Dobbiamo continuare la ricerca scientifica?

Di Alexander Grothendieck, da Rivista Malamente, n. 15, set. 2019 (QUI IL PDF)

Alexander Grothendieck è riconosciuto come uno dei più grandi e brillanti matematici del Novecento. Nel pieno della sua carriera ha però aperto gli occhi sul mondo della ricerca scientifica, sulle sue implicazioni, sui legami con il mondo militare e si è interrogato su quale ruolo sociale avessero lui stesso e i suoi colleghi. Il loro lavoro migliorava la condizione umana o, piuttosto, serviva a sostenere il sistema di dominio esistente? Nel settembre 1970, a quarantadue anni, Grothendieckabbandona il suo posto presso l’Institut des hautes études scientifiques (IHES), all’epoca centro nevralgico per la matematica e la fisica teorica e, allo stesso tempo, fonda il gruppo ecologista radicale Survivre et Vivre.

Alexander Grothendieck, 1965 circa

NOTA BIOGRAFICA

Alexander Grothendieck nasce a Berlino nel 1928 da Alexander “Sascha” Schapiro, ebreo russo rivoluzionario espulso dal suo paese e Hanka Grothendieck. I genitori, che si erano conosciuti negli ambienti del movimento anarchico tedesco, nel 1936 vanno a sostenere la rivoluzione sociale e combattere la guerra civile spagnola per poi stabilirsi in Francia, dove li raggiunge Alexander rimasto nel frattempo affidato a una famiglia di Amburgo.

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Vecchi strumenti per nuove agricolture. Che farsene delle conoscenze contadine?

Da Rivista Malamente n. 17, mar. 2020 (QUI IL PDF)

Di Marc Badal

Marc Badal Pijoan (Barcelona, 1976) è un attivista e ricercatore nell’ambito della cultura rurale e della critica all’industrializzazione delle campagne; ha partecipato a diversi progetti e sperimentazioni agroecologiche e montane. Nello scritto che presentiamo descrive le ragioni ma anche le difficoltà in cui incorrono i tentativi di riprendere il testimone perduto dell’agricoltura tradizionale. Un’eredità che andrebbe recuperata e applicata, integrandola però a nuove conoscenze e sperimentazioni, strappando i saperi contadini, proprio nel momento della loro agonia, ai tentativi di fossilizzazione folcloristica e accademica. Non si tratta di “tornare indietro” a un’improbabile età dell’oro contadina, ma di sgomberare il campo da tecniche distruttive e guardare avanti, al di là di un’agricoltura industrializzata che, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, altro non è che il trasporto nei campi di mezzi, metodi e mentalità da guerra. Questo testo è stato pubblicato su “Resquicios: revista de crítica social” (n. 6, aprile 2009) e ha avuto una prima traduzione italiana a cura di ACRATI (Bologna); lo presentiamo in una versione rivista, di molto ridotta e priva di note.

Illustrazioni di Rob Barnes

Il miraggio dell’agricoltura industriale si è dissolto. La generazione che da giovane era stata trascinata dalla corrente modernizzatrice invecchia, sapendo che l’esca del produttivismo l’ha portata in una strada senza uscita. Il degrado delle basi ecologiche che sostengono le attività agricole ha superato in molti luoghi la soglia della reversibilità. L’esaurimento e l’inquinamento delle acque, la perdita di terreni fertili, la scomparsa della biodiversità, il consumo sfrenato di combustibile fossile e la produzione enorme di rifiuti sono processi ampiamente conosciuti.

Mentre continuano a non risolversi molti i limiti delle esperienze che, già negli anni Settanta, credevano di trovare nell’ambiente rurale il luogo adatto in cui proiettare le proprie fantasie rivoluzionarie, il corso accelerato degli eventi ci colloca in un nuovo scenario. Senza abbandonare la sua condizione di fonte energetica e di materia prima per l’industria, di deposito di rifiuti o di luogo di passaggio a disposizione delle necessità espansionistiche della macchia urbana, per l’immaginario collettivo di questa società tanto civica quanto sostenibile, il cosiddetto spazio rurale ha smesso di essere quel pernicioso incolto culturale impregnato di autoritarismo, tradizionalismo, conservatorismo e ignoranza. Al contrario, ora tutto ciò che suona tipico, rustico o naturale gode del potere seduttivo dell’esotismo avidamente rincorso e consumato da una cittadinanza appesantita da «innovazioni caotiche e straripanti» (O. Gross). Ma l’immagine idilliaca messa a disposizione dei visitatori della domenica e degli agrituristi ha poco a che vedere con la realtà di un mondo rurale pienamente integrato alla cultura e al ritmo della vita che ben conoscono ma ai quali tentano, invano, di girare le spalle nella loro breve fuga vacanziera.

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L’Atelier Paysan. Il low-tech per l’autonomia tecnologica contadina

Intervista di François Jarrige a Fabrice Clerc

da Rivista Malamente #27, dic. 2022 (QUI IL PDF)

Tra le numerose iniziative che fioriscono oggi attorno al low-tech (“tecnologia a bassa intensità”), la cooperativa Atelier Paysan rappresenta un’esperienza particolarmente ricca e interessante. Mentre l’agricoltura industriale ha bisogno di grandi macchinari tecnologici per sostenere il suo modello di sviluppo (fatto di monocolture, veleni e distruzione dell’ambiente), i progetti e le realizzazioni dell’Atelier Paysan uniscono una logica di mutuo appoggio alla riflessione critica sulle tecniche e sul lavoro contadino, nel quadro di un ambizioso progetto politico il cui fine ultimo è riportare l’agricoltura a una dimensione ecologica e umana. La tecnologia necessaria alla produzione di attrezzature e macchinari, efficienti ma low-tech, viene considerata un bene comune, alla portata del saper fare contadino e delle sue reti sociali, per sollevare chi lavora sulla terra dalle fatiche quotidiane senza però pregiudicarne l’autonomia. L’intervista di François Jarrige a Fabrice Clerc, cofondatore dell’Atelier Paysan (che però da qualche anno è uscito dal direttivo dell’Associazione), è stata pubblicata sulla rivista “La Pensée écologique” (n. 5, 2020): ne diamo qui una traduzione in versione ridotta. Tutti i progetti tecnici dell’Atelier Paysan sono disponibili sul sito www.latelierpaysan.org: vi invitiamo a farne buon uso!

