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Aborto e lotte di genere (#6)

Aborto e lotte di genere
Di Andres e Mery

Sciopero delle donne, 8 marzo 2017

Sciopero delle donne, 8 marzo 2017

“Czarny protest”, “Ni una menos”, “Non una di meno”. Nell’ultimo periodo hanno acquistato popolarità mediatica molte proteste in difesa dell’autodeterminazione del corpo della donna.

Le organizzazioni cattoliche più radicali parlano di genocidio silenzioso. Allarmata dal numero di aborti eseguiti nel mondo (56 milioni l’anno secondo l’OMS) la Chiesa ha recentemente concesso la possibilità a tutti i sacerdoti di assolvere le donne e i medici “pentiti”, ma l’aborto resta per loro un abominio, un grave peccato, che nelle culture permeate di valori cattolici (come ad esempio negli stati latino-americani) si traduce in atteggiamenti bigotti e patriarcali che si scontrano con problemi concreti: in Colombia l’aborto è proibito, di conseguenza si procede in modo clandestino, tant’è che una delle cause più frequenti di mortalità materna è data da interruzioni volontarie di gravidanza in condizioni igieniche precarie (Human Rights Watch). Anche in Bolivia, Brasile, Barbados, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guadalupa. Guatemala, Haiti, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Suriname, Venezuela, Argentina, Perù, Cile, Nicaragua, Costa Rica, Bahamas l’Interruzione volontaria di gravidanza è per lo più considerata un reato, anche se a volte è consentito (o depenalizzato) in caso di stupro, incesto o malformazione del feto, e in alcune zone per interrompere una gravidanza serve anche il consenso dei genitori. Inoltre bisogna considerare che in questi paesi molti abusi e stupri sono fatti da agenti di polizia e militari e forse è proprio per questo che il movimento “Ni una menos” (iniziato in Argentina e poi esteso in Cile, Uruguay e Perù) possiede correnti antigerarchiche al suo interno.

Passando dal Sud-America all’Europa, le cose non migliorano di certo nei paesi non solo di cultura cattolica: in Turchia, l’AKP (partito dell’attuale presidente Erdogan) continua a promuovere e sostenere cambiamenti politici e culturali in favore dell’islam e dell’industrializzazione, una sorta di connubio tra conservatorismo religioso e capitalismo occidentale, il tutto condito dal rafforzamento del patriarcato. L’aborto nei fatti non viene concepito come ammissibile, gli stupri vengono depenalizzati se la vittima sposa il carnefice e molti femminicidi vengono commessi come estrema ratio per non concedere il divorzio alle proprie mogli. In Polonia, manifestazioni e scioperi di massa sono stati una risposta popolare alla proposta di legge frutto di una petizione firmata da 450 mila persone e sostenuta dalla Chiesa cattolica locale, che, se fosse stata approvata, avrebbe reso l’aborto sempre illegale tranne nel caso di immediato pericolo per la vita della madre. Alla fine le proteste sono riuscite nell’intento contingente. È rimasta quindi immutata l’attuale legge vigente che è comunque molto limitativa e infatti consente di abortire solo nei casi di stupro, incesto o malformazione del feto.

Anche nell’Eire le leggi sono molto restrittive, nella Repubblica d’Irlanda solo nel 2013 è passato un disegno di legge per consentire l’aborto nel caso di grave pericolo o di possibile suicidio della donna, quindi di fatto non esiste ancora la condizione legale di interrompere volontariamente una gravidanza; mentre in Irlanda del Nord nel 2015 è stata bocciata (perché considerata come violazione dei diritti umani) una legge che avrebbe previsto l’aborto solo come estrema soluzione a gravi problemi della donna in gravidanza, ma ancora rimane il reato di IVG punibile con l’ergastolo. Alla cultura conservatrice e reazionaria non si sfugge e ovviamente chi ci rimette maggiormente sono le donne appartenenti ai ceti più bassi, perché abortire in modo sicuro e senza incorrere in problemi legali spesso significa uscire dai confini per usufruire del servizio sanitario di una nazione più permissiva rispetto alla propria. Ma ciò comporta un costo notevole, non affrontabile da chi non vuole un bambino magari proprio per motivi economici, senza considerare le difficoltà in cui incappano le minorenni.

In Italia, sull’onda delle contestazioni degli anni Settanta, nel 1978 viene promulgata una legge, la famosa e tanto contestata 194, che sancisce la possibilità dell’Interruzione volontaria di gravidanza in un percorso medico seguito dai consultori familiari, strutture nate nel ’75 e adibite, almeno sulla carta, a informare e promuovere iniziative sulla conoscenza del proprio corpo, dei metodi anticoncezionali, delle malattie sessualmente trasmissibili e dei rapporti interfamiliari. In realtà l’efficienza di queste istituzioni sarà poi fortemente ostacolata dalla poca disponibilità di fondi, dalla grande confusione amministrativa e dal rimpallo di responsabilità da parte degli enti regionali e nazionali, senza contare che le lotte di genere sono andate scemando col passare del tempo con poche eccezioni esauritesi velocemente.

