Perché opporsi alla tirannia tecnologica

Ad uso delle giovani generazioni.

Di Pièces et Main d’Oeuvre

Nel 2015 il gruppo Pièces et Main d’Oeuvre (che in realtà non si definisce né “gruppo” né “collettivo”, ma atelier di bricolage e di cui abbiamo già pubblicato un contributo su Malamente #15) è stato invitato a una discussione pubblica organizzata da studenti di Grenoble a partire da alcune domande: “che cosa hanno gli smartphone di così speciale da monopolizzare la nostra attenzione? L’uso di internet avvicina le persone o le allontana? Quando l’utilizzo di nuove tecnologie diventa eccessivo e dannoso per la salute (fisica e mentale)? Perché i giovani sono i più colpiti da tutto questo?”. Abbiamo tradotto la traccia del loro intervento perché ci sembra che senza tanti giri di parole descrivano efficacemente la perdita di autonomia e di libertà in cui siamo immersi, talvolta senza rendercene conto. In conclusione trovate anche una loro breve presentazione. Se volete seguire le attività del gruppo o ordinare il loro catalogo date un’occhiata al sito www.piecesetmaindoeuvre.com oppure contattateli direttamente (BP 27 – 38172 Seyssinet-Pariset). Intanto proviamo a contrastare i nostri tempi, ad aprire spazi di autonomia e a individuare i responsabili della “tirannia tecnologica”!

Sono passati alcuni anni da quanto a una conferenza alla FNAC [libreria] di Grenoble, Didier Marsacq, ricercatore al CEA (Commissariato per l’energia atomica) specializzato in micropile a combustibile per cellulari, dichiarava: “certamente, queste pile costeranno più care rispetto a ricaricare un telefono da una presa elettrica, ma il nostro target sono gli adolescenti, immaturi e meno razionali, e pensiamo che saranno attratti dalla tecnologia senza fili” (individuato per il suo senso del commercio, questo ricercatore è stato successivamente reclutato dal gruppo Sogeti come direttore commerciale per le vendite di soluzioni di cybersicurezza).

“Perché i giovani sono i più colpiti?” Perché i ricercatori vogliono che le loro invenzioni fruttino, gli industriali vogliono vendere sempre più gadget ai consumatori, i pubblicitari e gli addetti al marketing vi hanno identificato come i perfetti ingenui. Guardate come disprezzano i vostri diciassette anni. Vi piace essere dei “target” nel loro mirino?

Oltre alla vostra supposta “immaturità”, i venditori giocano sul fatto che voi non avete conosciuto che un mondo di chincaglieria elettronica. Ignorate come si possa vivere senza smartphone, computer, internet e altri dispositivi (in attesa dell’ultimo iWatch di Apple, senza il quale si vive bene lo stesso, non trovate?). Non avete l’età per poter paragonare la vita di prima (meno di vent’anni fa) e quella di oggi. Soprattutto, come vivreste senza queste tecnologie, nel mondo di queste tecnologie? Sareste informati della prossima serata senza uno smartphone? Senza Facebook? I vostri amici vi darebbero appuntamento senza Whatsapp? Osereste dire a scuola che non avete uno smartphone? O cercare un lavoro d’estate senza essere raggiungibili in ogni momento? Difficile, a meno di sopportare sarcasmi, incomprensioni, rifiuti.

Sapete come noi che lo smartphone e internet ci sono imposti. Per vivere nell’e-mondo, insieme ai suoi contemporanei, ognuno deve essere equipaggiato di interfacce di connessione. Altrimenti è come nuotare sott’acqua senza bombola d’ossigeno.

Ciò non è accaduto naturalmente. Voi non siete nativi digitali per via di un processo spontaneo, ma per volontà di Didier Marsacq e dei suoi colleghi, ingegneri, ricercatori, industriali, commercianti. La generazione dei vostri genitori, che è cresciuta in un altro tipo di mondo, non ha mai avuto voce in capitolo su questa rivoluzione. Nessuno l’ha consultata per sapere se desiderasse precipitare in un mondo digitale e se questo nuovo mondo gli sembrasse più invidiabile di un altro. Al contrario, il “techno-gratin” [insieme dei pezzi grossi della ricerca e dell’amministrazione, i cui legami determinano e sostengono lo sviluppo tecnologico] preoccupato di possibili opposizioni, ha messo in campo delle procedure per evitare ogni rifiuto (lo smacco degli OGM gli aveva insegnato la prudenza).

Non si tratta di rispondere ai bisogni reali, ma di trovare degli sbocchi redditizi per una tecnologia: “quando un concetto appare in rottura o avanti rispetto ai tempi lanciamo degli esperimenti che consistono nell’immergere degli individui in un ambiente futuro simulato, così da realizzare dei test di utilizzo. I prodotti progettati appaiono in questo modo maggiormente sensati per gli utilizzatori”. Così si presenta l’Idea’s laboratory del CEA-Minatec [www.ideas-laboratory.com; si tratta di un complesso dedicato alle micro e nano tecnologie, situato a Grenoble]. Un laboratorio in cui ricercatori, sociologi, designer, artisti, si domandano quali prodotti tecnologici potrebbero essere accettabili per la popolazione. Esempio: degli occhiali a “realtà aumentata”? È un nostro urgente bisogno? No, certamente. Ma i manipolari dell’Idea’s Lab ce lo vogliono vendere e hanno i mezzi per farcelo accettare, per acclimatarci a mutazioni tecnologiche che non abbiamo richiesto.

