazione di posti di lavoro” e di aumento della fiscalità, si chiamò anche “regolamentazione territoriale”. Era la consacrazione del disordine a un livello qualitativamente più alto di degrado perché per i dirigenti non si trattava di controllare o proteggere qualcosa, ma di “connettere” e “dinamizzare”, cioè di creare le condizioni ottimali per una crescita speculativa che producesse profitti considerevoli e soprattutto rapidi. La “pianificazione” era il contributo dei funzionari, dei tecnici urbanistici e delle pubbliche istituzioni alla distruzione del territorio e alla creazione delle regole politiche per la sua completa trasformazione in capitale.

Furlo Land Art 2015. Riflessa, opera di Simone Giacomoni e Valentina Baldelli. Foto di Valentina Baldelli
Furlo Land Art 2015. Riflessa, opera di Simone Giacomoni e Valentina Baldelli. Foto di Valentina Baldelli

 

Cinquant’anni dopo la Carta di Atene, quando le corporazioni dei finanzieri e degli speculatori erano diventate molto più forti, la Conferenza europea dei ministri responsabili della pianificazione del territorio (CEMAT) che si è tenuta il 25 maggio 1983 a Torremolinos, luogo emblematico della distruzione selvaggia della costa spagnola, precisava i suoi obiettivi in una Carta europea di pianificazione del territorio, definendola “espressione geografica della politica economica, sociale, culturale ed ecologica di tutta la società”, vale a dire la trascrizione geografica dell’ideologia dello sviluppo. Era un tentativo molto più serio di pianificare lo sfruttamento sistematico del territorio. In quel momento si cominciavano a percepire i risultati dei cambiamenti tecnologici del dopoguerra che derivavano dalla corsa alla produttività. L’ambiente urbano, sviluppandosi esponenzialmente, si scontrava frontalmente con il territorio, ostacolando i suoi processi ciclici. Inoltre, le novità che riguardavano l’agricoltura (principalmente l’utilizzo massiccio di fertilizzanti e pesticidi) e i trasporti (automobili di grossa cilindrata e sostituzione del trasporto merci ferroviario con quello su ruota) uniti allo sviluppo della produzione di energia e dell’industria petrolchimica, originarono nocività fino allora inimmaginabili. La vera tragedia era già tutta lì: l’esodo rurale, l’accumulazione di rifiuti, l’inquinamento, l’esaurimento delle risorse energetiche, i buchi nell’ozono, il riscaldamento planetario, il cambiamento climatico, etc., ne erano le prime manifestazioni.

Nel corso di questo disastro il movimento ecologista è degenerato in partito “verde” e ha preso rapidamente il treno della politica sviluppista. In risposta alla statalizzazione dell’ecologismo, lo Stato si è ecologizzato finendo per ammettere che le “profonde modificazioni” provocate dal capitalismo nella società civile richiedevano “una revisione dei principi che reggono l’organizzazione del territorio per evitare che si ritrovino determinati esclusivamente da obiettivi a corto termine”, per procedere ad una “sistematica implementazione di piani di utilizzo del suolo” che dovrebbe porre le basi di una “utilizzazione razionale del territorio”. La fraseologia del “benessere”, dello “sviluppo equilibrato tra regioni”, della “qualità della vita” e dell’“interazione con l’ambiente” marcava il passaggio ad una società di massa in cui il territorio non era più principalmente una fonte di cibo, ma piuttosto uno spazio-capitale organizzato per essere consumato in ogni sua parte. E il principale consumo proveniva dall’industrializzazione del tempo libero attraverso seconde case e attività turistiche.