Ci racconti le origini dell’Atelier Paysan e quali sono state le ragioni che vi hanno spinto a creare questa cooperativa di auto-costruzione di attrezzi agricoli?

Quando sono arrivato a Grenoble, nel 2007, ero un ingegnere agricolo e lavoravo nel supporto all’insediamento degli agricoltori per l’associazione ADABio, che si occupava di sviluppo dell’agricoltura biologica e delle relative tecniche. Dall’incontro con Joseph Templier, orticoltore, ha preso via il tutto. Joseph gestiva con altri associati una fattoria biologica esemplare, con un sistema di produzione molto efficace ed efficiente, ed è anche un formidabile tuttofare contadino, che grazie a sperimentazioni collettive alle quali ha partecipato è riuscito a disegnare e costruire numerosi attrezzi adattati alle sue esigenze.

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ORA: l’esperienza di una moneta sociale

Intervista di Luigi ad alcuni/e promotori/trici della rete di moneta sociale ORA, da Rivista Malamente n. 24 (mar. 2022).

(QUI IL PDF)

Esistono moltissime esperienze di monete sociali, alternative, complementari, locali… ognuna con le sue caratteristiche ma accomunate dal tentativo di uscire dalle logiche monetarie “ufficiali”, per costruire sistemi territoriali di scambio basati sul mutualismo e la solidarietà. Uno di questi progetti è avviato ormai da diversi anni in provincia di Pesaro e Urbino, sviluppato dalla rete di economia solidale che ruota attorno a Oltremercato, il mercato contadino autogestito nato da un’assemblea di produttori che condividono le pratiche e il manifesto di Genuino Clandestino. La moneta si chiama ORA ed è, in sostanza, un’unità di misura dello scambio, un intermediario tra domanda e offerta di beni e servizi che permette il “dare” e “avere” senza bisogno di far circolare euro. Qualcosa di ben più strutturato di un semplice baratto. Si tratta di un sistema che rimette in discussione il nostro rapporto con il denaro: le ORE non vengono accumulate nelle mani di qualcuno, anzi spingono tutti i membri a partecipare alla vita della comunità, con quello che sanno fare o produrre, incoraggiano gli scambi e le relazioni solidali. La vitalità del progetto si fonda su una comunità locale ispirata ai principi della fiducia, della reciprocità e della cooperazione, con il fine di promuovere l’autogestione e l’indipendenza dal sistema delle merci e con la visione, in prospettiva, di una radicale trasformazione sociale a partire da una concreta alternativa di vita al capitalismo.

Voi fate parte di una rete che già da qualche anno promuove una “moneta sociale”, chiamata ORA, come mezzo di scambio alternativo all’euro. Andando subito al pratico: come funziona questo meccanismo? Come si innesca quel circuito a più soggetti che supera i limiti del baratto (dare/avere) tra due persone?

UBA. Dal punto di vista pratico è in sostanza un baratto tra più persone, fatto in tempi diversi, facilitato da un programma gestionale che tiene conto degli scambi. Quando una persona si iscrive apre un conto che parte da zero e può iniziare subito a scambiare beni e servizi con tutti gli altri: ogni volta che vende qualcosa il suo conto sale di qualche ORA, ogni volta che acquista scende. La somma di tutti i conti è sempre zero. Un esempio per capirci meglio: io vado da Michelina a fare un lavoro di muratura e mi faccio pagare in moneta sociale – poniamo cinque ORE – quindi registro la transazione che accredita a me queste cinque ORE e le addebita a Michelina; domani con le mie ORE posso andare a fare la spesa alimentare al Gas Nomade[1], il mio conto scenderà e salirà quello del Gas Nomade, e così via.

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Jean Giono: la campagna, la pace, la rivoluzione

da Rivista Malamente n. 26 (set. 2022) QUI IL PDF

Nei nostri manuali di letteratura francese Jean Giono (1895-1970) è ricordato in poche pagine come il cantore dell’idillio contadino, il romanziere di una felicità bucolica immersa in gioia di vivere e assenza di conflitti. Il pensiero di Giono non è in realtà così ingenuo e infatti la sua opera è stata rivalutata dai critici più attenti che ne hanno colto la tensione di base nell’interrogativo sulla condizione umana: nei suoi scritti, la presunta armonia uomo-natura e l’esaltazione della frugalità servono, di riflesso, a condannare l’invivibilità della società contemporanea, urbana e capitalistica, perennemente votata al progresso industriale e alla ricerca del profitto. Approfondiamo la figura di questo romanziere con un suo profilo biografico e alcuni estratti dei suoi libri (non tutti disponibili in traduzione italiana).