Secondo voi, che cosa cambia maggiormente le nostre vite: il colore del partito politico al potere o internet? Il mondo cambia perché abbiamo questo o quell’altro politico o perché l’informatica e le reti permettono di fare delle transazioni finanziarie globali alla velocità della luce? Avete capito che la tecnologia è politica fatta con altri mezzi, i più efficaci in effetti.

La politica, in democrazia, è affare di tutti. A ogni cittadino è richiesta la sua opinione negli affari collettivi. Non avendo mai deciso collettivamente di vivere in un mondo digitale, accelerato, iperconnesso, possiamo dire che stiamo vivendo sotto una tirannia tecnologica.

Per voi questa vita è normale. Gli animali nati allo zoo ignorano che potrebbero correre nella savana e per questo non soffrono – si pensa – a essere allevati in cattività. E voi? Di che cosa ignorate di soffrire?

Vi si dice che le nuove tecnologie sono “neutre”, né buone né cattive, e che bisogna solamente evitare il “cattivo utilizzo” o il loro uso “eccessivo”. Questa menzogna non resiste a un mini questionario:

1) Chi decide che un utilizzo sia buono o cattivo, e per chi? In quali circostanze?
2) Si possono salvaguardare gli utilizzi buoni ed eliminare quelli cattivi?
3) Si è mai riusciti, una volta in tutta la storia delle tecnologie, a eliminare i supposti cattivi utilizzi?

Risposta: la tecnologia è sempre buono e cattivo utilizzo. La tecnologia è ambivalente: ora buona, ora cattiva. Pretendere di distinguere è voler separare le due facce di una stessa medaglia. Questa è una banalità che però va ribadita senza sosta, tanto la propaganda è insistente.

E adesso la vera questione: in cosa la tecnologia (e tutti i suoi usi) cambia il mondo, le nostre vite, i nostri corpi, la nostra relazione con lo spazio e il tempo, con gli altri, con noi stessi? Internet e lo smartphone accelerano la vita sociale, fino a rendere estenuanti le giornate di lavoro (essere raggiungibili in ogni momento, rispondere immediatamente, fare dieci cose contemporaneamente, etc.) sopprimendo ogni tempo “morto” in cui si poteva ancora riflettere, avere delle idee, pensare per sé. La continua sollecitazione dall’esterno (ho ricevuto un messaggio? perché non mi risponde? cosa stanno facendo i miei amici? che succede altrove?) ci priva del legame vitale con la nostra interiorità. Da questa perdita derivano molte patologie individuali e sociali: depressione, sofferenza sul lavoro, sentimento di vuoto, suicidio, dipendenze, violenza etc.

Le nuove tecnologie ci separano dai noi stessi, ma fanno anche da schermo nei confronti del mondo reale, sensibile. Ci impediscono di comprendere la realtà con i nostri sensi, le nostre capacità di analisi. Con il naso sul GPS o sulle mappe dello smartphone non sappiamo più leggere il paesaggio, né orientarci nello spazio. La protesi elettronica ci mutila delle nostre facoltà. E che importa, direte voi: io, appunto, ho la mia protesi tecnologica! Ma quando si guasta, quando avete finito la batteria, quando perdete il vostro aggeggio tecnologico: panico generale. Siete del tutto dipendenti. E nemmeno lo specialista in tossicodipendenze potrà risolvere il problema.

Ma, ancor più grave: state perdendo il gusto dell’autonomia. Il piacere naturale di cavarsela contando sulle proprie forze (e l’aiuto degli amici). Per noi, studenti, non c’è maggiore soddisfazione di esser capaci di pensare e agire da soli. I vostri genitori hanno cercato di incoraggiarvi a diventare individui autonomi. Ma viviamo nell’epoca della “nomofobia” (paura incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete di telefonia mobile), l’epoca in cui vivere sei mesi senza internet è una tale prodezza che merita un libro [si veda: Thierry Crouzet, J’ai débranché: comment revivre sans internet après une overdose, Parigi, Fayard, 2012]. La perdita di autonomia è irreparabile, visto che facilita il compito dei manipolatori, venditori di gadget e imbroglioni politici, amputando il nostro spirito critico, la nostra capacità di dire “no”. Le chiacchiere infestano internet, non solamente perché internet accelera la loro diffusione, ma perché domandando tutto a Google perdiamo l’abitudine di giudicare da soli. Ecco perché la “scuola digitale” è anche un crimine contro il pensiero.

Noi abbiamo scritto dei libri per illustrare le distruzioni delle nuove tecnologie: danni all’ambiente e alla salute, controllo generalizzato e perdita di libertà, etc. Vogliamo ora attirare la vostra attenzione su due punti in particolare:

1) Al di là di smartphone e internet, le nuove tecnologie occupano molti altri campi. Dai microchip elettronici RFID che invadono ogni centimetro del quotidiano e fanno del nostro ambiente un mondo-macchina pilotabile a distanza, ai robot che ci rimpiazzano in quasi ogni aspetto delle nostre vite, passando per i primi cyborg e i primi “organismi viventi artificiali”, un mondo nuovo si prepara senza di noi. Il suo carattere principale: l’eliminazione dell’umano. Ci stiamo trasformando in “oggetti comunicanti”, il mondo di domani sostituisce il governo degli individui con l’amministrazione delle cose.