Nel frattempo, il territorio non era solo una semplice riserva di suolo urbanizzabile, perché nello sfruttamento delle sue risorse andavano sorgendo interessi che si sommavano a quelli del settore immobiliare e delle grandi infrastrutture. Da allora c’è stata una cascata di leggi di “pianificazione” e di piani territoriali, ma la forte domanda di suolo, i condizionamenti politici e le crisi – la “variabilità della congiuntura economica”, direbbe un esperto – hanno impedito la loro applicazione globale. Dopo il “Rapporto Bruntland” delle Nazioni Unite (1987) i decisori economici di fronte al problema della prossima penuria di energia, hanno preso coscienza della dimensione “verde” del capitalismo. Per il futuro, l’ideologia dello sviluppo sarà sostenibile o non sarà. Per essere più precisi, questa ideologia è stata definita nella Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 come l’unione dell’ambiente con l’economia globale, in forma di “capitale territoriale”. Il territorio acquisiva così una “nuova dimensione” all’interno dell’alta politica, situandosi al centro di un triangolo società-economia-ambiente. Diveniva prioritario dargli una “strutturazione” in quanto “periferia” di una serie di nuclei centrali con i quali doveva connettersi tramite le nuove infrastrutture in progetto. Con questo tipo di decentralizzazione avrebbe “massimizzato” la sua competitività – aumentando al massimo il suo “valore” come “risorsa” – e si sarebbe rinsaldata la “coesione economica e sociale”, correggendo i gravi disequilibri causati dal diseguale potenziale economico tra il territorio e le aree metropolitane, questi “laboratori dell’economia mondiale” e “motori del progresso”.

In Spagna la pianificazione territoriale è responsabilità di un livello burocratico intermedio, quello delle regioni autonome, che ha portato a piani di sviluppo esagerato sulla cui sostenibilità “vigilano” comitati composti da quadri finanziari, manager aziendali e politici responsabili delle aree in questione. I leader europei hanno concretizzato il loro obiettivo nel 1999 in un documento intitolato Strategia territoriale europea, dove esprimevano la volontà di integrare anche le zone più recondite del territorio nell’economia mondiale, rivalorizzandole grazie all’accesso alla “rete transeuropea” di trasporti, telecomunicazioni ed energia, cioè attraverso la costituzione di un mercato europeo integrato di costruzione, distribuzione, turismo di massa, gas e elettricità. I fondi per la ristrutturazione, i piani per lo sviluppo locale, la legislazione ambientale, l’aumento produttivo e l’informatizzazione totale saranno i componenti di un “nuovo modello di sviluppo policentrico” che, tramite meccanismi di partecipazione online e di concertazione pubblico-privato, darà vita a una “nuova cultura del territorio” che dissimulerà finché possibile la contraddizione insuperabile tra i processi naturali che realmente governano il territorio e i processi industriali che strutturano la società globalizzata. Detto in altri termini: stanno cercando di spegnere il fuoco bruciando un diverso tipo di combustibile.

Furlo Land Art 2016. Stone balancing, opera di Luca Zaro
Furlo Land Art 2016. Stone balancing, opera di Luca Zaro

 

4. La difesa

Nell’attuale stadio della crescita capitalistica, quello dello sviluppo globalizzato, il territorio è stato trasformato non solamente in supporto delle infrastrutture e nel più solido pilastro dell’urbanizzazione, ma anche nella principale risorsa sfruttabile e nel principale motore dell’attività economica. In un’economia terziarizzata, con quasi più nessuna attività agricola, si scopre che il capitale-territorio contende al capitale-città il primo posto come forma dominante di capitale. L’accumulazione del capitale è stata delocalizzata e il territorio è diventato ora l’elemento primario della fabbrica diffusa e allo stesso tempo il punto finale del processo di industrializzazione della vita. Parallelamente, il territorio in quanto capitale deve essere controllato e messo in “sicurezza” in funzione dell’importanza strategica acquisita. Ma, precisamente, le conseguenze delle sue nuove funzioni hanno portato il territorio a diventare la contraddizione che contiene tutte le altre per il sistema capitalistico: da un lato, la sua distruzione in quanto risorsa finita impedirà uno sfruttamento che si vuol pretendere illimitato, minacciando così i fondamenti stessi dell’economia; dall’altro la sua distruzione intesa come completa artificializzazione dello spazio sociale in cui si accumulano le nocività di una crescita avvelenata comporterà per la sopravvivenza della specie umana delle condizioni così abominevoli che difficilmente si potranno sopportare.