Giono precursore della decrescita

Serge Latouche inserisce Giono nel suo pantheon dei precursori del pensiero della decrescita: «il rifiuto della società industriale da parte di Giono non era un semplice atto di reazione nei confronti di un mondo moderno in rapida trasformazione. Se Giono promuoveva ostinatamente l’ideale di una ruralità autonoma e autarchica non era soltanto per la nostalgia di un mondo che probabilmente non è mai esistito, ma perché era convinto che soltanto una ripresa di contatto dell’uomo con il suo ambiente naturale, grazie a un modo di vita al riparo dai misfatti dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, potesse consentire di resistere efficacemente al totalitarismo economico e sociale instaurato da una tecnica onnipotente».[1]

Per Giono i contadini, quando sanno sottrarsi agli imperativi della produzione per il mercato agricolo, diventano motore della rivoluzione anticapitalista, antindustriale e antistatale. È infatti nel mondo rurale che è ancora possibile ritrovare sobrietà, lentezza e convivialità da opporre a una società che nella sua perpetua rincorsa allo sviluppo finisce per produrre disastri ecologici su vasta scala e per rendere individui e comunità sempre più dipendenti da un’organizzazione socio-economica a loro esterna ed estranea. È la campagna che ridona tanto senso all’esistenza collettiva sul pianeta quanto la condizione urbana gliene sottrae, perché il ritmo della natura è proprio dell’uomo in quanto essere sensibile, mentre il ritmo industriale è una violenza che lo riduce a ingranaggio della macchina.

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Lo stato dei fiumi nelle Marche

Intervista di Luigi a Fabio Taffetani – da Rivista Malamente #27, dic. 2022

Qual è lo stato dei fiumi e dei bacini fluviali delle Marche? Quali interventi si sono rivelati inutili se non dannosi, compromettendo biodiversità e funzionalità dei corsi d’acqua, e quali invece andrebbero incoraggiati? Come mantenere una visione d’insieme, che superi la presunta “messa in sicurezza” di singoli tratti fluviali per prendersi cura in maniera integrata del territorio? Abbiamo discusso di questi temi con Fabio Taffetani, professore ordinario di Botanica presso l’Università Politecnica delle Marche (Ancona), esperto di questioni ambientali riguardanti in particolare il territorio marchigiano.

In estrema sintesi, quali sono le caratteristiche di un ambiente fluviale?

Nei fiumi, indipendentemente dalla loro importanza e portata, possiamo distinguere un tratto montano, che comprende la sorgente, lungo il quale le acque scorrono rapide e prevalentemente su un letto incassato su roccia spinte da una pendenza significativa, ben differenziato da un tratto intermedio, spesso il più importante ed esteso, dove le acque scorrono più lentamente assumendo un andamento meandriforme, rimaneggiando a ogni piena il proprio letto, formato dai detriti continuamente sedimentati o erosi nel corso dei secoli. Infine si arriva alla foce, al contatto con il mare, dove le acque lentamente si immettono e si mescolano con quelle del mare, dando spesso origine ad aree umide. Ambienti umidi che sono assai rari nel caso della costa marchigiana, e quindi estremamente importanti per gli spostamenti degli uccelli migratori. I fiumi marchigiani, così come la gran parte dei fiumi dalla Romagna fino al Molise, procedono paralleli tra l’Appennino e la costa adriatica, con l’eccezione del Nera che si versa sul Tirreno. Come tutti i fiumi, anche quelli marchigiani presentano un’elevata biodiversità e costituiscono attualmente una delle poche vie di collegamento della REM (Rete ecologica marchigiana), un corridoio ecologico divenuto pressoché unico e indispensabile per la vita di tutte le specie, sia vegetali che animali in un paesaggio collinare ormai completamente desertificato dall’agricoltura industriale e dalle diverse forme di urbanizzazione.

Andando subito ad analizzare i fattori che hanno reso la recente alluvione così devastante, al di là del fiume come corso d’acqua strettamente inteso c’è da considerare tutto il bacino circostante, cioè quel territorio dove si raccolgono e scorrono le acque piovane. Le colline marchigiane sono in gran parte terreni coltivati: quanto incide l’attuale modello di agricoltura industriale sulla gestione del suolo, sulla sua stabilità e sulla capacità di assorbire le precipitazioni?

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Un normale disastro di provincia

Di Vittorio

Fin dalla notte di giovedì 15 settembre in molti avevamo percepito la gravità della situazione. Insieme ai compagni e alle compagne delle Brigate volontarie per l’emergenza (BVE) che vivono a Senigallia avevamo discusso molte volte dell’eventualità di una nuova alluvione e di cosa fare per rispondere ad essa, ma a causa della scarsa preparazione tecnica e della mancanza di una relazione con il sistema comunale di Protezione civile poco abbiamo potuto fare se non allertare amici e vicini e tirare fuori gli stivali di gomma.

Nella notte il fiume Misa è esondato a più riprese. Alla mattina lo scenario era peggiore di quello dell’alluvione del 2014. La città era allagata in più punti, dal centro alle periferie. I paesi a monte vicini al fiume erano pesantemente colpiti, Arcevia e Barbara avevano molti ponti inagibili e grandi frane. I morti davvero troppi.

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C’era una volta il miele

Di Tommaso, Apicoltura Corbecco

Come preannunciato, gli effetti della crisi climatica che la nostra epoca ha generato sono sempre più espliciti e invasivi. Gli anelli più delicati dell’ecosistema sono ovviamente i contesti in cui gli effetti risultano più visibili.

Dal punto di vista molto specifico del nostro mestiere osserviamo ormai da più di dieci anni un peggioramento della salute e della vitalità delle api. Ma è negli ultimi quattro o cinque che il fenomeno è ancora più evidente.

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Bernard Charbonneau e il “sentimento della natura” come forza rivoluzionaria

[QUI IL PDF]

Non è di una domenica in campagna che abbiamo bisogno, ma di una vita meno artificiale“.