2) La vostra generazione conoscerà gli effetti del cambiamento climatico, causato dalle “nuove tecnologie” degli ultimi cento anni (automobili, industrie, agricoltura industriale etc.).

Ma non è questo il solo lascito delle generazioni precedenti. In ciascuna di esse ci sono stati dei refrattari che hanno rifiutato di lasciarvi queste ferite. Queste minoranze hanno perso, in generale, ed è il loro scacco – e la potenza dei loro nemici – che ha così disfatto questo mondo. Avevano contro di loro i forsennati dell’industrializzazione, come quel presidente di industrie chimiche che strillava: “le generazioni future non ci daranno problemi, faranno come hanno fatto tutti!”.

Voi non siete responsabili del mondo che vi abbiamo lasciato, ma siete responsabili di quello che lascerete. Ci si dice che bisogna “vivere nel proprio tempo” (cioè che non abbiamo scelta). Noi pensiamo che il coraggio, oggi come ieri, sia di vivere contro il proprio tempo.

Persone della vostra età, nel maggio Sessantotto, avevano scritto: “Spegnete la tele, scendete in strada”.

Noi vi diciamo:

Gettate i vostri schermi, scendete in strada.
Lasciate la realtà virtuale per la vita reale.

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Pièces et Main d’Oeuvre: una breve presentazione

Pièces et Main d’Oeuvre, atelier di bricolage per la costruzione di uno spirito critico a Grenoble, è attivo dall’autunno 2000 con diverse modalità d’azione: inchieste, manifestazioni, riunioni, libri, volantini, manifesti, opuscoli, interventi sui media e su internet, etc.

Pièces et Main d’Oeuvre non è il nome di un collettivo, ma di individui politici. Noi rifiutiamo il pensiero politicamente corretto del gregarismo, che accorda valore solo a ciò che viene detto “collettivamente”, per ridurlo a conformismo, a pigrizia e a incapacità, nell’anonimato del gruppo. Non sollecitiamo persone “che facciano parte”, vogliamo invece allearci ogni volta che sia possibile e necessario, con altri che “facciano” per loro stessi.

Come rifiutiamo di identificarci con gli anonimi, quelli che non hanno mai la parola, così rifiutiamo di metterci sul piano dello specialismo tecnico, cioè quello stratagemma del sistema per depoliticizzare le prese di decisioni e spossessare i membri della società della loro responsabilità politica. Il rifiuto riguarda anche i “contro-esperti”, ovvero la trappola del sistema tecnico per infiltrare e ricondurre le opposizioni alla tirannia tecnologica.

In breve: pensiamo che la tecnologia – non le sue “derive” – sia l’aspetto fondamentale dell’odierno capitalismo, dell’economia planetaria globalizzata. La tecnologia è la continuazione della guerra, cioè della politica, fatta con altri mezzi. Se la polizia è l’organizzazione razionale dell’ordine pubblico – della città – e la guerra un atto di violenza per imporre la propria volontà agli altri, questa razionalità e questa violenza si fondono e culminano nella tecnologia. La tecnologia è il fronte principale della guerra tra chi ha il potere e chi non lo ha, quello che comanda gli altri fronti. Ogni innovazione tecnologica comporta infatti, a cascata, un peggioramento dei rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori su tutti i livelli.

Quanto alla nostra pratica, sappiamo che non si vince sempre con la forza numerica delle masse, ma anche che non si vince mai senza di loro e ancora meno contro di loro. Nessuno, ad oggi, ha trovato altri mezzi di trasformare le idee in forza materiale, e la critica in atti, che la convinzione delle larghe masse.

Noi sosteniamo che le idee siano decisive. Le idee hanno delle ali e delle conseguenze. Un’idea che vola di cervello in cervello diventa una forza d’azione irresistibile e trasforma i rapporti di forza. È per prima cosa una battaglia d’idee che noi, senza potere, lanciamo al potere, quindi dobbiamo essere innanzitutto produttori d’idee. E per produrre idee facciamo leva per prima cosa sulla critica sociale, alimento e condizione primaria, sebbene insufficiente, di ogni azione.

Se la critica impiega ogni mezzo, è l’inchiesta che li rende disponibili. Se siamo riusciti a seminare qualche dubbio, ad esempio sulle nanotecnologie e le tecnologie convergenti, sulla biometria, la tecnologia RFID e le neurotecnologie, sugli smartphone e ciò che vi è correlato, sulla distruzione del territorio e la cannibalizzazione operata dal sistema tecnico sull’ecosistema, lo abbiamo fatto a forza di inchieste, di continui contributi scritti e di interventi in occasione di eventi.

Una critica di cui possiamo enunciare alcuni tratti fondamentali.

Anticipare. Contestare prima piuttosto che a cose fatte. Essere offensivi piuttosto che sulla difensiva. Fare la differenza concentrandosi sui punti deboli piuttosto che girare attorno alle ovvietà. Studiare i sintomi attuali per risalire alla radice dei mali. Portare delle prove, lasciando al sistema il compito della sua difesa. Non denunciare mai le malefatte senza denunciare i malfattori. Non rispondere alle loro manovre diversive e di recupero. Non abbandonare mai la battaglia contro le necrotecnologie.