La crisi energetica è l’esempio della prima contraddizione; le rivolte spontanee delle banlieues metropolitane del mondo quello della seconda. Per di più, la distruzione del territorio è inevitabile nel contesto attuale, poiché la tecnologia, la forza produttiva preponderante, è una forza eminentemente distruttiva; la catastrofe è allo stesso tempo il risultato e la precondizione del funzionamento capitalistico contemporaneo. Le catastrofi conducono a più controllo – la soluzione tecnica per eccellenza – e così la distruzione del territorio non si ferma davanti alle sue conseguenze, ma impone una tecnosorveglianza che i “verdi” chiamano “tracciamento”, gli esperti di polizia “contenimento” e i dirigenti semplicemente “mantenimento dell’ordine”. I controlli hanno per scopo sia di adattare la popolazione alla devastazione che di canalizzare e dissuadere la protesta. Per il primo obiettivo il potere farà ricorso alla legislazione ambientale e ai media, proponendo come diversivo le piattaforme di azione della società civile, l’ecologismo politico o il volontariato. Per l’altro obiettivo, utilizzerà direttamente la tecnovigilanza e le forze dell’ordine. Questi sono i due poli il cui unico compito è quello di neutralizzare la lotta anticapitalista per eccellenza: la difesa del territorio. La dialettica capitalistica della distruzione e della ricostruzione si completa con una dialettica dell’integrazione e della repressione.

Il territorio, dopo essere stato in gran parte convertito in una fabbrica diffusa è diventato il luogo in cui gli antagonismi sociali hanno potuto svilupparsi in tutta la loro ampiezza, tanto che la questione sociale si può presentare come una questione territoriale. In Castiglia, la “difesa del territorio” come difesa dei beni comuni contro l’usurpazione della nobiltà è menzionata dal XV secolo, ma l’utilizzo generale dell’espressione è molto più recente e proviene probabilmente dalle lotte delle comunità contadine latinoamericane degli anni Settanta e Ottanta in difesa del loro ambiente e della loro cultura contro l’agro-industria, lo sfruttamento delle miniere a cielo aperto e la costruzione di dighe. Al saccheggio del territorio per interessi economici ben precisi, le comunità opponevano l’idea di un territorio considerato bene comune, con un utilizzo collettivo regolato, tale da garantire una protezione, una risorsa e una fonte di vita. Nei paesi in cui regna il turbocapitalismo la difesa del territorio si manifesta nelle campagne sotto forma di attività per proteggere l’habitat rurale e lo stile di vita che quest’ultimo rendeva possibile, a partire dalle lotte contro lo stoccaggio dei rifiuti nucleari, mentre nelle conurbazioni appare come risposta alla degradazione insopportabile dello stile di vita urbano. In entrambi i casi si tratta di difesa di un’identità perduta, quella di cui Catone parlava già nel De Agri Cultura: “quando i nostri antenati elogiavano un uomo dabbene, così lo elogiavano: che era un buon agricoltore e un buon contadino” (i Romani consideravano il lavoro della terra come l’unica vera occupazione di un uomo libero).

Furlo Land Art 2012, Dialogo tra Terra e Cielo, opera di Walter Zuccarini
Furlo Land Art 2012, Dialogo tra Terra e Cielo, opera di Walter Zuccarini

 

Nelle campagne questa difesa si prolunga in una resistenza alle infrastrutture e all’industrializzazione dell’attività agraria, una resistenza che tenta di restaurare la democrazia assembleare; negli agglomerati urbani è una lotta per la decolonizzazione della vita quotidiana che prende le forme di una lotta per il ritorno alla vita pubblica o per la diserzione della città. Nel primo caso fa appello all’appoggio delle masse urbane, nel secondo si invitano i cittadini dalla piazza pubblica a occupare e coltivare le terre. La difesa del territorio è dunque una lotta per la città e viceversa la lotta per la città è una difesa del territorio. Ci fu un tempo in cui la popolazione cittadina comprendeva una forte componente contadina rappresentata nelle sue istituzioni. La città e il territorio non sono mai state realtà distinte e opposte, ma interdipendenti, non si possono concepire l’una senza l’altra, né essere trasformate separatamente. La libertà cittadina non potrebbe esistere in un territorio asservito e l’autonomia comunale non potrebbe esercitarsi nel contesto di una megalopoli. Perché ci sia un versa simbiosi entrambe esigono lo smantellamento delle conurbazioni e l’autogoverno, ma non l’abolizione della città: la deindustrializzazione segue i passi della ruralizzazione e non quelli della barbarie anticivilizzatrice. De-urbanizzare le campagne e ruralizzare le città, ritornare in campagna e ripristinare le città, sono queste le linee convergenti di una futura rivoluzione antistatale e anticapitalista. Il diritto al territorio che deve promanare da un uso razionale dello spazio è anche un diritto alla città e necessita tanto della fine dello Stato che di quella del mercato globale.