Il nome di Bernard Charbonneau (1910-1996) è frequentemente associato a quello del più noto Jacques Ellul: entrambi sono considerati precursori dell’ecologia politica e del pensiero della decrescita. Originari di Bordeaux, amici, quasi coetanei, hanno condiviso per oltre mezzo secolo molte inquietudini, fatta eccezione per la fede religiosa: protestante Ellul, agnostico Charbonneau. Ellul, che riconosceva di dover a Charbonneau molte sue ispirazioni – “Charbonneau mi ha insegnato  a pensare e mi ha insegnato ad essere un uomo libero” – lo presentava come “il primo a superare la critica del macchinismo e dell’industria per accedere a una visione globale della tecnica come potere strutturale della società moderna”[1]. Charbonneau è infatti tra i primi a interrogarsi sulle profonde trasformazioni introdotte dal progresso tecnico, su come l’aumento della produzione materiale si accompagni al venir meno della libertà individuale. Ne desume la necessità di arrestare la crescita economica, che ormai diventata fine a se stessa non è compatibile con la salute dell’uomo e della terra.

Disegno di Valérie Paquereau 2018

Negli anni Trenta è per alcune stagioni vicino agli ambienti di Esprit e di Ordre nouveau (che non ha niente a che vedere con l’omonimo movimento di estrema destra del dopoguerra) e partecipa alla corrente di pensiero detta del “personalismo”, che intendeva rompere con le ideologie dominanti del secolo cercando una via alternativa tanto al capitalismo liberale quanto al comunismo. Se ne distacca quando capisce di non riuscire a far accogliere in pieno la sua analisi critica della società tecnoscientifica e l’urgenza di suscitare un’azione collettiva per riorientare la società contro il culto della tecnica, della produzione, dello Stato.

Dopo essere stato marginalizzato e misconosciuto nel dopoguerra dominato anche a sinistra dalla fascinazione per il progresso e l’espansione economica, Charbonneau ha esercitato una discreta influenza nel post-Sessantotto, con l’emergere delle lotte ecologiste. Lotte che non ha solo teorizzato ma alle quali ha partecipato in prima persona, in particolare all’interno del Comitato di difesa della costa aquitana. Nella seconda parte della sua vita si ritira con la famiglia in un paesino nei pressi di Pau, ai piedi dei Pirenei, continuando a insegnare storia e geografia nei licei della provincia sud-ovest: la sua eredità sta venendo oggi sempre più riscoperta, pur restando ancora quasi del tutto sconosciuta in Italia.

In difesa della costa aquitana, Guethary, settembre 1975

Il merito principale di Charbonneau è aver sottoposto a una critica complessiva la moderna società industriale – cioè l’organizzazione sociale fondata sul lavoro coatto e sulla produzione di merci – denunciando il mito del progresso in quanto illusorio e distruttivo. Quella che lui chiama la Grande Mue è la grande mutazione che stiamo vivendo, un concetto più ampio di quello di “rivoluzione industriale”: l’epoca in cui la tecnoscienza ha rimodellato il pianeta a sua immagine e somiglianza e, con esso, ha ridisegnato radicalmente l’essere umano, il suo stare al mondo e la sua mentalità. Si tratta di una mutazione epocale, paragonabile per la sua portata soltanto alla trasformazione prodotta dall’introduzione delle tecniche agricole nel neolitico, che non riguarda solo l’economia o qualche singolo aspetto della società, ma l’intera condizione umana.

A tutto questo Charbonneau oppone un progetto rivoluzionario a partire dalla vita quotidiana, alla cui base siano le comunità che abitano i territori, che riconducono la produzione nelle proprie mani, che capovolgono le pratiche e l’immaginario coltivando rapporti umani contrari a quelli della società tecnoindustriale. Questa rivoluzione deve passare anche, e soprattutto, attraverso un nuovo rapporto con la natura, intendendo con questo termine ciò che sfugge ai tentacoli del sistema industriale, che ne resta ai margini e si sottrae alle sue costrizioni. Alla natura è strettamente legata la libertà, un concetto che deve scendere dall’ideale filosofico per farsi materia quotidiana: “la libertà è essere libero… non essere definito come tale”[2], ma essere liberi non è possibile se non scardinando il sistema tecnico che toglie responsabilità e potere decisionale al soggetto umano. La natura rappresenta quindi uno spazio di libertà per l’individuo e di autonomia per le comunità: “una manifestazione di anarchismo concreto”.

Nella società industriale la natura è ovunque sottomessa, ma allo stesso tempo viene anche ricostruita artificialmente a uso e consumo di un’umanità che ha completamente smarrito ogni profondo legame con essa. L’ambiente naturale diventa quindi sia un serbatoio di materie prime per le esigenze dell’industria, sia la meta dei fine settimana per un tempo che è chiamato “libero” solo in funzione di quello occupato dalla produzione. Alla fine, tutti possono oggi dichiararsi “amanti della natura”, intendendo il più delle volte un suo surrogato, ovvero il parco naturale, il percorso turistico di montagna, lo spazio verde urbano o il documentario del National Geographic.

Henriette e Bernard. Maison du Boucau, Saint-Pé-de-Léren, 1990 circa

Charbonneau di fronte a tutto questo, ponendo già negli anni Trenta le basi di una nuova ecologia politica, afferma che il “sentimento della natura” – espressione ripresa dal geografo anarchico Élisée Reclus – non è solo un capriccio letterario, ma una “forza rivoluzionaria”. Le sentiment de la nature, force révolutionnaire è il titolo di un suo lungo articolo del 1937. Tanto più la società incatena l’uomo con i suoi imperativi di produzione e consumo, tanto più il “sentimento della natura” è una reazione a queste costrizioni: una viva ricerca di libertà. In questo senso non manca in Charbonneau anche un recupero della dimensione spirituale dell’essere umano e del suo stare su questa Terra, che equilibri la dimensione materiale dell’esistenza. L’emozione che suscita il contatto diretto con la natura – e anche quell’alleanza con la natura che sta alla base dell’abitare e vivere un territorio – è un grande stimolo alla volontà di cambiare il mondo per edificare una società ecologista e libertaria.

