Brigate Rosse, una storia di famiglia

Recensione di: Mario Di Vito, Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse, Laterza, 2022

Di Luigi [QUI IL PDF]

copertina libro mario di vito colpirne uno

Dopo la saga del commissario Santacaterina – che speriamo non sia ancora conclusa –, il procuratore della Repubblica Mario Mandrelli è il protagonista del nuovo libro di Mario Di Vito. Due personaggi che combattono il crimine dallo stesso lato della barricata, lungo la riviera delle palme di San Benedetto del Tronto, ma assolutamente diversi l’uno dall’altro. Santacaterina è un delinquente prestato alla polizia, un’anima nera, tormentata, una canaglia di prima categoria. Mandrelli, al contrario, è il tipico uomo di Stato, ligio al dovere, tutto famiglia e tribunale. Il primo, seppur resti sempre uno sbirro, ha quel fascino noir che ci fa battere il cuore per lui; il secondo un po’ meno. D’altra parte le due storie non sarebbero neanche paragonabili: Santacaterina lo sbirro (edizioni Fila 37) è pura fiction, mentre Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse (Laterza) è una storia drammaticamente vera, un mix tra inchiesta giornalistica e saggio, avvincente come un romanzo ben riuscito.

Mario Di Vito – giornalista de “il manifesto” e anche collaboratore della redazione di Malamente – ricostruisce questa storia attraverso una pluralità di fonti: quelle classiche, come i giornali, le relazioni parlamentari e le testimonianze di chi c’era e ricorda qualcosa, chissà con quali deformazioni della memoria; ma anche fonti di altro tipo, inedite e uniche nel loro genere, che conferiscono al libro una spiccata originalità. I due Mario, Mandrelli e Di Vito, sono infatti nonno e nipote. Per questo la storia politica nazionale, riverberata nella provincia marchigiana, si intreccia in ultima istanza alle vicende familiari di un magistrato di sinistra con la fama di duro. Mario, il nipote, si è potuto avvalere della documentazione di lavoro del nonno – una «montagna di carte» ritrovate nella biblioteca di famiglia – unita alla storia orale ascoltata dalle voci dei parenti e al diario privato di nonna Loreta, che era solita annotare quotidianamente pensieri e fatti del giorno.

La storia ha per soggetto il sequestro e l’uccisione di Roberto Peci da parte delle Brigate Rosse. Alla metà degli anni Settanta, Roberto e il fratello Patrizio avevano partecipato alla fase embrionale di costituzione del movimento armato nelle Marche, ma mentre Patrizio era diventato un esponente di spicco dell’organizzazione terroristica, Roberto non aveva che preso parte a qualche azione di poco conto e aveva ben presto anticipato il “riflusso” di una generazione, mettendosi a fare lavoretti da antennista con una compagna e una figlia in arrivo.

Il 10 giugno 1981, a San Benedetto del Tronto, una squadra di quattro brigatisti sequestra in pieno giorno Roberto: lo terrà in custodia per cinquantacinque giorni e lo farà ritrovare cadavere in un casolare della campagna romana, crivellato da undici colpi. Uccidere Roberto serviva in realtà a punire Patrizio, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia ed era diventato il primo vero grande pentito della storia delle Brigate Rosse. Proprio mentre lo Stato progettava la “legge sui pentiti”, che avrebbe assicurato sconti di pena e benefici processuali in cambio di confessione e collaborazione, l’uccisione di Roberto serviva alle Brigate Rosse per lanciare un monito a tutti quelli che da allora in poi avessero accarezzato l’idea del pentimento. Una vendetta trasversale, in perfetto stile mafioso. Questo in estrema sintesi: le cose sono più articolate e complesse e le trovate ben illustrate in Colpirne uno.

brigate rosse roberto peci

Scimmiottando il peggiore spettacolo a immagine e somiglianza del nemico di classe, durante la detenzione in una “prigione del popolo” Roberto venne sottoposto a un “processo proletario” e strumentalmente accusato di essere lui stesso un infame. Lo sguardo basso sulle mani nervose, il sequestrato recita di malavoglia un copione preparato a tavolino, finché il suo carceriere e giudice proletario emana la sentenza: “condanna a morte” per “il traditore”. Il tutto videoregistrato e montato su sottofondo delle note dell’Internazionale: un documento che oggi, a compiere integralmente lo spettacolo, è visibile su Youtube.

Mario Di Vito segue giorno per giorno le fasi del processo che si apre cinque anni dopo, estate 1986, nell’aula bunker del carcere di Ancona. Lo fa attraverso gli occhi del nonno, il pubblico ministero incaricato dell’accusa, ma anche attraverso i patimenti di nonna Loreta e il suo ingenuo desiderio di tenersi fuori dalle grane lavorative del marito. Mandrelli esce vittorioso assestando un duro colpo all’organizzazione brigatista ormai incamminata sul viale del tramonto. Giovanni Senzani, il principale responsabile dell’affare Peci e mano assassina di Roberto, è condannato all’ergastolo; sarà definitivamente liberato nel febbraio 2010: non ha mai collaborato con l’autorità giudiziaria, non si è “pentito” della sua militanza brigatista per mercanteggiare benefici, ma si è dichiarato “rammaricato” per i danni e le vittime della stagione del terrorismo.

La storia di quella stagione è la storia del vicolo cieco in cui si è infilata una parte del movimento rivoluzionario che ha voluto farsi avanguardia armata e spingere lo scontro con lo Stato sul terreno esclusivamente militare. Un terreno segnato in partenza dalla sconfitta, che ha comportato l’abbandono della pratica rivoluzionaria di massa e del ventaglio di opzioni che questa poteva offrire, per chiudersi nelle cantine della clandestinità riducendo tutti gli altri a tifosi, fiancheggiatori o a spettatori passivi in attesa del telegiornale della sera.

Da qualche anno, via Arrigo Boito a San Benedetto del Tronto, dove fu compiuto il sequestro, è diventata Via Roberto Peci. Alla modifica toponomastica non sembra sia però corrisposta una parallela valorizzazione della memoria storica. Anzi, come nota l’autore che in conclusione offre uno spaccato di vita di una città che ben conosce, la storia di quegli anni, con le sue aspirazioni e le sue tragedie, è oggi oggetto di una rimozione sfrontata: «questa è la ricetta che la provincia riserva agli aspetti più dolorosi della propria storia».

Per fortuna, anche se ha conosciuto tempi migliori, non è ancora rimosso del tutto, nemmeno nella provincia dell’impero, il progetto rivoluzionario di autonomia ed emancipazione sociale, con i suoi valori da difendere, rinnovare e sperimentare, affinando le armi della critica radicale e lasciando al ricordo di un triste passato ideologie sclerotizzate e specialisti della guerriglia.

Letture per resistere – 2 (#19)

Recensione di: David Bernardini, Nazionalbolscevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa, Milano, Shake, 2020, pp. 176, 14 euro.

Di Archivio Antifascista

Il rosso e il bruno. Erano questi i colori dominanti del primo nazismo (contrazione lessicale di nazionalsocialismo): il rosso della bandiera con la svastica, ideata da Hitler per evocare il socialismo, e il bruno delle uniformi delle S.A. (Sturmabteilung), la prima organizzazione armata paramilitare del partito nazista. Le Squadre d’assalto, fondate e comandate da Ernst Röhm, furono infatti note anche come “camicie brune” o “armata bruna”, ma vennero pure soprannominate sezioni “bistecca”, ossia brune fuori e rosse dentro, non solo perché vi aderirono in maggioranza lavoratori industriali e agricoli [circa il 62%][1] – tra i quali numerosi ex comunisti o ex socialdemocratici – ma in quanto attraversate da una concezione marcatamente anti-borghese del nazionalsocialismo.

