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Deadbot: l’industria dell’aldilà digitale e altre meraviglie

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Di Luigi [da Rivista Malamente, n. 42, dic. 2026]

Digital afterlife industry

Era il novembre 2015 quando il trentaquattrenne Roman Mazurenko muore investito da un’auto. La sua amica Eugenia Kuyda non si dà pace. Giovane imprenditrice di origine russa nel campo delle tecnologie informatiche ha l’idea di dare in pasto a un chatbot – app progettata per simulare una conversazione umana – le migliaia di messaggi che l’amico aveva negli anni scambiato con lei e con altri su Telegram. Il software viene addestrato su quella mole di dati tramite Intelligenza artificiale e l’esperimento funziona: il fantasma di Roman risponde ai messaggi con il suo modo di parlare, le sue espressioni, la sua ironia. Certo, nulla di davvero straordinario, nulla che potrebbe neanche lontanamente superare il test di Turing (il test è superato quando chi parla con un computer non riesce a distinguere se sta parlando con una macchina o con un essere umano), ma è un inizio. Da lì al primo episodio della seconda stagione di Black mirror la strada è aperta.[1]

Insomma, dire che quando qualcuno muore, scompare («è scomparso/a…») potrebbe presto diventare retaggio del passato. La tensione di fondo di questa nostra epoca che vuole rinnegare limiti, finitudine e debolezze dell’umano spinge verso la ricerca dell’amortalità, verso una vita senza punto d’arrivo, in cui la tecnologia presiede e governa la salute, e la vecchiaia è solo una malattia da curare. Se questo non è ancora all’ordine del giorno – e lasciamo perdere il fatto che è proprio l’orizzonte della morte a dare un senso alla vita – che almeno la morte non sia così definitiva! [leggi tutto]

Le tecnologie After life non sono fantascienza, ma programmi di ricerca che dispongono di copiosi finanziamenti e ingaggiano le menti più brillanti dei distretti tecnologici che contano. La versione hard della faccenda è l’emulazione integrale del cervello umano su un supporto informatico che lo faccia esistere più o meno in eterno. Il cammino è ancora lungo e pure parecchio accidentato. Già da anni sono stati mappati e inseriti in un corpo virtuale i 302 neuroni del verme C. elegans, anche se la mappatura non è bastata a comprendere e riprodurre i concreti meccanismi di funzionamento biochimico. A marzo 2026 la startup Eon Systems ha però annunciato un grande balzo in avanti, dichiarando di aver completato la prima emulazione digitale dell’intero cervello di un moscerino della frutta (140.000 neuroni e oltre 50 milioni di sinapsi): a quanto pare il moscerino virtuale, dentro una sorta di videogioco anni Ottanta, vola, cammina, esplora l’ambiente, si pulisce le zampe e reagisce agli stimoli visivi e chimici proprio come farebbe un insetto vero nel mondo vero, senza alcun addestramento preventivo. Ma da qui a passare all’uomo il problema non è solo di scala. C’è infatti un aumento esponenziale della complessità neuronale che ancora – nel 2026 – non siamo in grado di affrontare (per capirci: è come se col moscerino fossimo andati sulla Luna, ma con l’uomo si tratta di trovare il modo per viaggiare su un’altra galassia).

Se, dunque, la versione hard, quella dell’emulazione cerebrale per sopravvivere digitalmente, è ancora troppo fumosa, quella soft è invece alla portata delle nostre startup. Si tratta di utilizzare l’enorme documentazione che nel corso della vita produciamo con le nostre attività digitali (ogni messaggio di WhatsApp, ogni commento su Facebook, ogni like su Instagram, ogni file del nostro pc, ogni video, ogni mail e così via…) per ricostruire la nostra personalità, il nostro stile comunicativo, il nostro modo di porci e, su queste basi, produrre una simulazione che ci rappresenti. La tecnologia è disponibile ed è la stessa usata, da almeno dieci anni, per conversazioni telefoniche incredibilmente veritiere con personaggi pubblici, viventi, a cui viene “rubata” oltre che la personalità, anche la voce.[2] Altro aneddoto curioso: lo scorso anno in un tribunale dell’Arizona i parenti di una vittima hanno riportato in vita sullo schermo il morto ammazzato per farlo parlare con il giudice e l’assassino, toccando le loro emozioni: «È un peccato che ci siamo incontrati quel giorno in quelle circostanze – ha detto l’avatar –. In un’altra vita, probabilmente avremmo potuto essere amici».[3]