Qui di seguito proponiamo la traduzione di alcuni estratti presi da varie opere di Charbonneau.

Il sentimento della natura, forza rivoluzionaria, 1937

Per tutti coloro che hanno ancora un genuino desiderio di vivere, che non vegetano nello stomaco del mostro sociale, non c’è che una soluzione: attendere la fine del lavoro. Vivere per mesi una vita rallentata. Per l’adulto, il termine “vacanze” finisce per essere significativo come lo è per uno studente recluso in un collegio, proprio perché la società attuale è chiusa come un collegio. Per molti giovani, al di là delle ipocrisie filosofiche, il viaggio in montagna o al mare rappresenta il solo momento di vita possibile. Invano cercano di persuaderci che il tempo libero è divertimento; piuttosto, è il lavoro artificiale imposto dall’attuale società che merita di essere trattato con ironia. Il nostro tempo libero è un affare secondario? In realtà è il solo momento in cui possiamo vivere senza secondi fini, con la camicia sbottonata, giocando, conoscendo e assaporando la gioia di placare la nostra fame e la nostra sete.

Per i giovani di oggi, il sentimento della natura non è la vaga emozione di fronte a uno spettacolo, è una sete che nasce dal desiderio di vivere, un sentimento tragico, antagonista alla vita quotidiana che conduciamo; se resta inespresso è solo perché alberga nel più profondo di noi stessi. Ma è ora il momento in cui questo conflitto ha raggiunto una tale violenza che preme per mostrarsi alla nostra coscienza. È strano che la montagna sia per alcuni l’unica salvezza, è strano che non possiamo vivere davvero se non quando, zaino in spalla, guadagniamo l’ingresso di una valle; perché non possiamo vivere se non fuggendo il nostro lavoro, la nostra famiglia, la nostra patria? Fuggiamo senza voltarci indietro: la montagna, in altri tempi terra di rifugio per i popoli vinti, è oggi l’asilo di coloro che non trovano pace se non quando la sua ombra cala sui giorni feroci delle città. Scappiamo anche da noi stessi, ma dal momento che il nostro io non è che un io sociale, stiamo scappando dalla nostra società civilizzata.

Charbonneau ed Ellul – Archivio B. Charbonneau

Finché ci saranno governi ben organizzati, i ministri della polizia faranno bene a diffidare dei giovani che escono da soli per percorrere sentieri isolati: sono certamente spiriti malvagi, molto più di certi senatori comunisti. “Ma sono così carini, hanno idee generose e vaghe, non fanno politica” – senza dubbio, ma è sempre possibile che a lungo termine uno spirito malvagio finisca per prendere coscienza delle sue esigenze. I governi diffidino di questi giovani entusiasti, posseduti dallo spirito di giustizia, dal sentimento di miseria comune; diffidino anche dell’amore autentico per la natura perché se un giorno, abbattendo brutalmente le sottili costruzioni della politica, un movimento si opporrà alla più raffinata delle civiltà, questo sentimento sarà la sua forza essenziale.

Possiamo dire che fino alla metà del XIX secolo, non avendo l’umanità vissuto troppo lontano dalla natura, il sentimento della natura non ha mai avuto grande considerazione nella vita sociale. Questo sentimento si è sviluppato nella misura in cui un paese o una classe hanno visto la loro vita trasformata dalla civiltà industriale, manifestandosi con più forza tra le classi ricche e in quei paesi dove hanno maggiormente inciso le conseguenze del progresso tecnico: Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Francia. In questi paesi la classe “naturista” è stata per prima la borghesia poi, nell’ordine, gli impiegati e gli operai; ai Touring club borghesi hanno risposto più tardi i Naturfreunde (gli Amici della natura) socialisti. […] Il sentimento della natura ha inizialmente penetrato la classe borghese, con manifestazioni che possono riassumersi in una parola: turismo. […] La borghesia non sfugge al suo destino, che è di vivere in maniera sempre più artificiale anche quando cerca di ritornare alla natura. […] Il sentimento della natura, per come si esprime comunemente nella borghesia, ha subìto una doppia deviazione: materialista e idealista. Il borghese torna alla natura per riposarsi o per vedere un bello spettacolo: la natura è per lui un giardino pubblico in mezzo a terreni occupati da fabbriche e campi. La considera una parentesi che non ha nulla a che vedere con la sua vita di tutti i giorni: amicizie delle vacanze, entusiasmi delle vacanze, amori delle vacanze; per due mesi il borghese s’illude di amare, di affezionarsi, poi, a settembre, come dice M. Martin “chiude le valigie e ritorna agli affari seri”.

Le jardin de Babylone, 1969

La seconda rivoluzione industriale, quella degli idrocarburi e della chimica, si sta imponendo nelle campagne europee. La macchina va troppo veloce per il pensiero: il suo utilizzo precede sempre la coscienza dei suoi effetti. La motosega non lascia più il tempo di riflettere come l’ascia. Se si può abbattere una quercia in qualche minuto, ci vuole comunque un secolo per farla crescere. Il trattore non è più appannaggio dei grandi proprietari terrieri, i prodotti chimici diminuiscono il lavoro del contadino, ma visto che bisogna pagarli, alla fine ci si ritrova comunque a lavorare. La piccola impresa agricola non è più redditizia. Il progresso tecnico significa concentrazione, la meccanizzazione genera grandi aziende. Il ruscello irriga terreni saturi di chimica e basta qualche pompa per prosciugarlo. Cos’è diventata la vita segreta delle valli? Il lavoro diventa veramente lavoro, cioè lavoro di fabbrica. Tra non molto i contadini reclameranno il loro diritto di passare le vacanze in campagna.