Oltre che tra gli squadristi della S.A., era infatti convinzione diffusa nella “sinistra” del nazionalsocialismo che fosse necessaria una “seconda rivoluzione” che portasse alla liquidazione dei privilegi dei ceti borghesi, dei banchieri e della dinastia imperiale, entrando in conflitto con Hitler per la sua politica subalterna al capitalismo industriale, tanto da essere accusato di tradimento.

Su posizioni ulteriormente estremiste, fin dagli inizi del movimento nazionalsocialista, era stata forte la tendenza definita come “nazionalboscevica” che faceva proprio il modello sovietico del socialismo da caserma, giungendo a una visione strategica in cui l’asse imperiale euro-asiatico – con Terzo Reich e Urss alleate – avrebbe conteso il dominio continentale alle nazioni liberaldemocratiche dell’Occidente.

Tale prospettiva, negli anni Trenta, in Germania poteva vantare diversi precedenti storici, risalenti a von Clausewitz, e anche riferimenti filosofici, tra i quali Jünger; ma l’aspetto più significativo è che nel cruciale primo dopoguerra tedesco il suggestivo incontro tra l’ideologia nazionalista e quella del “socialismo in un solo paese” portò al costituirsi di formazioni e correnti politiche ad esso ispirate, sia in campo nazionalista che in settori social-comunisti.

Tra i principali protagonisti di queste diverse esperienze troviamo i nomi dei comunisti Laufenberg e Wolffheim, dei socialisti Niekisch, Winnig e Paetel, dei nazionalsocialisti fratelli Strasser. Questi ultimi, dopo essere stati promotori e dirigenti del movimento nazionalsocialista nella Germania settentrionale, con forte seguito anche in contesti operai, entrarono in aperto conflitto con Hitler, sia per l’intransigente opposizione alla dinastia imperiale che per la loro concezione di “estrema sinistra” del partito[2].

Infatti, durante la Notte dei Lunghi coltelli – 30 giugno 1934 – Hitler ordinò alle S.S. e alla Gestapo di eliminare fisicamente i vertici delle S.A., a partire dall’ex camerata della prima ora Röhm, assieme a esponenti nazionalbolscevichi come Gregor Strasser, oltre a militari dissidenti e alcuni esponenti della destra conservatrice; ma appare evidente che i principali obiettivi del massacro furono le turbolente S.A. e la “sinistra” strasseriana, nonché una loro possibile convergenza per liquidare e sostituire Hitler[3]. La reazione nazista non risparmierà neppure i presunti fiancheggiatori di Röhm e Strasser negli ambienti artistici, bollati come «bolscevichi della cultura»[4]

Le relazioni intessute tra la Repubblica di Weimar e l’Urss continuarono anche dopo l’avvento del nazismo. Alcuni documenti del ministero degli Esteri tedesco, resi pubblici a Londra negli anni Cinquanta, provano che già nel 1933 vi erano state trattative segrete tra esponenti del governo di Mosca e quello di Berlino. Come è noto questo intenso lavoro diplomatico avrebbe portato a diverse intese russo-tedesche (agosto 1939: accordo commerciale; 23 agosto: patto Ribbentrop-Molotov di non-aggressione; settembre 1939: trattato di amicizia; febbraio 1940: nuovo accordo economico[5]) e, prima della sconfitta totale, alcuni gerarchi e settori nazisti avrebbero inseguito in extremis una pace separata con l’Unione Sovietica. Si trattò comunque di decisioni, dettate da convenienze economiche e dai rispettivi tatticismi, che non rispecchiavano assonanze sul piano ideologico o strategico, in quanto il nazionalbolscevismo era stato da tempo debellato, anche se la fazione “di sinistra” del complotto militare antihitleriano del 20 luglio 1943 – l’Operazione Valchiria orchestrata da von Stauffenberg – sarebbe stata favorevole a un armistizio con Mosca[6].

Questa sintetica premessa può essere utile per presentare il lavoro di ricerca storica da tempo svolto da David Bernardini che ha portato alla recente pubblicazione del libro Nazionalbolscevismo. Piccola storia del rossobrunismo in Europa (Shake edizioni, Milano 2020).

Infatti, se a partire dai primi anni Novanta sono riemerse aree politiche e culturali richiamantesi all’esperienza storica del nazionalbolscevismo, d’altro canto il rosso-bruno è divenuto, paradossalmente, un’indistinta categoria post-ideologica che allude variamente alla presunta fine della contrapposizione tra destra e sinistra, con possibili sintesi o convergenze tra gli orizzonti del fascismo e del comunismo, ma anche al risibile superamento della critica della divisione in classi della società, a favore della riesumazione dell’identità – nazionalista o nazionalitaria – collegata al concetto, ambiguo, di comunità popolare[7].

John Heartfield, “Mimikry”, 1934. “Quando tutti i tentativi di trasmettere idee nazionalsocialiste alla classe operaia fallirono, Goebbels ebbe un’ultima disperata idea: persuase il Führer a indossare una barba di Karl Marx quando in futuro si sarebbe rivolto ai lavoratori”.

Le sinergie nazionalbolsceviche o nazionalcomuniste perseguono infatti una prospettiva rivoluzionaria, confidando che «si manifesterà la superiorità dell’appartenenza nazionale su quella di classe» mentre, nella futura «patria socialista», non sarà abolita la proprietà privata ma integrata in una sorta di capitalismo di Stato.

Per questo il comunismo di riferimento è la sua degenerazione staliniana, tra piani quinquennali e guerre patriottiche, non certo quello dell’internazionalismo delle classi sfruttate. D’altronde, l’ordine sociale a cui aspira non si discosta significativamente dalla dittatura nazista, condividendone la concezione totalitaria dello Stato, razzismo e sessismo inclusi.

Paradossalmente, negli ultimi decenni, queste teorie hanno visto una loro sconcertante rinascita soprattutto nella Russia post-sovietica, vedendo sorgere un’area politica ultranazionalista, comprendente organizzazioni diverse, in cui si mescolano sinistramente fascismo, stalinismo e nostalgie zariste, concretizzando quella fusione «di destra e sinistra contro le élite» teorizzata da Aleksandr Dughin.

Negli anni Sessanta e Settanta, oltre che in Francia con i movimenti promossi o legati al belga Jean Thiriart[8], l’Italia è stato il secondo paese europeo dove si formarono raggruppamenti e teorici variamente influenzati dalla corrente nazionalbolscevica, richiamandosi altresì al cosiddetto fascismo di sinistra, ossia alle dissidenze interne al regime mussoliniano che rivendicavano l’originario Programma dei Fasci del 1919 e alla corrente “socializzatrice” della Repubblica di Salò.

Dopo l’esperienza di Giovane Europa (filiazione italiana di Jeune Europe di Thiriart) fu, in particolare, l’Organizzazione Lotta di Popolo a tentare di accreditarsi come terza posizione, rivoluzionaria, secondo la nota formula di dannunziana memoria «aldilà della destra e della sinistra», sino a giungere a mettere sullo stesso piano antifascismo e anticomunismo, quali ideologie funzionali al «sistema». Lotta di Popolo, pur senza mai giungere alle posizioni nazionalbolsceviche, esprimeva una forte contrapposizione al capitalismo – a partire da quello statunitense – non nascondendo simpatie per la rivoluzione cinese, nella convinzione «che il comunismo ha trionfato solo quando si è identificato con la causa nazionale, proprio come ha fatto Stalin»[9].