Più la massa di dati disponibili aumenta, più la ricostruzione post mortem di un soggetto sarà fedele. La magia del morto che non scompare è già qui, disponibile, acquistabile e ovviamente personalizzabile, anche se all’attuale livello di sviluppo tecnologico l’avatar potrà forse provare a riempire un vuoto affettivo (!) ma è ancora troppo facilmente sgamabile come vile copia surrogata. Project December (limitato a chat di testo), Afterlife, Re;memory (che organizza incontri tra familiari e avatar del defunto in un memorial showroom dotato di maxischermo): sono già molte le aziende del settore denominato Digital afterlife industry (DAI), con milioni di utenti in tutto il mondo. Siamo riusciti a mercificare perfino l’aldilà. E ce n’è per tutti i gusti, anche per quelli più ambiziosi, soddisfatti ad esempio da Nectome, startup che promette la vitrificazione del cervello per poi “risvegliarlo” un giorno, quando le tecnologie lo permetteranno. Peccato che per funzionare richieda un cervello “fresco”, quindi la procedura è fatale, ma a quanto pare non c’è nessun problema di reperimento della materia prima: la tecnica sarà offerta a malati terminali desiderosi di contribuire alla scienza con quel chilo abbondante di similtofu che portano racchiuso nella scatola cranica.[4] Chi ha il gusto dell’esotico può invece affidarsi a Digital Shaman Project, che propone di far indossare a un robot umanoide una maschera stampata in 3D con il volto del defunto, facendogli imitare i gesti, la voce e i tratti della sua personalità per quarantanove giorni (il periodo del lutto buddista), per poi “congedarsi” definitivamente dai familiari.

StoryFile, prima di dedicarsi alla resurrezione di personaggi storici come attrattiva per musei, era diventata famosa per organizzare la partecipazione del morto virtuale al suo stesso funerale, così da fargli rispondere alle domande e consolare gli invitati.[5] Seance non propone i suoi servizi come collegamento permanente con i defunti, ma ridimensiona l’esperienza a una «seduta spiritica digitale» temporanea. Per i servizi di YouOnlyVirtual bisogna al momento mettersi pazientemente in coda: «iscriviti alla nostra lista d’attesa per essere tra i primissimi a riaccendere il calore delle tue preziose relazioni». E così via, altre startup del settore nasceranno molto presto.

L’impatto psicologico del “non-morto”

Le problematiche irrisolte sono però molte e significative, a partire dall’aspetto profondamente inquietante del tentativo di sfruttare economicamente il dolore di familiari e amici in lutto. E se la persona in vita non ha fornito un consenso esplicito alla rielaborazione di sé, sarà mancanza di rispetto alla sua memoria farne un Tamagotchi a uso e consumo dei posteri? Ci si potrà appellare al diritto alla privacy post mortem?

Per non parlare della gestione delle ricadute emotive. È evidente che interagire quotidianamente con la replica di un proprio caro rischia di creare dipendenza psicologica, impedisce la naturale accettazione della perdita e intrappola in una “bolla emotiva” artificiale. Scrive Tomasz Hollanek, specialista di etica dell’IA: «le persone potrebbero sviluppare forti legami emotivi con tali simulazioni […]. Il potenziale effetto psicologico, in particolare in un momento già difficile, potrebbe essere devastante». «Anche se per alcune persone interagire con un deadbot potrebbe essere un’esperienza positiva e desiderabile, per altre potrebbe rivelarsi emotivamente logorante».[6]

Nigel Mulligan, docente di psicoterapia, lo conferma: «I fantasmi dell’IA potrebbero essere dannosi per la salute mentale delle persone, interferendo con il processo di elaborazione del lutto. […] Resuscitare le persone decedute sotto forma di avatar potrebbe causare più danni che benefici, alimentando confusione, stress, depressione, paranoia e, in alcuni casi, psicosi […] potrebbe traumatizzare ulteriormente chi sta vivendo un lutto complicato ed esacerbare i problemi associati, come le allucinazioni».[7] Se ne sono lette tante di storie di classici chatbot che hanno fatto commenti inappropriati e dato consigli fuori luogo agli utenti: quanto ci vorrà perché il deadbot di un padre defunto riveli alla figlia o al figlio che non era amata/o, voluta/o, preferito/a?