Lettera di Jaime Semprun per la riedizione di Jardin de Babylone, 2001 – Archivio B. Charbonneau

La rivoluzione agricola ha raso al suolo la campagna francese, lasciando solo una distesa, polverosa o fangosa, dove il trattore, a perdita d’occhio, traccia la sua linea. Indifferente ai rilievi, al passato, va. Se il trattore ti consente di lavorare tre volte più velocemente, devi lavorare tre volte di più per pagarlo.

Tutta la vita umana è espressione della natura, nulla di essenziale può essere aggiunto ad essa: nel migliore dei casi, l’artificio può semplicemente camuffare un vuoto. Il cielo è blu sulla nostra testa e l’acqua chiara scorre tra le nostre dita; il nostro cuore batte e i nostri occhi sono aperti. Cos’altro potremmo chiedere? Tutto quel che c’è di più bello e più forte, dal più semplice al più sublime, non l’ha inventato nessuno: le nuove invenzioni, nel migliore dei casi, sono solo nuovi pretesti per vecchie gioie. Bevi in ​​una giornata assetata e mangia al momento della fame, tuffati nell’onda e prendi un pesce, scherza con l’amico o bacia gli occhi dell’amica. Tutto ciò che possiamo acquisire è solo un’aggiunta, l’essenziale ci è stato dato il ​​giorno della nostra nascita.

Gli uomini si sono radunati nelle città per sfuggire alle forze della natura. E ci sono riusciti fin troppo bene; l’abitante della città moderna tende a essere completamente inglobato in un ambiente artificiale. Non solo per via della folla, ma perché tutto ciò che lo circonda è fabbricato dall’uomo, per l’utilità umana. In mezzo alle case, gli uomini hanno riportato la terra e costruito uno scenario; gli avventori dei giardini pubblici sono troppo numerosi: guardare ma non toccare. Il costo delle megalopoli aumenta ancora di più delle loro dimensioni. Bisogna far arrivare più energia, più acqua. Bisogna assicurare il trasporto dei cittadini, sbarazzarsi dei cadaveri e di altri scarti. Riciclando l’acqua delle fogne, la città è ridotta a bere la propria urina. Propongo di stimare in franchi il metro quadrato o il metro cubo d’aria pura, come i kilowatt. Il XIX secolo aveva le sue galere industriali, il nostro ha l’inferno quotidiano dei trasporti. La megalopoli non può essere salvata che dal sacrificio, ogni giorno più spinto, delle sue libertà.

Se il paesaggio rurale è il risultato di un matrimonio tra terra e uomo, la città moderna è una costruzione in cui le ragioni umane – a volte impazzite – hanno vinto.

Selezione dall’archivio B. Charbonneau, 2019

Se non affrontiamo gli effetti sulla natura e sull’uomo della civilizzazione industriale e urbana dobbiamo considerare probabile la fine della natura con, per qualche tempo, una confortevole sopravvivenza nella spazzatura: solida, liquida o sonora. E se qualche incidente sconvolgerà la grande macchina, non saranno più solamente i pesci a marcire all’aria aperta, ma gli uomini fisicamente e soprattutto spiritualmente asfissiati.

La natura resta l’indispensabile superfluo della società industriale. I mass media diffondono quotidianamente il mito del Mare, della Montagna o della Neve. Il turista non è che un voyeur, il suo viaggio si riduce al monumento o al sito classificato d’interesse. Ovunque l’artificio cerca di restituirci la natura. Isolato dalla natura nella sua auto, il turista guarda con occhio sempre più indifferente il piatto documentario che passa dietro al finestrino. Ammirare i ghiacciai attraverso le finestre di un palazzo non impedisce di lamentarsi se il riscaldamento è troppo basso. Un turista non vive, viaggia; appena mette piede a terra, il clacson del pullman lo richiama all’ordine; il turismo e la vita autentica si mescolano tra loro come l’olio fa con l’acqua. Con la società capitalistica il turismo è diventato un’industria pesante. Le agenzie turistiche fabbricano in serie prodotti standard, il cui valore è quotato in borsa. Non ci sarà più natura in Francia, ma autostrade che condurranno da fabbrica a fabbrica – chimica o turistica.

Notre table rase, 1971

Non dobbiamo difendere la natura in sé, ma la natura abitata, il diritto alla campagna che implica dei duri compiti. I naturalisti furono i primi a scoprire l’ecologia. Ma se ci atteniamo alla difesa di biotopi e specie, trascuriamo l’essenziale del problema, che è umano, e rimaniamo soddisfatti di riforme ad hoc. Alla fine la natura sarà salvata da qualche riserva – naturale perché protetta dalla polizia – dove solo l’ambientalista certificato potrà entrare e anzi non vedrà di cattivo occhio i terreni militari chiusi al pubblico. Per lui, più un territorio è inabitabile, più è interessante: è per questo che difende le zone inospitali più delle campagne. Come il protettore dei siti d’interesse, il naturalista vede solo il suo lavoro e per salvare la natura è pronto a privarne l’uomo. Eppure è il primo a sapere che l’uomo non vive dello spettacolo della natura e che rifiutargli l’acqua e il pesce è ucciderlo.

Non credo che eviteremo lo scontro con la società attuale, anche se sarebbe bello se scomparisse senza lotte. La rivoluzione verde (o ecologica, se preferite: non mi interessa la parola, è la cosa che conta per me) mette in discussione, molto più del socialismo, i principi e gli interessi della società borghese in cui viviamo. Ci saranno da combattere niente meno che Dio e il portafoglio: la Chiesa e il supermercato. Eviteremo la violenza, la guerra? Chi ama la campagna ha di meglio da fare che giocare al piccolo soldato, ma temo che i rapporti tra il movimento ecologista e la nostra società rimarranno pacifici solo nella misura in cui il movimento resterà confinato nel recinto in cui è stato parcheggiato. Non vedo come potrà evitare atti di sabotaggio punibili dalla legge, che in questo caso si applicherà con più rigore rispetto a quando si tratta di inquinamento dei fiumi. È probabilmente quando vedremo versare il suo sangue che sapremo che la rivoluzione del 2000 è nata.