Speriamo che a Grenoble e altrove si moltiplichino i critici e le loro inchieste, che leghino il locale al globale, il concreto all’astratto, il passato al futuro, il particolare al generale, per demolire la tirannia tecnologica ed elaborare da tecnopoli a tecnopoli una conoscenza e una resistenza comuni.

 

Territori in subbuglio. Storie di ZAD e No Tav (#11)

Da Malamente #11 (giugno 2018)
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Presentazione di “Contrade. Storie di ZAD e No Tav”
Intervento di Mauvaise Troupe

Cartina della ZAD

A febbraio 2018 abbiamo ospitato alcuni membri del collettivo Mauvaise Troupe e delle edizioni Tabor per le due tappe marchigiane del tour di presentazione del libro “Contrade”, a Urbino (in collaborazione con la Libera Biblioteca De Carlo) e Senigallia (presso lo Spazio sociale Arvultura). Nel libro ci si interroga su concetti complessi: territorio, popolo, autonomia, in relazione alle esperienze di lotta e di vita della Valle NoTav e della ZAD, la “Zone à défendre” sorta nei pressi di Nantes per impedire la costruzione di un contestato aeroporto.
La ZAD ha visto nascere una comunità umana in secessione dal capitalismo, una comunità aperta, fatta di abitanti originari e di nuovi arrivati che, nonostante percorsi e metodi differenti, si cercano gli uni con gli altri per progettare insieme il proprio futuro, facendo a meno dell’aeroporto “e di tutto il suo mondo”.  La dimensione di una lotta radicata e di lungo corso ha permesso al movimento di aprire uno spazio e un tempo dai quali estromettere le dinamiche del denaro e delle merci, per sperimentare nuove forme di convivenza.
Ma l’aver dimostrato che si può ben vivere senza banchieri e poliziotti è un esempio troppo pericoloso per il potere. Un pubblico ministero torinese sosteneva che il progetto Tav andasse portato fino in fondo non tanto per la sua utilità, ma per riaffermare l’autorità dello Stato (chiamata “democrazia”) di fronte a una valle ribelle. Sulla stessa logica, il governo francese ha ritirato definitivamente il progetto di aeroporto a gennaio 2018, ma non potendo permettersi di lasciare la vittoria agli zadisti, appena arrivata la primavera ha inviato le truppe per sgomberare l’area. Mentre scriviamo queste righe, la violenza dell’operazione di polizia ha distrutto molti luoghi di vita della ZAD e ferito, anche gravemente, diversi occupanti, ma zadisti e zadiste hanno saputo resistere e si stanno riorganizzando. A loro tutta la nostra complicità e solidarietà.

La Route des Chicanes. Foto di ValK
La Route des Chicanes. Foto di ValK

Di come un movimento ha fermato una “grande opera”

Il libro che presentiamo è costruito sulle parole di chi ha preso parte alla lotta No Tav e alla lotta contro l’aeroporto a Notre-Dame-des-Landes; per fare una giusta presentazione avremmo dovuto portare qui e far parlare tutte le persone che hanno lottato. Ma le edizioni Tabor sono una piccola casa editrice e non hanno i mezzi per affittare dei pullman… allora cercheremo noi di fare del nostro meglio.
Parleremo soprattutto della ZAD perché pensiamo che la lotta No Tav sia da voi già abbastanza conosciuta e, soprattutto, perché dopo cinquanta anni di lotta contro questo progetto di aeroporto finalmente il mese scorso siamo arrivati a vincere. Vittorie come queste non sono vittorie che capitano tutti i giorni. È vero che avevamo già avuto in Francia delle vittorie contro altri progetti di questo tipo, ma spesso erano conseguenti all’elezione di un candidato che aveva nel suo programma l’abbandono del tale progetto. Al contrario, alla ZAD di Notre-Dame-des-Landes abbiamo vinto contro tutti i governi. Ed è per questo che è così importante raccontare questa vittoria, è per questo che abbiamo fatto questo libro e stiamo facendo questi incontri.

Il progetto di aeroporto è nato negli anni Settanta e i primi a opporsi, quella che possiamo chiamare la prima componente della lotta, sono stati i contadini. Ma non sono contadini qualunque, nella regione della Loira atlantica esiste da molto tempo una tradizione di sindacalismo rivoluzionario. La loro azione all’interno della lotta ha avuto due caratteristiche principali: sono molto numerosi ed estremamente determinati. Partecipano alle manifestazioni con i loro trattori, che hanno sempre messo in prima linea di fronte alla polizia e per difendere le occupazioni dagli sgomberi. Grazie ai loro trattori siamo riusciti a fare le più belle barricate dal Sessantotto a oggi!
Di fronte a questa iniziale opposizione dei contadini il governo ha messo il progetto sotto il tappeto per circa trent’anni, fino agli anni Duemila. Quando è stato ritirato fuori è apparsa una nuova componente della lotta, quella dell’associazionismo “civico”, la cui principale azione è stata di portare avanti un sacco di ricorsi giuridici contro il progetto e questo ha permesso al movimento di guadagnare tempo per organizzarsi. Un’altra conseguenza dell’azione di questa componente è stata di dividere il fronte nemico, nello specifico il partito socialista dai movimenti ecologisti.
Passano gli anni e arriviamo al 2008, quando gli abitanti della zona si rendono conto che molte case all’interno del perimetro previsto per l’aeroporto sono ormai vuote, alcuni proprietari sono infatti morti, altri sono andati via e lo Stato ha comprato queste case.
Un piccolo gruppo chiamato “Gli abitanti che resistono” ha riflettuto su come sarebbe stato impossibile difendere un territorio vuoto e ha quindi lanciato un grande appello a venire ad occupare queste case, che è stato subito raccolto da molte persone, specialmente giovani che dalle città sono andati lì a occupare. Si è formata così la terza componente del movimento, cioè gli occupanti. Questa componente ha contribuito a costruire anche lo stile della ZAD, con l’occupazione delle case, la costruzione di case sugli alberi e ai bordi delle strade, portando inoltre nel movimento delle pratiche radicali come il sabotaggio e l’azione diretta.