Arriverà poi il giorno di dover far morire il non-morto. Ad esempio quando parenti e amici non ne potranno più… (nell’episodio di Black mirror la protagonista a un certo punto chiude l’androide replicante del defunto compagno in soffitta). Ma per prima cosa bisognerà vedere chi ha stipulato il contratto. Se l’ex-morto ha pagato un abbonamento ventennale al servizio di vita ultraterrena digitale avrà il diritto di esistere virtualmente almeno per quel tempo: proverà sensi di colpa e di mancanza di rispetto chi non gli vorrà più rivolgere la parola e ignorerà le notifiche che gli invierà il servizio? E quando arriverà davvero il momento di doverlo o volerlo spegnere una volta per tutte, dovremmo immaginarci un funerale digitale, o comunque un nuovo rituale che accompagni lo spingere il bottone e garantire questa volta e per sempre l’elaborazione del lutto?

Nell’estate 2026 il deadbot HereAfter, uno dei più famosi fin dagli esordi di questo circo, ha annunciato la chiusura e il conseguente spegnimento di migliaia di non-morti. Per chi non aveva sottoscritto il piano di abbonamento più costoso, l’unico modo di salvare dalla seconda morte il proprio caro, come indicato sul sito, era di scrivere una mail all’assistenza dell’azienda e attendere risposta…[8]

Non siamo che dati?

Ray Kurzweil, scienziato visionario, uno dei principali e più influenti alfieri del transumanesimo ha fissato la data dell’avvento della Singolarità tecnologica per il 2045 (non ci soffermiamo su questo, ma è in sostanza l’anno in cui ci sono buone probabilità che ci estingueremo come specie biologica); nel frattempo ha indicato un paio di tappe che ci interessano qui.[9] Alla fine degli anni Trenta i nostri avatar usciranno dalla realtà virtuale e potranno trovare albergo in androidi dalle sembianze convincentemente umane. Si potrà, per dire, lasciare scritto nel proprio testamento quali caratteristiche fisiche vogliamo che abbia il replicante in cui andremo a incarnarci.

Ancora saremo all’interno della versione soft dell’incarnazione, cioè quella costruita sulla base dei dati e delle interazioni di cui abbiamo lasciato traccia in vita, ma per gli anni Quaranta Kurzweil prevede la possibilità di spingerci verso la versione hard, l’emulazione del cervello: «esistono difficoltà straordinarie da superare, ma gli strumenti di AI superumana degli anni Trenta ci consentiranno di raggiungere quello che oggi può sembrare fuori portata».[10] E Kurzweil non spara date a caso, certo può sempre sbagliarsi (ci auguriamo), ma pare che le sue previsioni sulle tappe di sviluppo delle tecnologie contemporanee abbiano finora riscontrato un tasso di accuratezza dell’86%.[11]

La versione soft per sopravvivere alla morte puzzerà sempre troppo di pacchiana imitazione, ma la sua logica commerciale e il suo sviluppo naturale spingono verso la promessa di sostituzione con un avatar 100% credibile, e la versione hard dichiara apertamente che quello è il suo obiettivo.

Che si tratti di un deadbot addestrato sui vecchi messaggi di un defunto o dell’emulazione del suo cervello, l’idea di fondo è che qualcosa – o tutto – di lui o lei possa sopravvivere. La logica alla base di quello che abbiamo descritto finora si fonda su una premessa: noi siamo dati. Yuval Noah Harari lo chiama “dataismo”: l’idea che l’universo sia un flusso di informazioni e che gli organismi viventi siano algoritmi biochimici, elaboratori temporanei di questo flusso. Kurzweil aggiunge che quel che conta non è solo l’informazione in sé, ma è soprattutto lo schema (pattern) con cui un determinato soggetto elabora e organizza i dati. Ciò che ci definisce come persone, dice, è la rete delle nostre connessioni neuronali, la forma unica delle nostre dinamiche mentali, quindi il flusso di energia e dati può conservarsi e continuare a esistere anche quando la materia fisica che lo ospita cambia. Esattamente come l’acqua di un fiume non è mai la stessa, eppure tutte quelle diverse molecole che scorrono istante dopo istante si muovono e agiscono secondo lo schema coerente che definisce quel determinato fiume. Pertanto, trasferirsi da un substrato biologico a un androide o a un avatar digitale non priverebbe il soggetto di nulla di essenziale, non ci lascerebbe con una banale simulazione, ma con la sua diretta continuazione.