Le Système et le chaos. Critique du développement exponentiel, 1973

L’azione della tecnica è automatica, precede la riflessione. Il suo ritmo troppo veloce eccede la previsione; quando crediamo di coglierne gli effetti, è già oltre. […] L’uomo dunque non è più il fine di questa evoluzione che lo supera, ma soltanto la sua provvisoria giustificazione; la macchina non è più il mezzo di cui una società si serve, ma la potenza che la modella: i cambiamenti tecnici determinano trasformazioni economiche che provocano a loro volta trasformazioni sociali: nel nostro mondo ossessionato dall’efficacia, queste seguono e non precedono. La tecnica allora fa la storia, perché domina le forze naturali e le forze spirituali si rifiutano di controllarla. Le nostre rivoluzioni non modificano più le condizioni sociali e non riescono a stare al passo di quelle generate dalle tecniche. La macchina a vapore ha fatto di più per cambiare la società che non i principi del 1789, se la libertà non si è stabilita sulla terra, la fabbrica sì.

Le Système et le chaos, 1973

La società industriale vede bene il deficit delle società sottosviluppate o del passato, ma ignora il suo; anche perché giudica alla luce dei propri criteri. Per percepire i costi naturali e umani, bisogna aver scelto la natura e l’uomo.

La ragion d’essere e il difetto di ogni apparato è di sostituirsi all’uomo fisico o spirituale. Ogni meccanizzazione si paga con una perdita di coscienza; alcuni ne approfitteranno per porla altrove, ma non è questo che succede di solito. Guidare bene un’auto vuol dire non pensarci più e agire automaticamente, la riflessione è troppo lenta per il ritmo della macchina. Così il suo automatismo conquista l’uomo che talvolta trova la pace in questa incoscienza; se certi operai soffrono alla catena di montaggio, molti ci stanno bene, nella gradevole consapevolezza del loro vuoto interiore. Forse il progresso dell’organizzazione risponde al segreto desiderio dell’uomo: fabbricare l’automa che un giorno si incaricherà di pensare e vivere al suo posto.

Chronique de l’an deux mille, 1974

Si è visto che la crescita esponenziale mentre risolveva problemi ne poneva di nuovi; aveva costi di ogni genere: economici, ecologici, sociali. Si è scoperto che ogni azione è ambigua; la produzione può essere anche chiamata distruzione della materia prima: la produzione di legno rade il bosco. La stessa cosa si può dire in due modi. La civiltà dell’igiene è allo stesso tempo una civiltà della spazzatura. […] Se non ci si interroga più sui costi delle proprie azioni, allora le conseguenze saranno per lo più negative: potremmo allungare all’infinito questo catalogo di produzioni distruttive di una società che si rifiuta di mettere in discussione le conseguenze dell’economia. Non dobbiamo dimenticare che si tratta di una crescita esponenziale: la curva irresistibilmente decolla e si raddrizza, e tende verticalmente, cioè all’assoluto. Ma lo spazio-tempo della Terra è finito… Più andiamo, più pagheremo caro vantaggi che s’assottigliano. All’inizio i benefici della crescita sono evidenti: con pochi milioni abbiamo potuto guadagnare mesi sulla traversata atlantica, ma per guadagnare tre ore abbiamo investito miliardi. Così come le centrali atomiche, costeranno care. E non sarà solo in dollari, ma in un’organizzazione raffinata, in una disciplina implacabile: in libertà.

Le totalitarisme industriel, 2019

Le Feu vert, autocritique du mouvement écologiste, 1980

Un bel giorno, il governo sarà costretto a praticare l’ecologia. Senza farci illusioni possiamo pensare che, a meno di una catastrofe, il cambiamento ecologico non sarà dovuto a un’opposizione minoritaria e sprovvista di mezzi, ma alla borghesia dominante, il giorno in cui non potrà fare diversamente. Saranno i vari responsabili della rovina della terra che organizzeranno il salvataggio di quel poco che rimane e che, dopo l’abbondanza, gestiranno la penuria e la sopravvivenza. Poiché queste persone non hanno pregiudizi, credono tanto nello sviluppo quanto nell’ecologia: in realtà credono solo nel potere, facendo ciò che è inevitabile.

L’amante della natura è perfettamente integrabile nel sistema industriale come gestore delle riserve naturali o dei parchi nazionali, che fungono da alibi per le necessità industriali, immobiliari, fondiarie e turistiche, nella proporzione di un’allodola per un cavallo. In questi spazi-reliquia, amministrativamente congelati, il naturalista può soddisfare la sua passione per la natura intatta come l’etnologo quella per le società tribali chiuse in altre riserve e musei. Ma tra la natura provvisoriamente riservata e la cultura del cemento e dell’asfalto, quello di cui gli individui saranno privati è la campagna in cui l’agricoltore vive e preserva la terra per tutti. Non essendo né bestia né angelo, né orso né ecologista incaricato di studiarlo e ospitato come tale nel parco nazionale, posso solo rifiutare una società che mi proibisce di vivere la mia patria: la terra.