Sulla Route des Chicanes, 2013. Foto di Valk.
Sulla Route des Chicanes, 2013. Foto di Valk.

Nel 2012 il governo ha avuto un’idea geniale. Ha pensato bene di sgomberare proprio questa componente di giovani occupanti, pensando che gli altri abitanti della zona non li avrebbero difesi, che non avrebbero solidarizzato. Poi ha avuto una seconda idea geniale: nel paese di Asterix e Obelix, ha chiamato l’operazione di sgombero ed espulsione “operazione Cesare”. Non possiamo garantire che il responsabile della comunicazione del governo abbia ancora il suo posto di lavoro oggi…!
Sono arrivati sul posto 1.200 poliziotti per distruggere le case, ma la resistenza è stata molto forte, con lanci di pietre, barricate e con tutto quello che il movimento di occupazione è riuscito a mettere in campo. Sui media, ovviamente, c’è stata una criminalizzazione parlando di “selvaggi” e “terroristi”, ma se in altre circostanze questo mostro mediatico fa paura e crea divisioni, nel nostro caso è stato esattamente l’opposto. Immediatamente, in tutta la Francia, si sono creati oltre duecento comitati di sostegno e, soprattutto, le altre due componenti della lotta, i contadini e le associazioni civiche, hanno assolutamente solidarizzato con gli occupanti.

I primi scontri sono durati qualche settimana. Il movimento non era ancora molto strutturato e organizzato ma aveva un piano: a un mese dall’intervento di sgombero avrebbe organizzato una grande manifestazione per la rioccupazione. All’epoca non si sapeva bene cosa volesse dire una “manifestazione per la rioccupazione”, ma poi le cose hanno preso forma e ampiezza e a questo appuntamento sono arrivate 40.000 persone, che in una radura nella foresta al centro della ZAD hanno costruito una sorta di villaggio di capanne. Le strutture erano state prefabbricate e messe sui trattori per raggiungere la radura, ma c’era talmente tanto fango che per i trattori era impossibile raggiungere il centro della foresta e così tutti i materiali sono passati attraverso una catena umana lunga centinaia di metri, mano dopo mano, ed è stato costruito questo superbo villaggio.
Dopo questo dispiegamento di forze da parte del movimento, la polizia ha ancora cercato di attaccarci, ma invano. Anzi, a partire da quel momento e almeno fino a oggi, la polizia non è mai più riuscita a entrare nella ZAD. Questa vittoria è l’inizio di quello che è un po’ diventato il mito della ZAD come zona di non-diritto, di libertà.

Trattori verso Nantes, 2016. Foto di Valk
Trattori verso Nantes, 2016. Foto di Valk

Dal 2012 in poi ci sono stati molti episodi, non possiamo raccontarli tutti ma ne citiamo giusto un paio. Nel 2014, in risposta a una nuova minaccia di sgombero, è stata organizzata una manifestazione al centro di Nantes: 60.000 persone, 500 trattori e scontri di un’intensità che raramente si è vista in Francia. Dopo la manifestazione il governo ha fatto decadere la minaccia di sgombero, non sappiamo se perché c’erano così tante persone o per l’intensità degli scontri.
Le varie componenti del movimento hanno però prodotto delle analisi molto diverse tra loro. Per i giovani un po’ agitati quello è stato il momento più bello della loro vita, mentre chi doveva spiegare ai propri vicini perché era stato saccheggiato il centro di Nantes ha avuto qualche difficoltà… Dopo questa manifestazione è stato impossibile andare di nuovo tutti insieme al centro di Nantes.
Ma la bellezza del movimento è che invece di dividersi e fare ognuno le proprie azioni, si è cercato di trovare altre modalità per stare tutti insieme. E così nel 2016, di fronte a una nuova minaccia di sgombero, sono state occupate la tangenziale e l’autostrada che porta a Nantes, in particolare il ponte di passaggio sulla Loira. La resistenza è durata fino all’intervento della polizia, ma anche in quel caso il governo si è infine ritirato.

Poi il governo ha messo in campo la sua ultima arma, far “parlare il popolo”. Ha organizzato un referendum, limitato alla sola dimensione territoriale in cui era sicuro che avrebbe vinto, e infatti il Sì all’aeroporto ha vinto al 55%, ma la sera di questa cosiddetta vittoria del Sì c’è stata una scena formidabile: i giornalisti sono andati al quartiere generale del movimento aspettandosi di trovare gente triste e in lacrime, in realtà hanno trovato centinaia e centinaia di persone che urlavano “Resistenza! Resistenza!”.
Dopo il referendum sono arrivate dal governo nuove minacce di espulsione, per tutta risposta ancora 40.000 persone sono tornate a manifestare sulla ZAD facendo un gesto allo stesso tempo poetico e guerriero. Tutti hanno piantato un bastone sul terreno come in una sorta di giuramento: oggi lo piantiamo, se ci sarà uno sgombero torneremo a riprenderlo.