Al giorno d’oggi sulla spinta latino-americana si è andato creando un movimento trasversale a diverse aree politiche che è sceso in piazza lo scorso 26 novembre a Roma in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulla donna (200.000 circa i/le partecipanti); il giorno successivo sono stati organizzati tavoli tematici di discussione e s si è anche stabilito che “Non una di meno” (così si chiama il movimento) aderirà allo sciopero internazionale l’8 marzo 2017. Non si lotta soltanto contro la violenza sulle donne, ma anche per la riaffermazione di diritti acquisiti troppo spesso non rispettati o persi, come la parità dei sessi in ambito lavorativo o la possibilità di essere seguiti per abortire senza rischi e complicazioni, cosa che invece risulta difficoltosa a causa dei numerosi tagli sui fondi della sanità pubblica e della pratica di obiezione di coscienza da parte di medici, anestesisti e altro personale non medico sia per motivi etici che per guadagno: infatti alcuni si astengono dal praticare aborti nelle strutture pubbliche salvo poi operare in quelle private dietro lauto compenso.

Il problema dell’obiezione in Italia e nelle Marche

Sin dalla promulgazione della legge 194 il numero di IVG legali sale fino a 235.000 circa nel 1981, anno in cui fra alcuni quesiti referendari ne figura uno antiabortista, bocciato con una schiacciante maggioranza di voti a sfavore. Da quel momento il numero di interruzioni subisce un calo, mentre aumentano in modo spropositato i medici obiettori. Una resistenza passiva da parte del mondo cattolico uscito perdente dal referendum, che si protrae nel tempo: nel 2013 il numero di obiettori è stimato al 70% fra i ginecologi, 49,3% fra gli anestesisti e 46,5% fra il personale non medico.

Sempre nel 2013 la CGIL si rivolge al Comitato europeo dei diritti sociali (CEDS) contro il governo italiano in merito alla violazione di alcuni articoli della Carta sociale europea. Il ricorso viene parzialmente accolto ma nel 2016 il governo, affermando di avere dati aggiornati, fa riesaminare la sentenza dal Gruppo affari sociali (Concilio d’Europa), il quale si esprime a favore del governo giudicando che essendo le IVG diminuite notevolmente il personale non-obiettore basterebbe per rispondere al carico di lavoro. Queste stesse considerazioni erano state sollevate anche al CEDS e puntualmente smontate dalla CGIL, ricordando che i due fenomeni non sono strettamente correlabili e, anzi, nei calcoli si sovrastimava il numero di non-obiettori (non si è tenuti a comunicare all’ospedale in cui si lavora se si è obiettori di coscienza) né si teneva conto della possibilità che il calo delle IVG potesse essere legato a una ripresa dell’aborto clandestino, una pratica che non è possibile correttamente calcolare in termini di statistica. Infine questi famigerati dati aggiornati portati al CdE che avrebbero stravolto le conclusioni del CEDS riguardano soltanto l’andamento delle interruzioni volontarie di gravidanza fino al 2014 e tutt’ora il resto delle statistiche rimangono ferme al 2013, anche se gli stessi dati sono stati riutilizzati nelle relazioni ministeriali del 2015-2016.

Ma al di là di tutti questi numeri i problemi restano, perché quello che una media statistica non può rappresentare è l’atteggiamento assunto dal personale obiettore sia nei confronti delle pazienti ricoverate per IVG, sia verso il personale non-obiettore. Quindi, anche se le strutture consultoriali del territorio marchigiano, nonostante la presenza di un 80% di personale obiettore, riescono ancora a garantire la presenza di almeno un medico non-obiettore ricorrendo anche a medici privati, non è detto che si riesca a ottenere un servizio adeguato, perché si può facilmente andare incontro a ritardi e rallentamenti causati anche volutamente dagli obiettori, ritrovandosi a correre contro il tempo in cerca di una struttura in cui poter abortire, bussando a molte porte per essere spesso giudicate male, disprezzate, col rischio di non poter più interrompere la gravidanza a causa dello stato avanzato della stessa.

In conclusione, in Italia e nelle Marche, la difficoltà di abortire in strutture pubbliche senza costi e tempi aggiuntivi resta ancora un buon argomento su cui dibattere per riorganizzarsi, ricominciare a lottare per i propri diritti di genere e di classe, ma prima ancora riteniamo importante fornire una guida all’Interruzione volontaria di gravidanza che possa essere una base utile per chi si trova ad affrontare il peso di una decisione che non dovrebbe essere ostacolata almeno dalla mancanza di informazioni.

Elaborazione autori – Dati Regione Marche, 2013

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