La chiave del problema non è nella natura o nell’uomo, ma nel loro rapporto, soprattutto in uno spazio profondamente umanizzato come l’Europa delle città e delle campagne. L’ecologismo ha un solo modo per risolvere la contraddizione tra natura e uomo: eliminare quest’ultimo. […] L’amante della natura ha una sola soluzione da offrire all’uomo: la riserva naturale estesa su tutto il pianeta. E, per finire, la partenza per Saturno o il suicidio dell’ultimo elemento perturbatore: il direttore di questo museo. […] Ma la coscienza attiva della natura è una questione di morale o, piuttosto, di etica: è un risveglio dello spirito. La protezione della natura affonda più nella libertà che nella materia.

Producendo un superfluo che può essere aumentato indefinitamente, l’industria del tempo libero è uno dei motori dello sviluppo e, poiché la natura è il suo oggetto principale, è la causa numero uno della sua devastazione. Solo la guerra può sprecare ancora più energia e spazio. Questo svago standardizzato e concentrato, perché organizzato, non ha motivo di essere se non per i profitti degli operatori turistici. La sua giustificazione è di fornire a tutti ciò che in realtà distrugge: natura e libertà.

Henriette e Bernard

Bibliografia su Bernard Charbonneau

Bernard Charbonneau: une vie entière à dénoncer la grande imposture, sous la direction de Jacques Prades, Ramonville, Érès, 1997.

Daniel Cérézuelle, Écologie et liberté: Bernard Charbonneau, précurseur de l’écologie politique, Parigi, Parangon, 2006.

Bernard Charbonneau: habiter la Terre. Actes du colloque du 2-4 mai 2011, Université de Pau et des pays de l’Adour, 2012.

Daniel Cérézuelle, Bernard Charbonneau, in 20 penseurs vraiment critiques, coordonné par Cédric Biagini, Guillaume Carnino et Patrick Marcolini, Montreuil, L’Échappée, 2013.

Bernard Charbonneau, Jacques Ellul, Nous sommes des révolutionnaires malgré nous: textes pionniers de l’écologie politique, Pargi, Seuil, 2014.

Bernard Charbonneau & Jacques Ellul: deux libertaires gascons unis par une pensée commune, présentation et choix d’extraits par Jean Bernard-Maugiron, [Bordeaux], Les Amis de Bartleby, 2017.

Daniel Cérézuelle, Bernard Charbonneau ou La critique du développement exponentiel, Lione, Le Passager clandestin, 2018.

https://lagrandemue.wordpress.com (sito dedicato al pensiero di B. Charbonneau).


[1] Le due citazioni: Patrick Chastenet, Entretiens avec Jacques Ellul, Parigi, La Table Ronde, 1994; Jacques Ellul, Une introduction à la pensée de Bernard Charbonneau, in “Ouvertures. Cahiers du Sud-Ouest”, n. 7, 1985, p. 41.

[2] B. Charbonneau, L’État, (1949); nuova edizione: Parigi, R&N, 2020.

Salviamo il pianeta! Smantelliamo il digitale!

Intervista a Matthieu Amiech, d Rivista Malamente n. 18, giu. 2020 (QUI IL PDF)

Matthieu Amiech, editore e saggista francese del gruppo Marcuse (Movimento autonomo di riflessione critica a uso dei sopravvissuti dell’economia), ha di recente pubblicato una nuova edizione di La Liberté dans le coma (La Lenteur, 2019), un libro che affronta di petto l’informatizzazione di ogni ambito della società in quanto problema non solo individuale ma collettivo e politico. Una questione che, se era attuale già qualche anno o mese fa, oggi troviamo assolutamente amplificata dall’epidemia di coronavirus, che sembra aver fatto della comunicazione digitale l’ancora di salvezza della nostra vita sociale. Il libro descrive come ha preso forma un mondo in cui la maggior parte delle nostre azioni quotidiane passano, sempre più “necessariamente”, attraverso le tecnologie informatiche e digitali e sono dunque automaticamente registrate. Una schedatura continuativa e di massa, nuova forma di “servitù volontaria”, possibile grazie a un consumo sfrenato di energia e risorse. Vengono inoltre approfondite le conseguenze disastrose che il modo di vita perennemente connesso ha sulla nostra autonomia, sulle nostre libertà, sulle nostre capacità di opporci alle grandi organizzazioni dalle quali dipende ormai la nostra vita materiale. Abbiamo tradotto e fuso insieme due recenti interviste ad Amiech: “Il nostro libero arbitrio è risucchiato da internet”, intervista raccolta da Kévin Boucaud-Victoire, in “Marianne”, 19 agosto 2019 e “Il digitale è al centro della catastrofe ecologica”, intervista raccolta da Gaspard d’Allens e Hervé Kempf, in “Reporterre”, 26 novembre 2019. La terza intervista, “L’isolamento in casa amplifica la digitalizzazione del mondo”, sempre raccolta da Gaspard d’Allens per “Reporterre”, è uscita il 30 marzo 2020 e affronta il rapporto tra digitale e isolamento sociale per come si è venuto a configurare nella presente fase di emergenza sanitaria.

“Reporterre”. A che punto siamo arrivati, oggi, sul fronte della digitalizzazione della vita?

Siamo andati lontano, ancora più lontano di quando abbiamo iniziato a scrivere la prima edizione del nostro manifesto contro l’informatizzazione del mondo, La Liberté dans le coma (La Lenteur, 2013). La società è oggi informatizzata da cima a fondo. Quello che è stato sottratto, non sono più solamente i mezzi di sussistenza, ma il mondo stesso, l’accesso al mondo. Nelle grandi città c’è come un fenomeno esistenziale: una cosa non esiste se non la fotografo nel momento in cui la vedo. Non ha importanza se non la registro, la catturo e la condivido sulle reti sociali. Si consulta il proprio smartphone in maniera compulsiva, da appena svegli, qualunque momento di pausa si riempie guardando il flusso delle notizie, dei messaggi o dei giochi…

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