Se queste erano le pur eterodosse coordinate teoriche di Lotta di Popolo, la sua effettiva attività risultò assai meno univoca, con evidenti risvolti di provocazione nei confronti del movimento studentesco e della sinistra extraparlamentare, mentre è accertata la collusione di alcuni suoi dirigenti e militanti con gli apparati statali durante la stagione dello stragismo, nonché i suoi collegamenti con gruppi dichiaratamente nazi-fascisti, a loro volta impegnati a compiere azioni dimostrative, danneggiamenti e attentati con falsa matrice anarchica o maoista[10].

Tali aspetti meriterebbero peraltro uno specifico approfondimento, non tanto per la – tutto sommato – breve stagione di Lotta di Popolo (1969 – ’73), ma per aver essa fornito i «quadri metapolitici» a successive formazioni armate dell’estrema destra (Anno Zero, Terza Posizione, Costruiamo l’azione…) che ne raccolsero il testimone, nonché per l’influenza nei percorsi avviati tra gli anni Ottanta e Novanta con la rielaborazione e la penetrazione culturale di elementi teorici di quell’area politica in ambiti sociali senza più un’identità di riferimento a sinistra.

L’epoca del post-ideologico ha inoltre aperto larghi spazi all’ideologia dell’obliquo, con accenti apparentemente antisistemici che in Italia attraversano partiti istituzionali come la Lega e il Movimento 5 Stelle e, fuori dal parlamento, gruppi sovranisti di destra e di sinistra che si rispecchiano nella retorica del complotto, ordito da oscure entità mondialiste ai danni dei popoli.

Nei confronti di questo sottofondo trasversale, nella polemica politica ritorna impropriamente il riferimento superficiale al rosso-brunismo, accreditando presunti intellettuali anticonformisti che, per aver rotto «il tabù dell’impurità» (come rivendicato da Costanzo Preve, passato dal marxismo al comunitarismo “moderno”), sono comodamente invitati nei salotti televisivi per screditare la “sinistra radical chic”[11].

Da parte sua, la controinformazione antifascista sovente ha intravisto l’ombra del nazionalbolscevismo pure in gruppi fascisti tricolorati, con appena qualche velleità di ribellismo, o nelle parole d’ordine demagogiche della “destra sociale”, senza invece avvedersi di quanto certe tematiche e posizioni abbiano da tempo travalicato i tradizionali territori del pensiero di destra, dopo decenni in cui l’equiparazione morale tra chi combatteva a fianco dei nazisti e chi era nella resistenza è stata favorita anche dalla sinistra democratica nel perseguire una pacificazione nazionale senza memoria.

Persino settori della sinistra antagonista mostrano talvolta scarsa consapevolezza nell’adottare slogan e analisi provenienti dal campo avverso e scelte di campo, nel segno dell’antiamericanismo, a fianco di cattive compagnie che, indirettamente, ricalcano il copione del superamento rosso-bruno dell’antitesi tra nazione e classe[12].

In realtà, come ben chiarisce storicamente David Bernardini, il nazionalbolscevismo tedesco fu un fenomeno tutt’altro che banale e i suoi protagonisti pagarono con l’annientamento la loro opposizione alla strategia geopolitica imposta al partito nazista da Hitler, affiancato da gerarchi come Himmler e Goebbels con rinnegati trascorsi “strasseriani”.

Nonostante che tale tendenza, interna al nazionalsocialismo, sia uscita sconfitta e il fatto che in Italia l’area politico-editoriale che si ispira con qualche coerenza al nazionalcomunismo o al comunitarismo risulti minoritaria nel panorama del radicalismo di destra, è molto interessante tornare a Weimar per comprendere come, in tempi di crisi e senza utopie, i nemici dell’emancipazione sociale giocano la carta del nazionalismo come alternativa rivoluzionaria al dominio del capitale e quindi, come conclude Bernardini, «la sfida è allora rifiutare la trappola identitaria».


[1] Il dato è riportato in Peppino Ortoleva e Marco Revelli, La società contemporanea, Milano, B. Mondadori, 1986.

[2] Gregor Strasser, croce di ferro durante la Prima guerra mondiale, poteva vantare di avere la tessera n. 9 del partito nazista; già Gauleiter di Monaco di Baviera e Bayreuth, nonché deputato al Reichstag, per un certo tempo fu l’unico a poter contendere la leadership a Hitler. Il fratello Otto, su posizioni anticapitaliste ancora più avanzate, dopo aver rotto con Hitler nel 1930 avrebbe fondato il Fronte Nero. Cfr Max Gallo, La notte dei lunghi coltelli. 30 giugno 1934, Milano, Mondadori, 1999.

[3] Per tale sorte i nazionalbolscevichi sono stati definiti da Armin Mohler come i «trotzkisti» del nazionalsocialismo; ma, come il trotzkismo rimane storicamente una tendenza del movimento comunista internazionale, nonostante la liquidazione dei suoi dirigenti a opera di Stalin, così è innegabile che il nazionalbolscevismo appartiene alla storia del movimento nazista. Cfr. Marco Rossi, I fantasmi di Weimar. Origini e maschere della destra rivoluzionaria, Milano, Zero in Condotta, 2001.

[4] Cfr. Lionel Richard, Nazismo e cultura, Milano, Garzanti, 1982, pp. 122-125. In particolare, già nel luglio 1933, i pittori Otto Andreas Schreiber e Hans Weidemann – certo non marxisti – erano stati accusati da Alfred Rosenberg di «bolscevismo culturale» e il pittore Karl Hofer aveva pubblicamente replicato che tali epiteti non avevano senso in quanto nel campo dell’arte il bolscevismo portava avanti una politica identica a quella dei nazisti, perdendo così il suo posto d’insegnante di Belle Arti e ricevendo il divieto di dipingere.

[5] Cfr. Arturo Peregalli, Il patto Hitler-Stalin e la spartizione della Polonia, Roma, Erre emme, 1989.

[6] Cfr. Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o Dell’ostinazione, Torino, Einaudi, 2008.

[7] Sull’argomento si rimanda a Pietro Stara, La comunità escludente. La nuova destra tra piccole patrie e Europa nazione, Milano, Zero in condotta, 2007 (disponibile gratuitamente: https://www.zeroincondotta.org/testi/ps_lacomunitaescludente.pdf).

[8] Jean Thiriart (1922-1992), già volontario nella divisione Wallonien delle Waffen-SS, dopo essere stato condannato per collaborazionismo durante l’occupazione nazista e aver fondato nel 1963 Jeune Europe, nel 1969 avrebbe abbandonato la militanza attiva sino al 1982, quando prese parte alla fondazione del Partito nazional-comunitarista, divenendone il teorico di riferimento sull’immutato filo rosso-bruno per cui «La nazione è l’involucro e il socialismo il suo contenuto».

[9] Tale fascinazione per Stalin non fu peraltro ricambiata in Unione Sovietica dove i due principali esponenti nazionalbolscevichi russi, Pëtr Savichij e Nikolaj Ustrjalov, furono rispettivamente condannati a dieci anni di gulag (1945) e alla fucilazione (1937). Cfr. Sergej Kulešov, Vittorio Strada, Il fascismo russo, Venezia, Marsilio, 1998.

[10] Si veda, ad esempio, il capitolo Nazisti in maschera in Luciano Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969, Milano, Eelèuthera, 1997.