La coscienza dell’algoritmo

La possibilità di creare un avatar post mortem e, ancora di più, quella di emulare il cervello per farlo sopravvivere digitalmente solleva dilemmi filosofici ed etici profondi, legati ai concetti di coscienza e identità personale. Se un sistema emulato raggiungesse un’intelligenza di livello umano o superiore, oltre a dati e pattern, avrebbe anche una coscienza? Ovvero, sarebbe non solo in grado di elaborare informazioni ma anche di provare il vissuto qualitativo di quelle informazioni? Avrebbe la capacità di riflettere su se stesso, di gioire e soffrire, di comportarsi in modo morale? Sarebbe dotato di libero arbitrio e riconoscerebbe la propria autodeterminazione? Manterrebbe un senso di continuità temporale (la percezione di essere la stessa entità che ha vissuto i ricordi di ieri e che pianifica le azioni di domani)? Di conseguenza, avrebbe diritti e responsabilità?

Pensare che l’esperienza umana sia rappresentabile da input e output e che quindi la si possa “far girare” a piacimento come fosse una canzone copiata su un CD mi sembra pura illusione riduzionista, non c’è neanche bisogno di spiegarlo, basta sentirlo. Eppure dobbiamo avere la correttezza di ammettere che è praticamente impossibile rispondere con certezza matematica alle domande appena poste, date le nostre attuali conoscenze.

Come sottolinea il filosofo David Chalmers, «la questione è complicata dal fatto che la nostra comprensione della coscienza è molto limitata. Nessuno sa esattamente perché o in che modo i processi cerebrali diano origine alla coscienza».[12] In effetti, conoscere la struttura fisica o computazionale di un sistema ci può dire quanto sia complesso e dotato di capacità cognitive, ma non può misurare se provi qualcosa dall’interno. Ad oggi non disponiamo di alcun modello in grado di spiegare come la materia biologica dia origine all’esperienza soggettiva (i qualia) e alla coscienza autoriflessiva. Nessuno ha mai dimostrato se la coscienza sia un mero prodotto dell’attività cerebrale o se, al contrario, il cervello funzioni come un canale attraverso cui si manifesta una più ampia coscienza trascendente o transpersonale.[13] Non si può infine escludere che cervello e coscienza rappresentino semplicemente due differenti livelli di realtà: profondamente legati, ma irriducibili l’uno all’altra.[14]

Tutto questo per dire che, se non abbiamo una spiegazione esaustiva sulla materia biologica, non possiamo neanche giurare sul fatto che un’architettura di silicio possa o non possa acquisire coscienza interiore, ovvero se il nostro avatar per l’eternità sarà un pappagallo stocastico[15] o davvero qualcosa che potremmo definire “Io 2.0”. «Non conosciamo alcuna differenza di principio tra sistemi biologici e non biologici che suggerisca che i primi possano essere coscienti e i secondi no», quindi la questione rimane teoricamente aperta.[16] Scrive Kurzweil: «Io credo che noi esseri umani finiremo per ammettere che enti non biologici sono coscienti, perché alla fine gli enti non biologici esibiranno tutti quegli indizi sottili che attualmente mostrano gli esseri umani e che associamo con le emozioni e altre esperienze soggettive».[17]

In altre parole, la coscienza non è misurabile o osservabile dall’esterno e nessuno può disquisire circa l’esperienza soggettiva di un altro essere. Un giorno avremo enti non biologici che sosterranno di provare esperienze emotive e spirituali e mostreranno conseguenti comportamenti in maniera convincente eppure, per fortuna, ci sarà sempre (non certo Kurzweil) chi rifiuterà di ammettere che senza carne e sangue ci possa davvero essere coscienza. Ma il paradosso è che, nella prospettiva transumanista, quegli enti non biologici – o non del tutto biologici – in realtà saremo noi, fusi con le macchine, senza più distinzioni tra intelligenza biologica e non, tra macchina cosciente e coscienza macchinizzata. Per inciso, come inquadrare, moralmente e giuridicamente, il fatto di togliere corrente a un computer senziente?