Se affermiamo che la difesa del territorio è la nuova lotta di classe, se ripetiamo che la questione sociale è prima di tutto una questione territoriale, non è perché gli obiettivi della classe oppressa si siano spostati dalla fabbrica verso l’agricoltura, la raccolta o la caccia. In una società in cui lo sfruttamento è fondamentalmente tecnologico, gli oppressi non formano una classe poiché non sono nient’altro che protesi delle macchine, delle masse fatte a immagine del mondo urbano nel quale sopravvivono. Ciò che li definisce non è il fatto di percepire un salario in cambio di un lavoro, ma l’essere stretti in un ingranaggio che li obbliga a consumare e a indebitarsi in uno spazio chiuso e condizionato: quello dell’economia di mercato. Si definiscono quindi per un modo di vita imposto, sul quale non hanno alcun potere decisionale. Il suddetto spazio è uno spazio urbano, ma senza una reale vita urbana, ideale per innescare comportamenti nevrotici, parassiti e sociopatici; è lo spazio delle masse senza voce e senza coscienza, amministrate meccanicamente e autoritariamente dai professionisti dell’addomesticamento. Il degrado della convivenza sociale e l’aggressività che la caratterizza sono entrambi un prodotto di fattori morbosi provocati dal sovraffollamento, dal ritmo delle macchine, dalla tensione consumista, dalla mancanza di comunicazione e dalla solitudine.

Furlo Land Art 2013. Giulia abbraccia l'albero, opera di Antonio Sorace
Furlo Land Art 2013. Giulia abbraccia l’albero, opera di Antonio Sorace

 

Patrick Geddes ha chiamato pathopolis le metropoli degenerate, queste città malate dove la vita umana è effettivamente limitata da condizioni patologiche che si vanno sempre più aggravando. L’intensità delle rivolte urbane riflette l’enorme violenza che devono sopportare quotidianamente gli abitanti demoralizzati di queste conurbazioni. Non è una violenza di classe, ma una violenza di “declassati”. L’insurrezione latente delle masse non è che l’espressione violentemente logica della patologia di una vita privata mediocre, apatica e schiava dell’economia. La miseria della vita quotidiana, aggravata dalle crisi, è il comune denominatore di tutti i disordini urbani, è il substrato di tutte le rivolte, che abbiano avuto luogo nelle città statunitensi degli anni Cinquanta o più recentemente a Stoccolma, Ankara o San Paolo. È attraverso queste rivolte che si annuncia il nuovo proletariato.

Né è quindi nelle questioni del lavoro che dobbiamo cercare la base su cui ricostruire il soggetto della storia, l’unificazione di oggetto (la realtà oggettiva) e soggetto (l’agente della Ragione), poiché tale soggetto si trova in realtà nella protesta contro l’espropriazione totale della vita. È una protesta che contiene implicitamente il rifiuto di uno spazio reificato e massificato in cui regnano la perdita di memoria, l’assenza di legami e la sottomissione; ovvero il rifiuto dell’ambiente metropolitano. Così la critica della vita quotidiana comporta una critica dello spazio: dalla critica del concentrazionismo urbanistico dei dirigenti arriviamo a una critica della domesticazione del territorio, acquisendo in questo cammino una coscienza sociale dello spazio, altrimenti detta una coscienza territoriale. La difesa del territorio, che naturalmente prende forme assembleari, è la materializzazione di questa presa di coscienza. La comunità si manifesta come riunione, come junta, non come un’associazione, cioè un’entità suscettibile di essere istituzionalizzata. Da un certo punto di vista si potrebbe dire che se l’oppressione, penetrando in tutti gli interstizi della vita, ha acquisito una dimensione legata allo spazio, la lotta contro di essa ha fatto altrettanto. Nel fragore della battaglia, la classe che ha coscienza, il nuovo proletariato, si costituisce creando e difendendo il proprio spazio, che è il suo mondo, il suo oggetto. Il suo habitat è la fabbrica diffusa che egli deve deindustrializzare e de-urbanizzare per poterlo gestire liberamente e il suo strumento organico non è altro che la comunità territoriale rappresentata dall’assemblea.