[11] Dopo aver soppiantato Massimo Fini, fondatore del Movimento Zero, Diego Fusaro rappresenta senz’altro il caso più avanspettacolare. Adepto del filosofo post-marxista Costanzo Preve, ha da tempo precisato che «il mio pensiero non è marxista (con buona pace del coro di chi continua a darmi del marxista)… mi limito a dire che l’obiettivo è per me la ridialettizzazione dell’odierno capitalismo assoluto: e per fare ciò, occorre tornare agli Stati nazionali, al conflitto di classe, al welfare state e alla progettazione operativa di futuri alternativi, sottratti alla presa fatale della globalizzazione e dell’eurocrazia dilagante. Non sono marxista, né voglio esserlo». Sulla base di tale impostazione, in sintonia con Casapound e il Partito comunista di Marco Rizzo, propone un fronte comune contro il «neocolonialismo immigrazionista» e si è fatto promotore della fondazione di Vox Italia, «movimento politico che unisce valori di destra e idee di sinistra» (da notizie disponibili nel web).

[12] Emblematico il caso del Donbass dove, nelle milizie filorusse, si trovano assieme volontari o mercenari di opposto orientamento – dai veterocomunisti ai neonazisti – pagati in dollari dall’autoproclamata Repubblica popolare per combattere le bande ultranazionaliste ucraine, appoggiate dagli Usa, dove militano altri gruppi nazifascisti. La simpatia dell’estrema destra per il Donbass peraltro non deve meravigliare dato che nella Costituzione della Repubblica popolare di Donetsk si vietano l’omosessualità e l’aborto, viene imposta la religione cristiano-ortodossa come religione di Stato e si esaltano i valori tradizionali del «Mondo Russo». Su tale realtà, oltre ai numerosi articoli di stampa in merito all’inchiesta giudiziaria aperta a Genova nell’estate 2018 che vede coinvolto anche il Partito comunitarista europeo, si rimanda ai numerosi interventi di Saverio Ferrari (Osservatorio democratiche sulle destre) presenti in rete.

Letture per resistere – 1 (#19)

Recensione di: Luc Boltanski e Arnaud Esquerre, Arricchimento, traduzione di Andre de Ritis, il Mulino, 2019, pp. 592, 38 euro (prima ed. Gallimard, Paris, 2017)

Di A. Soto

Un libro di difficile lettura, ma importante, da studiare e a mio avviso discutere, perché se è vero, come è vero, che l’accumulazione capitalista continua e si intensifica, essa si basa su nuovi dispositivi economici e su forme di valorizzazione della merce che hanno assunto dall’ultimo quarto del ventesimo secolo un’importanza inedita. Per valorizzazione della merce gli autori intendono la trasformazione in capitale: la descrivono con acume, unendo, contro ogni ortodossia disciplinare, le scienze sociali, sulla scia degli insegnamenti di due grandi, Fernand Braudel e Giovanni Arrighi.

Partiamo da questo assunto: non siamo in una società post-industriale e lo si capisce dal fatto che non abbiamo mai avuto così tanto oggetti industriali. Ma questi non sono più prodotti in Occidente. L’Europa è un continente segnato dalla deindustrializzazione che ha preso forma nei dieci anni successivi al Maggio ’68 e che ha rappresentato sia una risposta alla crisi che ha colpito il capitalismo a partire dalla fine degli anni Sessanta (con un calo del tasso di rendimento del capitale superiore al 40% tra il 1965 e il 1973), sia il tentativo, riuscito, di sbarazzarsi di una classe operaia particolarmente combattiva.

Alla delocalizzazione industriale si sono affiancati nuovi modi di creare valore, dipendenti gli uni dagli altri, che non implicano più la produzione di beni, ma coinvolgono settori come l’arte, la cultura, il territorio, l’enogastronomia, il turismo.

In Europa, ma qui l’attenzione degli autori è in particolare rivolta alla Francia e in secondo luogo all’Italia – veri e propri “giacimenti culturali” – si è passati da un’economia incentrata sulla produzione industriale a un’economia dell’arricchimento, termine con cui sono definite le operazioni, o i processi, che accrescono il valore della merce e ne aumentano il prezzo.

La merce non è oggi solo una forma standard, com’è stata per lo più nella società industriale a partire dal XIX secolo: agli oggetti “in serie” si sono affiancati oggetti particolari, unici, diversi, di lusso, o per lo meno così narrati e quindi valorizzati. Un oggetto di valore è tale in quanto differente dagli altri (è speciale, differente, raro o di pregio), magari inserito in una collezione (di vini, orologi, occhiali, coltelli, gioielli, ecc.), o semplicemente “di tendenza”, in quanto legato a un marchio “storico”.

Fernand Braudel analizzava come l’estrazione di plusvalore si ottenesse non tanto e non solo dal lavoro, secondo l’insegnamento di Marx, ma dallo spostamento delle merci (plusvalore di mercato)[1]. Boltanski ed Esquerre allargano il concetto di spostamento dall’ambito geografico a quello di status: un oggetto acquisisce valore quando passa dall’essere un oggetto standard all’essere un oggetto speciale, parte di una collezione o “di tendenza”. Un esempio: l’orologio x prodotto in serie ha un determinato valore, e quindi un prezzo; ma se fa parte di una collezione, o se è stato posseduto da qualche personaggio importante, se è in qualche modo differente – ha un prezzo maggiore. Questa forma di creazione di ricchezza non produce nuovi oggetti, ma utilizza oggetti già esistenti, fino a poco prima trattati come rifiuti, ignorati o abbandonati nelle cantine e ora messi a valore da un capitalismo integrale, che agisce in maniera flessibile.

L’economia dell’arricchimento ha contribuito ad aumentare i redditi da patrimonio rispetto a quelli da lavoro, col risultato che il capitalismo non dipende più da una massa di lavoratori potenzialmente inclini all’insubordinazione: per gli autori questo è uno dei cambiamenti più significativi vissuti dalla borghesia negli ultimi trent’anni. È così aumentato considerevolmente il numero assoluto dei ricchi e dei super ricchi, oltre che le diseguaglianze a livello mondiale: ne è un indice il consumo, che negli ultimi venti anni si è diviso tra un consumo di massa di prodotti standard e un consumo di prodotti diversi e speciali (artigianali, biologici, garantiti, tradizionali, vintage), destinati a soddisfare gli interessi dei più ricchi.

Chi si arricchisce con l’economia dell’arricchimento? Una classe patrimoniale, composta da grandi ricchi, ma anche da una nuova classe media di rentiers e di eredi.

Chi è invece lo sfruttato da tale economia? I lavoratori precari e stagionali, un proletariato, a differenza di quello industriale, disperso e transitorio e pressoché privo di organizzazioni.

E i quadri? Sono i creativi, giovani, scolarizzati, commercianti di se stessi, anch’essi dispersi spazialmente e temporalmente, con un tempo di lavoro che coincide spesso col tempo di vita, e soprattutto autosfruttati. Oltre che incapaci di individuare la controparte della quale non di rado condividono gli stessi “valori”.

Ecco che l’economia dell’arricchimento arricchisce non solo gli oggetti, ammantandoli di una narrazione per venderli a un prezzo elevato, massimizzando il profitto, ma anche i più ricchi; senza che, d’altra parte, coloro che non si arricchiscono, o che addirittura si impoveriscono, e che potrebbero a giusto titolo dirsi sfruttati, dispongano di strumenti per mettere in evidenza e criticare la propria condizione.


[1] “La merce per spostarsi da un luogo all’altro deve aumentare di prezzo nel corso del viaggio”, Fernand Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), v. 2: I giochi dello scambio, Torino, Einaudi, 1981, p. 154.