I bastoni della rivolta, 2016. Foto di Valk
I bastoni della rivolta, 2016. Foto di Valk

In seguito c’è stata l’elezione di Macron, il quale ha annunciato che il 17 gennaio 2018 avrebbe dichiarato se il progetto di aeroporto era ancora valido o meno. Per noi il solo fatto di dire che si sarebbe pronunciato era già una vittoria, visto che c’era stato il referendum. Il 17 gennaio abbiamo atteso queste dichiarazioni tutti insieme alla biblioteca della ZAD, con decine di giornalisti da Francia e mezza Europa, alla fine la decisione del governo è stata l’abbandono del progetto. Per raccontare un po’ lo stile e l’impertinenza del movimento, quando è arrivata la notizia, dal faro che sovrasta la biblioteca è stato aperto uno striscione con semplicemente cinque lettere: “Et Toc!” [“Tiè!”]. La cosa più divertente è stata al telegiornale della sera il giornalista che domandava al primo ministro che cosa volesse rispondere a questi zadisti che vi dicono “tiè!”? E, soprattutto, la sua faccia…

C’è vita alla ZAD

Dopo aver ripercorso a grandi linee la storia della lotta, io cercherò di spiegare cos’è e cosa facciamo alla ZAD. Il territorio è lungo dieci chilometri e largo due, sono quasi duemila ettari, con una sessantina di luoghi di vita, case e costruzioni di vario tipo dove abitano sia nuovi occupanti sia i contadini che sono rimasti. Siamo circa in duecento, in realtà oggi sono molti di più gli occupanti rispetto ai contadini. Quella che si vive lì è una dimensione inedita, cioè un territorio in secessione, una zona di non diritto dove gli sbirri non entrano dal 2013. Quando lo Stato o i giornalisti parlano di ZAD è proprio per denunciare lo scandalo di una zona che per loro costituisce un buco nella mappa francese, un buco nella mappa del potere, a pochi chilometri da una città di 400 mila abitanti come Nantes. Dal nostro punto di vista, al contrario, non è un buco ma un pieno. È una concentrazione di legami, densi, perché la battaglia del 2012, che è durata un mese, ha creato legami molto forti tra occupanti, contadini e gente dei comitati, legami che sono rimasti nella vita comune e quotidiana, molto diversi da quelli che si vedono “normalmente” altrove. E poi una zona di non diritto vuol dire la possibilità di accogliere persone che hanno problemi con la giustizia, così come i migranti, e permette di fare costruzioni senza chiedere permessi e autorizzazioni.
In Francia si dice spesso che il territorio è di chi l’abita, in realtà alla ZAD questo non è vero, il territorio appartiene infatti a un intero movimento e non solamente a noi occupanti. Abbiamo due principali assemblee mensili, l’assemblea di lotta e l’assemblea degli usi in cui parliamo dell’utilizzo del territorio, cioè di cosa fare di un campo o di una casa rimasta vuota, di come organizzare i cantieri comuni ecc.: a queste assemblee partecipa tutta la gente del movimento che può quindi decidere insieme a noi abitanti che cosa fare di questo territorio. Ovviamente non difendiamo solo un “uso” del territorio, ma un tipo di condivisione, Ad alcuni parlare di “comune”, nel senso della Comune di Parigi, o almeno ci proviamo…

La torre-barricata Bison Futé, 2016. Foto di Valk
La torre-barricata Bison Futé, 2016. Foto di Valk

La ZAD è una zona agricola, coltiviamo e condividiamo il cibo. Su alcuni prodotti possiamo dire di essere autosufficienti, come sulle patate, cipolle, cereali, grano saraceno e anche sul latte, abbiamo un gregge di mucche del movimento. Dal 2013 si è formato un gruppo che si chiama “Semina la tua ZAD”, composto di occupanti e di contadini vicini, che si occupa della rotazione delle colture, dei lavori comuni sui campi, di produrre la farina al mulino comune. Alla ZAD abbiamo due forni e produciamo il pane cinque volte alla settimana, oltre alle galettes bretonnes, che sono una specialità locale a base di grano saraceno, la base tradizionale dell’alimentazione tradizionale della zona.
Il pane è a prezzo libero. La cosa significativa, però, non è tanto il prezzo libero, ma l’uso del denaro che si fa ZAD. Sarebbe un’ipocrisia dire che rifiutiamo il denaro, nel senso che alla ZAD non circolano soldi, in realtà i soldi ci sono ma è il loro uso che cambia rispetto al solito: per noi il denaro non deve essere mezzo per deresponsabilizzarsi dalla vita comune, non è che pagando si è a posto rispetto al lavoro comune. Pago, se posso e voglio, ma ci vuole anche il mio aiuto per far funzionare tutto. E tutto quanto si basa sulla fiducia reciproca, non si fa un conto aritmetico dei servizi che si danno e che si ricevono, ma complessivamente si riesce a trovare un certo equilibrio (e quando non si trova, le cose non funzionano).