Personalmente propendo per la lettura che ritiene un’impossibilità di principio il fatto che la coscienza possa albergare in un software, poiché vedo una separazione ontologica incolmabile tra l’ente biologico-personale e la macchina: non penso che la coscienza sia una mera proprietà emergente dell’attività neuronale del cervello, né tanto meno che possa scaturire da un algoritmo computazionale, ma appartiene a un altro ordine del reale. Un sistema informatico potrà certamente simulare la dimensione funzionale della mente ma rimarrà privo di quella dimensione pneumatica – intesa come autocoscienza profonda e apertura alla trascendenza – che caratterizza la persona umana.

Per quanto riguarda la questione dell’identità, il caso di una riuscita emulazione di un cervello umano su supporto digitale, separato dal resto del sistema nervoso e dal resto del corpo, a cosa conduce? Alla stessa essenza della persona a cui apparteneva? Supponiamo che io possa caricare il mio cervello in un computer: il risultato sarò io?  La domanda quindi diventa, se anche volessimo ammettere la persistenza della coscienza, io sopravviverò all’uploading? La convinzione che può mostrare la copia digitale di essere l’incarnazione di una determinata persona, vuol dire che è quella persona?

Il pensiero transumanista e post-umanista più radicale non si lascia certo intimorire da questo banale filosofeggiare: se la macchina non può elevarsi allo Spirito, allora è la nostra nozione di Spirito a essere sbagliata e da ridimensionare. Il docente di robotica cognitiva Murray Shanahan lo dice senza mezzi termini: «L’essenza del pensiero antropocentrico risiede nel supporre che la storia della materia in questo angolo di universo raggiunga il suo punto più alto nella società umana e nella miriade di cervelli viventi in essa incorporati, così meravigliosi. Ma forse la materia deve fare ancora tanta strada lungo la scala della complessità; forse ci sono forme di coscienza che devono ancora presentarsi e che sono, in un certo senso, superiori alla nostra. Dovremmo farci intimorire davanti a questa prospettiva o gioirne?»[18]


[1] L’episodio Be right back racconta la storia di Martha, una donna distrutta dal dolore per la morte del fidanzato Ash che decide di affidarsi a un servizio tecnologico, acquistando prima una chat basata su intelligenza artificiale e poi un vero e proprio clone sintetico del compagno. Il robot, sebbene esteticamente identico, finisce per rivelarsi per quello che è: una copia vuota priva di anima, lasciando Martha intrappolata nell’impossibilità di elaborare veramente il lutto.

[2] Nel maggio 2018 Sundar Pichai, CEO di Google, ha mostrato Google Duplex una tecnologia basata su intelligenza artificiale in grado di effettuare chiamate telefoniche reali (come prenotare un tavolo al ristorante). La voce parlava con intonazioni naturali, pause ed espressioni come “uhm” e “ah”, rendendola praticamente indistinguibile da un essere umano. Nel 2019 si è verificata la prima truffa (di cui si ha notizia): un amministratore delegato di una società energetica britannica è stato ingannato da una telefonata in cui un software di AI ha replicato perfettamente la voce e lo stile comunicativo del CEO della casa madre tedesca, facendosi trasferire 220.000 euro. Cfr. Catherine Stupp, Fraudsters used AI to mimic CEO’s voice in unusual cybercrime case, “The Wall Street Journal”, 30 ago. 2019.

[3] In questo caso sono stati combinati diversi strumenti di AI e l’avatar non è stato fatto interagire in diretta, ma ha pronunciato un solo discorso. Dopo la prima condanna dell’aggressore, la Corte d’appello ha poi annullato la sentenza stabilendo che attribuire a una vittima deceduta pensieri mai espressi in vita supera i limiti delle dichiarazioni ammissibili in un tribunale; Liliana Salgado e Andrew Goudsward, Family creates AI video to depict Arizona man addressing his killer in court, 9 mag. 2025, <reuters.com>.