[Recensione]. La teppa all’assalto del cielo (#7)

«Che effetto ti fa la vita che facciamo?»
E lei con estrema semplicità:
«L’effetto di vedere una sponda
cui bisogna pervenire a tutti i costi».
Dialogo tra un federato e Louise Michel

La teppa all'assalto del cielo
La teppa all’assalto del cielo

 

LA TEPPA ALL’ASSALTO DEL CIELO: I 72 GIORNI DELLA COMUNE DI PARIGI, 18 MARZO-28 MAG­GIO 1871: SULLA RIVOLUZIONE PROLETARIA IERI E OGGI. Nuova ed. aggiornata a cura di Emi­liano Cazorzi, Salvatore Corasaniti, Giorgio Ferrari, Roma, [S.n.], 2017.

Il potere si nutre del dissenso che riesce a recuperare, quello con cui può dialogare, scendere a patti, coinvolgere, se necessario, nella gestione di aspetti marginali della cosa pubblica, ma quando la critica oltrepassa il segno, quando la protesta diventa collera e le pacifiche sfilate in strada sono impedite da barricate e colonne di fumo, allora non c’è che una risposta da parte di chi detiene il potere: il pugno di ferro. Come dice il sag­gio Pier Ferdinando Casini: “in una società libera e democratica gli indignati si ascoltano, i delinquenti si mettono in galera”.

La repressione però, anche spietata, non ba­sta all’opera di pacificazione sociale se non si accompagna a un’abile propaganda tesa a demonizzare il nemico interno per ricompattare la “società civi­le”. Allora il nemico pubblico di­venta “teppa”, “canaglia” dedita a una violenza insensata, fatta di delinquenti se non di terroristi, additati all’odio sia dei più beceri conserva­tori sia di quella meravigliosa moltitudine di gente per bene, progressista e democra­tica, che chiede cambiamenti, chiede un mondo migliore, chiede, chiede, chiede senza mai stancarsi di aspettare.

Di quella teppa e del suo assalto al cielo parlava un libro uscito nel 1978 che con un’impostazione molto originale, e ric­chissimo di illustrazioni, metteva a con­fronto il presente politico del Settanta­sette con l’archetipo della sollevazione proletaria, ovvero la Comune di Parigi del 1871. E lo faceva non solo raccontando la cronaca dei 72 giorni di gloria del pro­letariato parigino, ma anche mettendosi per un attimo dall’altra parte del­la barricata, facendo cioè parlare i giornali borghesi e democratici, dimostrando come a cento anni di distanza il linguaggio della loro comunicazione si fosse evoluto per poter continuare a dire sostanzialmente le stesse cose.

Oggi quel libro è stato ristampato in una nuova edizione autoprodotta attraver­so iniziative collettive di finanziamento. Non si tratta di una ristampa, sebbene abbia mantenuto l’impostazione e il pro­getto grafico originali, ma di un’edizione aggiornata a cura di Emiliano Cazorzi, Salvatore Corasaniti e Giorgio Ferrari, che alle tappe del 1871 e del 1977 hanno ag­giunto quella del 2010-2011. Il riferimen­to è alle giornate di guerriglia che hanno scosso la tranquillità delle strade romane il 14 dicembre 2010 e il 15 ottobre 2011, descritte attraverso i travasi di bile, a tratti godibilissimi nella loro intransigente reto­rica, della stampa mainstream.

Alla “congrega dei socialisti” del 1871, e ai “gruppuscoli estremisti” del 1977, si affiancano così i “black bloc” del 2010- 2011. Il parallelo storico tra epoche, contesti e sollevazioni così differenti può sembrare irriverente, e forse almeno un po’ lo è davvero ma, senza forzature, l’o­pera riesce nella perfetta messa a fuoco di quel vizio, vecchio come l’essere umano, di infangare e delegittimare gli antago­nisti e le antagoniste. Teppa, infatti, non sono solo uomini, ma anche donne che l’opinione pubblica non si aspetterebbe di trovare in strada. Come ben raccontano queste parole: “Un corrispondente del «Ti­mes», parlando delle donne della Comune, commenta: «Se tutta la Francia fosse com­posta di queste donne, che terribile nazione sarebbe». Le troviamo dappertutto: a scuo­la, negli ospedali, nei circoli politici, sulle barricate. Vivere libere col fucile, o morire combattendo, è il loro motto.”

Per quelle donne, come per queste di og­gi che “«non ci si aspettava» di vedere in piazza a lanciare i sampietrini”, non c’è posto nelle “storie della buonanotte” che dovrebbero ispirare le bambine “ribelli”… e forse possiamo capire il perché.

Per questo il nostro consiglio è: leggete e raccontatene, alla teppa di oggi e di do­mani, e sostenete l’opera, realizzata senza case editrici e crowdfunding milionari, richiedendo una copia a: rossovivo@auti­stici.org.

Per informazioni su iniziative e presenta­zioni: rossovivo.noblogs.org.

[Recensione]. La donna più pericolosa d’America (#0)

La donna più pericolosa d’America
Di Francesca

Recensione: La donna più pericolosa d’America: il femminismo anarchico nella vita e nel pensiero di Emma Goldman, Pamela Galassi, Ragusa, La Fiaccola, 2014.

Pamela galassi, La donna più pericolosa d'America. La Fiaccola
Pamela galassi, La donna più pericolosa d’America. La Fiaccola

 

Emma Goldman, militante e pensatrice anarchica di origini russe, vissuta tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del XX, affrontò nel corso della sua esistenza tematiche legate alla questione femminile e all’emancipazione della donna. Pamela Galassi, nel suo saggio La donna più pericolosa d’America, ne tratteggia abilmente la figura e il pensiero, ripercorrendo gli episodi maggiormente salienti della sua vita e i cardini del suo pensiero.

Dopo una breve introduzione di Luigi Balsamini, nella quale sono evidenziati la precocità del pensiero goldmaniano e l’inscindibile legame tra l’essere donna e l’essere anarchica che caratterizzò l’elaborazione dell’attivista russa, Galassi apre il suo scritto con una parte biografica. Di famiglia ebraica e con un’infanzia caratterizzata dalla presenza di un padre fortemente autoritario, Emma decide a soli 17 anni di emigrare negli Stati Uniti. Dopo un primo e fallimentare matrimonio con un altro immigrato, come lei di origini russe, si avvicina alla politica seguendo le vicende di coloro che passeranno alla storia come i martiri di Chicago, e l’autrice riporta con efficacia la testimonianza di questa presa di coscienza: “Il colossale crimine dello Stato dell’Illinois, il sangue di cui la stampa era assetata […] l’intero affare brutale fece di me una coscienziosa Anarchica”.

In questo momento, possiamo dire, inizia il viaggio di Emma Goldman attraverso la storia, viaggio che la portò alla fondazione di una rivista («Mother Earth»), alla partecipazione attiva alla lotta anarchica e operaia, a tenere comizi sia nelle pubbliche piazze (fino al punto di essere espulsa dagli Stati Uniti d’America) che come delegata a congressi internazionali, ad essere testimone della Guerra civile spagnola e ad allacciare contatti con il collettivo Mujeres Libres. Soprattutto però, cardine del suo pensiero politico, fu la questione femminile, il problema della condizione di inferiorità nella quale si trovavano a vivere le donne del suo tempo. Spaziando dalla questione matrimoniale a quella dell’educazione, da quella della prostituzione a quella della dipendenza economica, si concentrò prevalentemente su quelle che riteneva essere le cause principali di questa inferiorità.