Anche la produzione di cibo per noi è parte della lotta. Non cerchiamo l’autarchia, ma esattamente l’inverso, cioè la circolazione, l’estendere la potenza della ZAD e non separare il vivere e il lottare. Un anno fa abbiamo creato una rete di approvvigionamento con i contadini della regione. Se c’è una manifestazione, un picchetto di sciopero o qualche iniziativa da qualche parte carichiamo il cibo in un furgone che si apre da tutte le parti, con tutto il necessario per cucinare e andiamo lì. Le galettes bretonnes degli zadisti sono ormai diventate famose. Abbiamo potuto mettere in piedi questa rete perché nel 2016 c’è stato in Francia un movimento di protesta molto forte contro la Loi travail che ci ha permesso di conoscere molte persone e soprattutto ci ha fatto incontrare i sindacati, che sono diventati una quarta componente della lotta contro l’aeroporto. Alcuni lavoratori della ditta incaricata della costruzione hanno scritto un testo bellissimo, dicendo “noi non siamo mercenari”, non andiamo a fare l’aeroporto sulle rovine delle vostre vite e hanno lanciato un appello agli altri lavoratori perché nessuno vada a costruire quell’aeroporto.

Cantiere di costruzione, 2017. Foto di Valk

Alla ZAD di attività organizzate ce ne sono molte: abbiamo una biblioteca, una radio (Radio Klaxon) che si prende anche dall’autostrada che passa lì vicino, uno studio di rap, un’officina meccanica, una forgia, un birrificio, una serigrafia, una carpenteria e molte altre cose. La carpenteria è importante perché il lavoro sulla legna è rappresentativo del modo di essere della ZAD. Un gruppo già da tempo ha incominciato a interessarsi ai boschi e ha imparato tutto il lavoro sulla legna, dalla scelta dell’albero fino al taglio e alla produzione delle assi da costruzione. È stato anche organizzato un cantiere scuola di carpenteria tradizionale, dove ottanta carpentieri hanno costruito un grande capannone, senza motoseghe, senza elettricità; l’hanno chiamato Hangar de l’avenir (Hangar del futuro), anche se nessuno poteva sapere il destino di questa costruzione, sarebbe potuta rimanere distrutta da uno sgombero in qualunque momento. Ovviamente gli alberi vengono anche ripiantati. La prima volta che sono andata alla ZAD per me è stata una sorpresa vedere questa gente molto giovane e con l’incombere di minacce quotidiane di sgombero che progettava il territorio a lungo termine, perché dovranno passare almeno due generazioni prima di poter tagliare quel rovere appena piantato. Ma è così, progettandoci il futuro, che si difende un territorio.

Oggi che abbiamo vinto dobbiamo capire come mantenere questa intensità. Ci si può preparare e immaginare la vittoria per molto tempo, ma quando arriva è differente. Sappiamo che la posta in gioco è storica. Sappiamo che possiamo essere una retrovia per altre lotte, per la città di Nantes, ma essere una retrovia, con i mezzi materiali, non è il solo obiettivo della ZAD. Oggi si sta aprendo un nuovo fronte, quello della battaglia sulle terre, perché lo Stato potrebbe vendere i terreni a diversi proprietari spezzettando e spaccando l’unità del territorio che fa la nostra forza. C’è quindi l’idea di dar vita a un’entità comune che possa avere, anche giuridicamente, la gestione delle terre, una sorta di vetrina legale per continuare a fare tutte le attività che abbiamo sempre fatto. Vedremo… di certo per riuscire a strappare questo bisogna per prima cosa mantenere i nostri rapporti di forza con lo Stato e, a oggi, le minacce di sgombero sono sempre presenti.

Zad against the machine
Zad against the machine

 

 

Tutto va malamente

malamente vanno le cose, in provincia e nelle metropoli
malamente si dice che andranno domani
malamente si sparla e malamente si ama
malamente ci brucia il cuore per le ingiustizie e la rassegnazione
malamente si lotta e si torna spesso conciati
malamente ma si continua ad andare avanti
malamente vorremmo vedere girare il vento
malamente colpire nel segno
malamente è un avverbio resistente
per chi lo sa apprezzare.

 Ancona, 14 novembre 2012 - Uova di vernice contro la sede della Banca d Italia

Ancona, 14 novembre 2012

Tutto va malamente, si direbbe in questi tempi, ma a ben guardare non sempre la cose vanno male per noi, a volte una lotta riesce a colpire malamente, ad aprire crepe nei muri e nelle catene che tengono imprigionate le vite e i desideri di chi è oppresso e sfruttato. L’incertezza e la crisi di questi tempi sono anche possibilità che si aprono, vecchie certezze che crollano.

Vogliamo realizzare una rivista che nasce e intende mantenersi trasversale a diverse sensibilità e percorsi politico-culturali. Non sarà, quindi, diretta espressione di nessuna area politica, ma raccoglierà contributi dei vari gruppi, comitati, associazioni e individualità che vivono e operano sul territorio delle Marche, tra l’Appennino e la costa.

«Malamente» terrà insieme l’approfondimento e l’informazione, ma sarà anche uno strumento di comunicazione e di collaborazione. Le uscite periodiche potranno infatti dare continuità agli interventi politici, sociali e culturali espressi sul territorio, aggregando attorno al progetto editoriale diversi soggetti i cui percorsi si sono spesso incrociati rimanendo però a livello di convergenza episodica, anche perché privi di un canale strutturato quale la rivista intende appunto essere.

Le sue pagine, d’altra parte, non temeranno il confronto delle posizioni e il dibattito interno che potrà svilupparsi.