Se la pianificazione del territorio era l’ultima fase della pianificazione della vita, in altri termini il caos pianificato, il primo compito della sua difesa sarà di “de-pianificarlo”, cioè de-massificarlo, de-privatizzarlo, condurlo verso quell’anarchia che, come diceva Reclus “è la più alta espressione dell’ordine”. La difesa del territorio deve fare fronte a importanti contraddizioni. La prima di queste risiede nel fatto che il soggetto che deve condurla è in larga parte concentrato nelle conurbazioni, terreno sterile dell’incoscienza e dell’oblio, ed è per questo che i movimenti di esodo e ripopolamento seguiranno ritmi differenti e non coordinati. Rendendo quasi impossibile l’appropriazione liberatrice dei luoghi e l’abbandono delle zone sovraffollate, l’urbanesimo e la pianificazione territoriale hanno infatti innalzato enormi ostacoli alla redistribuzione delle popolazioni.

Questa contraddizione si sovrappone a un’altra: la lotta a partire dalla conurbazione è principalmente distruttrice, perché poco si può costruire di autonomo e reale in questi spazi deserti di servitù salariata e consumistica, mentre nelle campagne l’aspetto costruttivo ha più opportunità, dal momento che la “cultura contadina” riemerge facilmente in un terreno che è separato dal mercato. Tutto questo favorisce, in assenza di coscienza sociale, lo sviluppo di ideologie messianiche e nichiliste nelle zone urbanizzate e di ideologie cittadiniste e di ritorno alla terra nelle zone non urbanizzate: tutte forme di falsa coscienza che oscurano lo spirito e rendono gli individui estranei a una vita libera. Così, nelle aree metropolitane le lotte salariali saranno incensate come l’espressione più alta della “lotta di classe” mentre il confronto con le forze dell’ordine potrà essere elevato sull’altare della radicalità e la violenza eretta a valore assoluto come “poesia della rivolta”. Dall’altra parte, nelle zone neo-rurali il protezionismo legalista, il ricorso ai partiti e alle amministrazioni, i compromessi ambientali degli imprenditori dell’economia pseudo-solidale saranno considerati come la panacea della decrescita e della ruralità ben intenzionata.

Ovunque si deve costruire una comunità di lotta per andare avanti e se non dobbiamo disprezzare gli orti urbani, il co-working e i metodi di autodifesa delle mobilitazioni, non bisogna dimenticare l’occupazione dei terreni abbandonati o espropriati, né il sabotaggio delle culture transgeniche, né quello delle macchine destinate alle infrastrutture o quello dell’industria turistica. È altrettanto utile alla lotta saper fare il pane che saper montare e tenere una barricata. Secessione e resistenza non hanno come obiettivo una sopravvivenza isolata senza il consolidamento di una comunità e l’abolizione del capitalismo. Il ristabilimento delle antiche comuni libere e delle juntas, la creazione di una moneta “sociale”, i circuiti corti di produzione e consumo cooperativi o, ancora, il recupero delle terre comunali non devono diventare delle vie per “un altro” capitalismo e dei pretesti per l’inattività o il cittadinismo. Il loro scopo nell’ambito dell’oikos (unità di base della società) è la produzione di valore d’uso e non di valore di scambio. Tutti questi non sono i simboli identitari di un sorta di ghetto rurale hipster, ma aspetti distinti di una stessa lotta per un territorio emancipato dalle merci e dallo Stato, la cui atmosfera può liberare coloro che la respirano. Sono elementi di importanza capitale il cui assemblaggio corretto determinerà una strategia efficace per condurre le forze della coscienza storica alla vittoria. L’elaborazione di questa strategia è l’obiettivo della riflessione anti-industriale, che non si perde in generalizzazioni teoriche astratte e non assume posizioni di pura negatività né di solo attivismo in positivo, dal momento che sa, in modo molto concreto, quello che vuole. Ecco perché non cerca di catturare la luna nel suo riflesso sull’acqua. Sa esattamente dove guardare per trovare le cose.

Furlo Land Art 2012. L'Abbraccio, opera di Edda Bonini e Andrea Pavinato
Furlo Land Art 2012. L’Abbraccio, opera di Edda Bonini e Andrea Pavinato