Emma Goldman, Union Square NY, 1916
Emma Goldman, Union Square NY, 1916

 

Dopo un esaustivo capitolo sulla storia del femminismo, sulle sue pioniere e sul suo legame con il movimento anarchico (che sulla questione della donna rivelerà, soprattutto fino alla prima metà del XX secolo, un’arretratezza di fatto ben diversa dalle idee teorizzate), e dopo un importante approfondimento sull’anarcofemminismo spagnolo degli anni ’30, la Galassi passa poi ad introdurre i temi più cari al pensiero di Emma Goldman. Vediamo così sviscerato il problema della prostituzione, che secondo l’anarchica russa era il risultato quasi inevitabile della situazione di sfruttamento e povertà imposti alla donna dalla società capitalistica; prostituzione che vedeva anche nel matrimonio, secondo lei nulla più che un contratto economico che rendeva la donna sottomessa, in tutti gli aspetti della propria vita, alla volontà del marito. L’amore (che in quanto tale può essere solamente libero) è cosa ben diversa dal matrimonio, e nulla ha a che fare con questa istituzione, alla cui imposizione hanno collaborato per secoli sia lo Stato che la Chiesa. Altro tema importante era poi quello della maternità, non adatta a tutte le donne e non da tutte desiderata; maternità che secondo la pensatrice russa non doveva più rappresentare il fine stesso dell’essere donna, ma una scelta consapevole, fonte per questo di gioia e soddisfazioni.

Merito dell’autrice è di aver attualizzato e concretizzato il pensiero goldmaniano, mettendo in evidenza quanto le sue idee fossero moderne e in anticipo rispetto all’epoca che stava vivendo. Molto più che moderno, il suo pensiero può (purtroppo) trovare un’utilità anche ai giorni nostri, facendoci capire quanto ancora la questione femminile necessiti di essere trattata. Proprio intorno a queste riflessioni ruotano le conclusioni di Galassi, che nel suo scrivere è riuscita al tempo stesso sia a produrre una testimonianza storicamente valida (nella quale troviamo anche documenti tradotti in italiano per la prima volta), che a tratteggiare l’immagine di una Emma Goldman umana e a volte, come tutti, contraddittoria, ma sempre consapevole delle proprie debolezze. Una Emma Goldman, insomma, che esce dalle pagine della carta stampata e ti fa venire voglia di invitarla a bere un caffè.

Emma Goldman, 1901
Emma Goldman, 1901

 

[Recensione]. Ai nostri amici (#2)

Ai nostri amici
Di Miranda

Recensione a: Comitato Invisibile, Ai nostri amici, Parigi, La Fabrique, 2014. Tradotto e pubblicato in Italia a luglio 2015, autoproduzione.

Comitato Invisibile, Ai nostri amici
Comitato Invisibile, Ai nostri amici

L’estate scorsa quando ho saputo che il Comitato Invisibile avrebbe pubblicato un nuovo libro sono saltato dalla sedia, era ora. Erano passati sette anni dall’uscita de “L’insurrezione che viene”, un breve trattato di politica radicale che aveva scosso la Francia. Era il seguito di “Appel” uno squisito libretto di fuoco etichettato dalla stampa forcaiola come la bibbia dei black bloc. I presunti autori erano stati arrestati nel novembre 2009, accusati di una serie di sabotaggi alla rete dei TGV francesi e di aver formato una associazione a delinquere. La loro storia aveva sollevato in Francia e non solo un forte movimento di solidarietà. Il libro era stato pubblicato in Italia dalle edizioni Porfido ma l’attenzione nel nostro paese fu scarsa, il dibattito era piuttosto bloccato e stanco, eccezione fatta per la polizia politica che ne fece un feticcio, una figurina rara, da ricercare in occasione di perquisizioni ed arresti. Pochi anni dopo, nel 2011, sembrava che una nuova ondata di lotte suscitate anche dalla crisi economica avrebbe riaperto le danze della liberazione sociale. Qualcosa infatti è successo, le insurrezioni sono arrivate, ma la rivoluzione è ancora un po’ in ritardo, si potrebbe dire parafrasando il primo capitolo del libro. “Ai nostri amici” è nato da una riflessione collettiva, che ha coinvolto centinaia di persone in tutto il mondo, sullo stato delle rivolte contro il potere neoliberale ai quattro angoli del pianeta. Oltre alle argomentazioni politiche ricche e radicali degli autori ed autrici, il libro è anche una traccia, la testimonianza di una generazione di ribelli che ha provato di tutto per costruire una pratica rivoluzionaria e non si è arresa. Questi non sono tempi facili, si sono sgretolate certezze ideologiche ed organizzazioni militanti, e lo spirito del tempo non è dei migliori ci dicono gli autori. Incombe infatti una ariaccia triste di catastrofe che “Ai nostri amici” affronta senza rimanere paralizzato dallo sguardo della medusa della “sfiga” e del potere. Ci vuole coraggio anche per poter sognare. Ci vuole conoscenza dettagliata del funzionamento dei dispositivi di dominazione per immaginare un sabotaggio efficace. Ci vuole conoscenza dei punti deboli dell’economia e della logistica per immaginare una buona vita. Questa lettura offre un respiro ampio, articolato e ricco di idee ed immagini che restituiscono la ricchezza di una esperienza di azione politica radicale che ha il mondo come orizzonte ma tante basi in luoghi concreti. È una lettura che mette in discussione certezze, che non dà soluzioni ma stimoli forti.

“Il compito rivoluzionario è divenuto parzialmente un compito di traduzione. Non esiste un esperanto della rivolta. Non sta ai ribelli imparare a parlare l’anarchico, ma agli anarchici divenire poliglotti”.

I nostri amici raccontano che hanno iniziato. C’è posto per tutti e tutte.

Pensare attaccare costruire. Fucina 62, Roma, 22 settembre 2015
Pensare attaccare costruire. Fucina 62, Roma, 22 settembre 2015

 

Calendario incontri, recensioni, testo scaricabile e altro:
https://ainostriamici.noblogs.org

 

[Recensione] Sabotaggio mon amour (#3)

Sabotaggio mon amour
Di Morby

Recensione a: Sabotaggio mon amour, a cura di Carmine Mangone, Camerano, Gwynplaine, 2013.

Sabotaggio mon amour, Gwynplaine edizioni
Sabotaggio mon amour, Gwynplaine edizioni

 

Nella notte fra il 13 e il 14 maggio 2013 in un assalto contro il cantiere Tav di Chiomonte alcuni macchinari andarono in fiamme. Per quel sabotaggio sono stati arrestati e lungamente detenuti quattro compagni, per di più accusati di terrorismo. E così la categoria del “sabotaggio” è riapparsa sulla scena pubblica, in particolare da quando lo scrittore Erri De Luca l’ha sdoganata, esaltandone il “nobile significato” e la sua utilità nella lotta di una comunità minacciata. Per questo è finito sotto processo con l’accusa di istigazione a delinquere. E allora tutti giù a citare Gandhi e Mandela, compresi quei leaderini di movimento che fino a ieri avevano preso le distanze da tutto ciò che stonasse nel candido coro della valle e gettato la propria scomunica su ogni danneggiamento notturno o diurno – “violenza! violenza!” li sentivi starnazzare inorriditi – contro il Tav.

Ma c’è sabotaggio e sabotaggio, quello brutto e cattivo rimane da condannare. L’occasione per far rientrare Erri De Luca nei panni a lui più consoni è presto data: a novembre 2015 un sabotaggio a Bologna contro le linee ad alta velocità suscita questa volta l’indignazione dello scrittore distintosi, tra l’altro, per le sue lodi al lavoro dei servizi segreti e per la difesa dell’occupazione israeliana in Palestina. All’unisono con Salvini, definisce gli autori del sabotaggio nient’altro che teppisti, incontrollabili delinquenti che meritano il carcere.