[4] Cfr. Helen Thomson, Major leap towards reanimation after death as mammal’s brain preserved, “New Scientist”, 20 mar. 2026.

[5] Il CEO dell’azienda lo ha sperimentato direttamente con la madre morta, cfr. Enrica Cervini, Now AI can imitate a deceased loved one. Should it?, 4 giu. 2025, <eurekastreet.com.au>.

[6] Tomasz Hollanek e Katarzyna Nowaczyk-Basińska, Griefbots, deadbots, postmortem avatars: on responsible applications of generative AI in the digital afterlife industry, “Philosophy & Technology”, v. 37 (2024), art. 63. Si veda anche Call for safeguards to prevent unwanted “hauntings” by AI chatbots of dead loved ones, Università di Cambridge, <www.cam.ac.uk>, 9 mag. 2024.

[7] Nigel Mulligan, Ghostbots: AI versions of deceased loved ones could be a serious threat to mental health, “The Conversation”, 14 mar. 2024.

[8] Cfr. Chris Williams, HereAfter AI is shutting down: what happened, and how to save what you recorded, 2 ott. 2026, <afterlife.ai>. HereAfter faceva registrare all’utente ancora in vita le risposte a una serie di domande strutturate, in particolare sui propri ricordi per poi, dopo la morte, ricombinare gli audio registrati in funzione dell’interazione con i suoi cari.

[9] Kurzweil racconta come già nel 2019 abbia sperimentato una ancora rudimentale possibilità di “parlare” con il padre morto utilizzando una variante personalizzata di Talk to Books, uno strumento di intelligenza artificiale sviluppato da Google Books che permetteva di interrogare e ricevere risposte da oltre 100.000 libri. Kurzweil aveva creato un sottoinsieme con i soli testi scritti da suo padre (libri, appunti e perfino le lettere d’amore) e dialogare con il bot gli aveva restituito un’impressione di sorprendente «familiarità». Dopo di che, scrive: «sto pianificando di creare un replicante di me stesso. Avrà accesso a migliaia di pagine delle mie comunicazioni, e anche a tutti gli scritti che ho pubblicato e a un’infinità di ore di video. Questa base multimediale molto ricca consentirà al mio replicante di rappresentare la mia personalità con una profondità e una fedeltà molto superiore a quella che è stata possibile per mio padre», Ray Kurzweil, La Singolarità è più vicina. Quando l’umanità si unisce all’AI, Milano, Apogeo, 2024, p. 88-89.

[10] Ivi, p. 88.

[11] Ray Kurzweil, How my predictions are faring, ott. 2010, <www.thekurzweillibrary.com>; il dato proviene dall’interpretazione dello stesso Kurzweil, potrà anche essere gonfiato, fatto sta che le sue previsioni hanno un elevato livello di affidabilità.

[12] David J. Chalmers, The singularity: A philosophical analysis, “Journal of consciousness studies”, 17 (2010), n. 9-10.

[13] Questa seconda prospettiva – che rifugge il riduzionismo materialista – è radicata per i cristiani nell’atto creatore di Dio che costituisce l’essere umano come “soggetto in relazione” con l’Assoluto e trova un parallelismo ad esempio nella tradizione induista, con l’ancor più forte identità essenziale tra Ātman (il Sé individuale) e Brahman (l’Assoluto cosmico), così come in molte altre culture e religioni

[14] Sulla coscienza umana, il suo riconoscimento e la sua evoluzione in rapporto all’età contemporanea, si veda la profonda conversazione, al crocevia tra scienza, psicologia e spiritualità, tra Ervin Laszlo, Stanislav Grof e Peter Russell: La rivoluzione della coscienza. Dialogo transatlantico, Roma, Spazio interiore, 2015 [1999].

[15] L’espressione (stochastic parrot, introdotta da un fortunato articolo del 2021) è riferita ai modelli linguistici (LLM) che generano testi formalmente corretti e verosimili senza avere una reale comprensione del significato di ciò che dicono.

[16] David J. Chalmers, The singularity: A philosophical analysis, cit.

[17] Ray Kurzweil, La Singolarità è vicina, Milano, Apogeo, 2014.

[18] Murray Shanahan, La rivolta delle macchine: che cos’è la Singolarità tecnologica e quanto presto arriverà, Roma, LUISS, 2018, p. 14-15.

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