La rivista deve nascere dal basso, da quella buona parte della società che rifiuta il modello di sviluppo vorace, oppressivo e umiliante in cui viviamo, per cercare di aprire in ogni ambito del quotidiano nuovi spazi in cui sperimentare una trasformazione rivoluzionaria della società. Ciò che non vogliamo è replicare l’ennesimo spazio identitario legato ad una sub-cultura rivolta su se stessa. Inoltre, siamo consapevoli che una visione emancipatrice e rivoluzionaria delle lotte sociali non può essere calata dall’alto in basso come criterio di descrizione ideologica della realtà. Lo spirito del camminare domandando zapatista ci spinge a osservare, ascoltare, dialogare con gli individui e le collettività e con le loro contraddizioni. Una prospettiva rivoluzionaria non può vivere nell’isolamento di una minoranza ma deve provare a leggere la realtà con un senso comune maggioritario e plurale. La rivista vuole dunque promuovere fin dalla scelta del linguaggio, della grafica e delle relazioni che può costruire, una lettura delle possibilità di trasformazione a partire dalla “normalità”. Uno stile vivo e interessante, inteso come il colore e il ritmo della comunicazione e del linguaggio, è un veicolo potente di comunicazione e di incontro.

È nostra intenzione partire da una descrizione territoriale dei fatti che vogliamo raccontare, senza ridurci ad essere un raccoglitore sporadico di notizie e comunicati ma diventando uno spazio di approfondimento e discussione. Spesso infatti, chi vive in provincia corre il rischio di non riuscire a cogliere quanto la dimensione locale delle contraddizioni e delle lotte sia immediatamente collegata ad una dimensione più ampia. Assumere come naturali i confini e le gerarchie costruite dagli Stati e dal sistema economico significa accettare il campo di relazioni costruito dal potere. Le lotte, invece, possono e devono costruire le proprie nuove geografie.

Come si è detto, le porte saranno aperte alla collaborazione di molti soggetti che si dovranno relazionare in modalità antiautoritarie e libertarie, mantenendo alcuni punti fermi imprescindibili: anticapitalismo, antirazzismo, antisessismo, antifascismo, rifiuto della politica intesa come gestione del potere e arte di scegliere il male minore. Non ci interessa dare spazio a partiti politici istituzionali, specialisti nella gestione delle nocività e nell’amministrazione del disastro sociale e ambientale, indaffarati in finte riforme affinché nulla cambi.

Il progetto editoriale intende rivolgersi a un pubblico allargato residente nell’area territoriale di riferimento, anche con l’auspicio di trovare nuovi complici lungo la strada. Ma il desiderio è quello di non rimanere chiusi negli stretti limiti del localismo, pertanto saranno sollecitati e accolti contributi provenienti dall’esterno e ospitati articoli che sappiano guardare oltre le problematiche strettamente locali.

Il timone della rivista sarà rivolto a proporre uno sguardo sul presente che abbia a cuore la libertà. Orientato, quindi, alla necessaria critica sociale, dal momento che quello che non manca, anche qui nella periferica provincia, sono le buone ragioni per opporci a un’organizzazione sociale che mostra sempre più, se ancor ce ne fosse bisogno, la propria insensatezza prima ancora che insostenibilità. Sotto traccia, vi è il desiderio di rompere l’accerchiamento del progresso a tutti i costi e della mercificazione dell’esistente, per recuperare le capacità di saper agire nel mondo.

Ai lettori verranno proposti spunti per analizzare e criticare un sistema di potere fondato sulla più sfacciata arroganza del vantaggio dei pochi a spese dei tanti. Le problematiche da affrontare riguarderanno una vasta area di argomenti, come il mondo del lavoro e del precariato, la difesa dell’ambiente, la sanità pubblica, il diritto alla casa, l’antimilitarismo, la pedagogia, la questione femminile, le migrazioni, l’economia solidale, l’autodeterminazione alimentare, il contrasto alle derive securitarie e xenofobe e tanti altri aspetti della realtà sociale contemporanea.

La rivista ospiterà report delle iniziative, corrispondenze e aggiornamenti dalle realtà locali, inchieste, interviste, riflessioni sull’attualità e sulle lotte in corso, articoli di analisi politica e culturale, recensioni, brani del passato che valga la pena rileggere ecc. In particolare, la rivista vuole dare spazio ai soggetti che agiscono sul territorio, per mettere in comune attraverso le sue pagine quegli spunti di critica/alternativa sociale che portano boccate d’aria fresca in un presente che ne ha quantomai bisogno.

Malamente uscirà in formato cartaceo: scelta dettata dalla volontà di riappropriarci di un mezzo di comunicazione stabile e che induce alla lettura piana e riflessiva. Riteniamo infatti che troppo spesso molti contenuti vengano oggi veicolati esclusivamente online e finiscano per perdersi dentro il frettoloso consumo quotidiano della rete, tra un controllo alla casella mail, un commento sul forum e un like sul social network. Nell’ottica della libera circolazione dei saperi, alla rivista cartacea verrà comunque affiancato un sito internet dove scaricarla gratuitamente. Il sito darà la possibilità ai lettori di commentare ogni articolo e conterrà gli aggiornamenti del profilo twitter della rivista: un mezzo, ma non l’unico, con cui intendiamo costruire una rete di relazioni e contatti e attraverso il quale ricevere stimoli e spunti da approfondire numero dopo numero.

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