Una mano per mettere a fuoco la categoria del sabotaggio, lasciate stare le piroette dello scrittore di cui sopra, viene invece da libro Sabotaggio mon amour, pubblicato dall’editore Gwynplaine e curato da Carmine Mangone, in cui sono raccolti quattro contributi sul sabotaggio rivoluzionario di ieri e di oggi.

Il punto di partenza è un testo che ha fatto epoca: Il sabotaggio dell’anarchico francese Émile Pouget, pubblicato a Parigi intorno al 1910, ora presentato in una nuova traduzione di Mangone. A cavallo tra Otto e Novecento Pouget ebbe un notevole ruolo nello sviluppo del sindacalismo rivoluzionario. Destando grave scandalo tra i benpensanti di ogni classe, riuscì a far diventare il sabotaggio da pratica personale di istintivo danneggiamento degli interessi del padrone a metodo di lotta cosciente e collettivo, facendolo adottare ufficialmente della Confédération générale du travail nel suo congresso del 1897. Il sabotaggio, tanto dei mezzi di produzione quanto delle merci prodotte, è la guerriglia del lavoratore contro il padrone che lo sfrutta ed è visto come logica conseguenza di un iniquo sistema economico: “a cattiva paga, cattivo lavoro”, diceva Pouget.

Il secondo pezzo si intitola Contratti o sabotaggio. Quando a stare a sentire certi uccellacci movimentisti pare che bisogni manifestare sempre sereni e composti per far vedere quanto si è bravi e ragionevoli, discutere amabilmente con politici e amministratori, parlare a mezza voce e non sbattere le porte per non disturbare, ci fa piacere che un editore coraggioso riproponga un testo di quei pazzi furiosi di Comontismo, che alle potenzialità rivoluzionarie della trash music avrebbero preferito quelle di una rapina all’ufficio postale (forza, “Uomo che ride”, ora aspettiamo la ripubblicazione di un altro loro audace libello: Verso l’abolizione di ogni codice presente e futuro!). Comontismo nasce nei primi anni ’70, sulla scia dei gruppi di critica radicale come Ludd e Organizzazione consiliare. In questo pamphlet viene delineata un’analisi dal punto di vista rivoluzionario dello sviluppo recente del capitalismo, delle lotte operaie e del loro recupero sindacale all’interno del sistema, nonché del ruolo tra il nefasto e il ridicolo dei gruppuscoli extraparlamentari. Niente da salvare, niente da riformare, ma tutto da distruggere in un capitalismo che non è solo sfruttamento economico della classe operaia ma attacco alle esigenze vitali dell’essere umano e che tende a insinuare la sua logica espropriativa in ogni piega del tempo di vita. Comontismo abbandona qualunque terreno di contrattazione con il capitale, rigetta le sue logiche di produzione, circolazione e consumo di merci e rivendica il rifiuto del lavoro e la ricerca del piacere, la rivoluzione portata nel vissuto quotidiano e la pratica dell’illegalità. Per non affondare nelle paludi melmose della militanza politica e del sindacalismo tradizionali, Comontismo sguazza nella spontaneità criminale, quale forza non addomesticabile: “criminali di tutto il mondo unitevi!”.

Il terzo scritto, Del sabotaggio come una delle belle arti, porta la firma dell’Istituto Asturiano di Vandalismo Comparato ed è una critica della società mercantile-spettacolare di chiare ascendenze situazioniste. Infine, chiude il volume l’Invito al sabotaggio ad uso dei ricchi di spirito, in cui Carmine Mangone riflette sul sabotaggio e la sua praticabilità, sulle modalità creative e ingovernabili del dissenso radicale oggi, sulle microinsurrezioni individuali sorrette da idee sovversive e sul loro collegamento attorno a un proposito collettivo, per una comunità umana senza capitale né padroni.

E allora raccogliamo l’invito. Posiamo il libro e corriamo in ferramenta: le vie del sabotaggio sono infinite!

Settecento anni di rivolte occitane (#6)

Settecento anni di rivolte occitane
Di Luigi
Recensione a: Gérard de Sède, Settecento anni di rivolte occitane, Tabor, 2016.

Nella misura in cui contempleremo la bellezza di questa epoca con attenzione e amore, in quella stessa misura la sua ispirazione discenderà in noi e renderà a poco a poco impossibile almeno una parte delle bassezze che compongono l’aria che respiriamo.
Simone Weil, “L’ispirazione occitana”

Settecento anni di rivolte occitane, edizioni Tabor
Settecento anni di rivolte occitane, edizioni Tabor

 

Se è la storia dei vincitori quella che ci insegnano a scuola, un libro come questo di Gérard de Sède serve a non farci dimenticare, o a farci riscoprire, la tradizione rivoluzionaria degli oppressi. Uscito in prima edizione nel 1982 e più volte ristampato in francese, è disponibile da pochi mesi in traduzione italiana grazie alle valsusine edizioni Tabor.

Giornalista e scrittore, membro negli anni Quaranta di gruppi surrealisti, de Sède è forse più noto per le sue fantasiose opere su misteri, Templari e affini che hanno ispirato una vasta letteratura esoterica internazionale, fino ad arrivare al Codice da Vinci di Dan Brown. Settecento anni di rivolte occitane non ha però nulla a che vedere con questa letteratura di genere. Seppur misconosciuta quando non mistificata, siamo infatti di fronte a una storia solida e documentata, anche sulla scorta della storiografia occitanista prodotta nella prima metà degli anni Settanta da un’esigua compagine di storici-scrittori-agitatori culturali. Se la narrazione non è infarcita di note e riferimenti bibliografici, che storcano pure il naso gli storici professionisti, specialisti del loro piccolo mondo accademico. Il suo intento non è parlare alle ombre grigie che solcano i dipartimenti universitari, ma alle donne e agli uomini non rassegnati di oggi, che siano occitani o meno.

L’Occitania è il territorio di diffusione della lingua d’oc, nota per essere la lingua dei poeti trovatori, contrapposta alla lingua d’oïl, madre del francese ufficiale. È uno spazio culturale e linguistico che non si identifica con dei confini amministrativi ma abbraccia diverse province della Francia meridionale, estendendosi dalle Alpi ai Pirenei al Massiccio centrale, dalle coste atlantiche a quelle mediterranee, sconfinando per brevi tratti in Spagna e nelle montagne piemontesi. Si tratta di un territorio storicamente disseminato di autonomie locali, che non ha mai conosciuto una durevole unificazione attorno a un potere centrale. Gérard de Sède ne traccia una storia complessiva lunga settecento anni, dalla metà del XIII secolo al secondo Novecento, ripercorrendo il susseguirsi dei movimenti popolari di rivolta che l’hanno attraversata.

Perché ci interessa questo libro? Non certo come contributo all’occitanismo in sé, né tantomeno come una leva su cui possano poggiare istanze indipendentiste che vedono un presunto “popolo” unito da valori identitari comuni ribellarsi all’oppressione proveniente, secolo dopo secolo, dal dispotico Nord. Viene da chiedersi se esista davvero quella precisa identità occitana difesa da de Sède, persistente sul lungo periodo e, soprattutto, che trova nell’attitudine alla rivolta uno dei propri tratti distintivi. Quello dell’identità nazionale è da sempre un terreno scivoloso su cui avventurarsi, perfino in quei contesti in cui ha cercato esplicitamente una sintesi con l’internazionalismo della lotta di classe. Nemmeno ci interessa attardarci nella contemplazione di un suggestivo passato ricco di indomiti ribelli e impenitenti eretici, quanto, piuttosto, conoscere la loro storia, perché per chi la sa leggere con la giusta disposizione aiuta a comprendere come si sia arrivati aïci e ara – qui e ora – e trasmette la consapevolezza di come affrontare questo presente che per non sprofondare nel proprio fango ha quanto mai bisogno di moderni ribelli ed eretici in grado di raccogliere quell’antico testimone.

