Brigate Rosse, una storia di famiglia

Recensione di: Mario Di Vito, Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse, Laterza, 2022

Di Luigi

copertina libro mario di vito colpirne uno

Dopo la saga del commissario Santacaterina – che speriamo non sia ancora conclusa –, il procuratore della Repubblica Mario Mandrelli è il protagonista del nuovo libro di Mario Di Vito. Due personaggi che combattono il crimine dallo stesso lato della barricata, lungo la riviera delle palme di San Benedetto del Tronto, ma assolutamente diversi l’uno dall’altro. Santacaterina è un delinquente prestato alla polizia, un’anima nera, tormentata, una canaglia di prima categoria. Mandrelli, al contrario, è il tipico uomo di Stato, ligio al dovere, tutto famiglia e tribunale. Il primo, seppur resti sempre uno sbirro, ha quel fascino noir che ci fa battere il cuore per lui; il secondo un po’ meno. D’altra parte le due storie non sarebbero neanche paragonabili: Santacaterina lo sbirro (edizioni Fila 37) è pura fiction, mentre Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse (Laterza) è una storia drammaticamente vera, un mix tra inchiesta giornalistica e saggio, avvincente come un romanzo ben riuscito.

Mario Di Vito – giornalista de “il manifesto” e anche collaboratore della redazione di Malamente – ricostruisce questa storia attraverso una pluralità di fonti: quelle classiche, come i giornali, le relazioni parlamentari e le testimonianze di chi c’era e ricorda qualcosa, chissà con quali deformazioni della memoria; ma anche fonti di altro tipo, inedite e uniche nel loro genere, che conferiscono al libro una spiccata originalità. I due Mario, Mandrelli e Di Vito, sono infatti nonno e nipote. Per questo la storia politica nazionale, riverberata nella provincia marchigiana, si intreccia in ultima istanza alle vicende familiari di un magistrato di sinistra con la fama di duro. Mario, il nipote, si è potuto avvalere della documentazione di lavoro del nonno – una «montagna di carte» ritrovate nella biblioteca di famiglia – unita alla storia orale ascoltata dalle voci dei parenti e al diario privato di nonna Loreta, che era solita annotare quotidianamente pensieri e fatti del giorno.

La storia ha per soggetto il sequestro e l’uccisione di Roberto Peci da parte delle Brigate Rosse. Alla metà degli anni Settanta, Roberto e il fratello Patrizio avevano partecipato alla fase embrionale di costituzione del movimento armato nelle Marche, ma mentre Patrizio era diventato un esponente di spicco dell’organizzazione terroristica, Roberto non aveva che preso parte a qualche azione di poco conto e aveva ben presto anticipato il “riflusso” di una generazione, mettendosi a fare lavoretti da antennista con una compagna e una figlia in arrivo.

Il 10 giugno 1981, a San Benedetto del Tronto, una squadra di quattro brigatisti sequestra in pieno giorno Roberto: lo terrà in custodia per cinquantacinque giorni e lo farà ritrovare cadavere in un casolare della campagna romana, crivellato da undici colpi. Uccidere Roberto serviva in realtà a punire Patrizio, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia ed era diventato il primo vero grande pentito della storia delle Brigate Rosse. Proprio mentre lo Stato progettava la “legge sui pentiti”, che avrebbe assicurato sconti di pena e benefici processuali in cambio di confessione e collaborazione, l’uccisione di Roberto serviva alle Brigate Rosse per lanciare un monito a tutti quelli che da allora in poi avessero accarezzato l’idea del pentimento. Una vendetta trasversale, in perfetto stile mafioso. Questo in estrema sintesi: le cose sono più articolate e complesse e le trovate ben illustrate in Colpirne uno.

brigate rosse roberto peci

Scimmiottando il peggiore spettacolo a immagine e somiglianza del nemico di classe, durante la detenzione in una “prigione del popolo” Roberto venne sottoposto a un “processo proletario” e strumentalmente accusato di essere lui stesso un infame. Lo sguardo basso sulle mani nervose, il sequestrato recita di malavoglia un copione preparato a tavolino, finché il suo carceriere e giudice proletario emana la sentenza: “condanna a morte” per “il traditore”. Il tutto videoregistrato e montato su sottofondo delle note dell’Internazionale: un documento che oggi, a compiere integralmente lo spettacolo, è visibile su Youtube.

Mario Di Vito segue giorno per giorno le fasi del processo che si apre cinque anni dopo, estate 1986, nell’aula bunker del carcere di Ancona. Lo fa attraverso gli occhi del nonno, il pubblico ministero incaricato dell’accusa, ma anche attraverso i patimenti di nonna Loreta e il suo ingenuo desiderio di tenersi fuori dalle grane lavorative del marito. Mandrelli esce vittorioso assestando un duro colpo all’organizzazione brigatista ormai incamminata sul viale del tramonto. Giovanni Senzani, il principale responsabile dell’affare Peci e mano assassina di Roberto, è condannato all’ergastolo; sarà definitivamente liberato nel febbraio 2010: non ha mai collaborato con l’autorità giudiziaria, non si è “pentito” della sua militanza brigatista per mercanteggiare benefici, ma si è dichiarato “rammaricato” per i danni e le vittime della stagione del terrorismo.

La storia di quella stagione è la storia del vicolo cieco in cui si è infilata una parte del movimento rivoluzionario che ha voluto farsi avanguardia armata e spingere lo scontro con lo Stato sul terreno esclusivamente militare. Un terreno segnato in partenza dalla sconfitta, che ha comportato l’abbandono della pratica rivoluzionaria di massa e del ventaglio di opzioni che questa poteva offrire, per chiudersi nelle cantine della clandestinità riducendo tutti gli altri a tifosi, fiancheggiatori o a spettatori passivi in attesa del telegiornale della sera.

Da qualche anno, via Arrigo Boito a San Benedetto del Tronto, dove fu compiuto il sequestro, è diventata Via Roberto Peci. Alla modifica toponomastica non sembra sia però corrisposta una parallela valorizzazione della memoria storica. Anzi, come nota l’autore che in conclusione offre uno spaccato di vita di una città che ben conosce, la storia di quegli anni, con le sue aspirazioni e le sue tragedie, è oggi oggetto di una rimozione sfrontata: «questa è la ricetta che la provincia riserva agli aspetti più dolorosi della propria storia».

Per fortuna, anche se ha conosciuto tempi migliori, non è ancora rimosso del tutto, nemmeno nella provincia dell’impero, il progetto rivoluzionario di autonomia ed emancipazione sociale, con i suoi valori da difendere, rinnovare e sperimentare, affinando le armi della critica radicale e lasciando al ricordo di un triste passato ideologie sclerotizzate e specialisti della guerriglia.

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