La crociata contro i catari (1180-1255) pone fine in Occitania a un modello politico-economico aperto, fatto di autonomie locali e tolleranza religiosa. Roma e Parigi si uniscono nello sterminio di una setta eretica pericolosa, che contestava sia la degenerazione del cristianesimo traditore dell’insegnamento di Cristo sia il potere dell’autorità secolare. La crociata religiosa è infatti allo stesso tempo guerra di conquista del Midi, il Mezzogiorno francese, e cancellazione di una società che con la sua stessa esistenza minava le fondamenta dell’impalcatura feudale: le lotte religiose, scrive l’autore, “non sono, in fin dei conti, che lotte politico-sociali condotte sulla terra in nome del cielo” (p. 153).

Nel 1209 cade la roccaforte Bézier e ogni anima viva è passata a fil di spada. Almeno ventimila uomini e donne vengono uccisi, tanto che è rimasta leggendaria la frase del legato papale Amaury: «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi». Qualche decennio più tardi viene espugnato l’ultimo baluardo di Montségur e poi il castello di Quéribus; le strade si riempiono ancora di cadaveri e appena fuori le mura si alzano a centinaia i roghi. Eppure, “sotto la cenere, le braci non avevano smesso di ardere, e i nuclei ereticali sopravvissuti, rifugiandosi nei boschi e sui monti, appoggiati dalle reti di case amiche, ripresero a tessere le fila dell’organizzazione” (Introduzione, p. 20). Parte da qui la storia dei settecento anni raccontata da de Sède, una storia di continue rivolte contro il potere centrale dello Stato e i suoi luogotenenti.

Paul Klee - Angelus Novus
Paul Klee – Angelus Novus

 

Ad aprirla sono i Tuchini del XIV secolo. Contadini, artigiani, commercianti che rifiutano di sottomettersi al sopruso del diritto feudale sulle tradizioni comunitarie e al grido di «Rei de Fransa, rei de figas, rei de merda!» (Re di Francia, re da ridere, re di merda!) danno filo da torcere al potere di Re e signori, scatenando un’ondata di guerra contro il giogo francese. Il tuchinaggio, represso in Occitania, non scomparirà dalla scena e lo vedremo riemergere tra i montanari delle alpi piemontesi: un’altra pagina nella storia delle rivolte sociali per la quale rimandiamo senz’altro a Gustavo Buratti e alla sua avvincente Breve storia del tuchinaggio occitano e piemontese. Più tardi la crescita del carico fiscale e la presenza nemica dell’esercito nelle campagne fa insorgere i cosiddetti Croquants (soprannome dispregiativo dato a poveri e contadini), il loro nome aleggerà su questi territori per ancora un paio di secoli, riproponendo a più riprese il metodo dell’insurrezione di popolo.

Tra XVII e XVIII secolo, di fronte a un piano sistematico di terrore ed espropri per sradicare il protestantesimo dalla Francia, signori e borghesi per lo più abiurano o emigrano, mentre artigiani e contadini sulle montagne delle Cévennes diventano Camisards, guerriglieri e profeti. “Ho a che fare con dei pazzi”, si lamentava il maresciallo incaricato della loro repressione. E ancora, nel XIX secolo, de Sède racconta l’epopea delle Demoiselles, ovvero di quei montanari che in spirito carnevalesco si travestivano da signore per affermare la rivincita degli umili sui potenti, ingaggiando una guerriglia in difesa dei diritti consuetudinari delle comunità rurali contro le esigenze predatorie della società industriale che strappava loro i boschi, le acque, i pascoli: “una strana interazione tra folklore e lotta sociale e politica, dove non è facile capire quale delle due componenti sia di supporto all’altra” (p. 205).

La storia prosegue con il colpo di Stato di Napoleone III. Già pochi giorni dopo quel 2 dicembre 1851 pare che la pace sociale dominasse il paese, con l’eccezione di qualche dipartimento più agitato, teatro di tentativi di resistenza armata e in certi casi di vere e proprie insurrezioni. Sui ventidue dipartimenti interessati dai disordini, guarda caso ben sedici sono occitani. I manuali di storia passano poi alla Comune di Parigi del 1871, tralasciando i suoi diretti antecedenti che de Sède rintraccia nei comitati rivoluzionari di Marsiglia e Narbonne, attivi qualche mese prima della sollevazione della capitale. Il Novecento, a cui sono dedicati gli ultimi due capitoli, si apre con l’estesa rivolta del Midi vitivinicolo contro i grandi produttori del Nord, annacquatori e contraffattori, che sfruttando una crisi contingente del settore si andavano arricchendo lasciando miseria – e collera – al Sud. Abbiamo poi la guerra antinazista e insieme sociale del maquis occitano nel 1941-1944 e, in conclusione, ancora il connubio di conflitti e identità occitana negli anni Sessanta e Settanta.

La storia degli oppressi, in Occitania come altrove, non è solamente la successione delle crepe aperte nel continuum della storia del potere e nemmeno una marcia carsica, ora sotterranea ora riaffiorante, diretta al sole dell’avvenire, ma una scia di possibilità che si aprono. Il cambiamento futuro dipende anche dal passato, dalla storia delle lotte che ci hanno preceduto, che non sono solo vago ricordo di lontane battaglie, ma la cui presenza attuale è ben concreta in ogni occasione di rivincita. Gli oppressi di oggi combattono anche nel nome e nel solco dei ribelli di ieri, allo stesso modo in cui gli oppressi di ieri lo hanno fatto rispetto ai vinti dell’altro ieri. Come ha scritto Walter Benjamin: “non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? Se è cosi, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto”.

La forza è debole perché la situazione è disperata. Difficile dire se sia più disperata oggi rispetto al passato recente e remoto. In ogni tempo il potere ha saputo reprimere le spinte rivoluzionarie o riassorbirle, prima o poi, nella cornice autoritaria. Eppure quella tensione individuale e collettiva alla solidarietà e giustizia sociale, incapace di sottomettersi alla logica paralizzante dei rapporti di forza, non è mai venuta meno. Ogni vittoria del potere non si è mai potuta dire definitiva, perché quel testimone che ogni generazione riceve dalle precedenti porta con sé non tanto il peso della sconfitta quanto la volontà di riscatto. Una chance rivoluzionaria da cogliere e declinare nel proprio presente. In conclusione, con quale sensazione si rimane dopo la lettura di questo libro? Con la voglia di rimboccarsi le maniche e alimentare quel fuoco che ancora cova sotto le macerie della storia.

[Recensione]. Storie della buonanotte per bambine ribelli (#7)

La richiesta di uguaglianza è una stupidaggine
se porta le donne a governare.
Louise Michel

Storie della buonanotte per bambine ribelli
Storie della buonanotte per bambine ribelli

 

STORIE DELLA BUONANOTTE PER BAMBINE RIBELLI. Francesca Cavallo, Elena Favilli, Milano, Mondadori, 2017.

C’era una volta un progetto editoriale, sostenuto dal basso e diretto a un pubbli­co particolare, fatto di bambine, ma non bambine qualsiasi: bambine ribelli. Tutto bene fin qui, se non fosse che quel pro­getto alzò un grande polverone fatto di critiche ed elogi, che sollevarono diversi quesiti interessanti… In che misura quel libro, il risultato di un progetto finanziato con un crowdfunding da oltre un milio­ne di dollari, si rivolge alle future ribelli? E i bambini? Non dovrebbe far riflettere anche loro sul ruolo sociale che le don­ne dovrebbero avere? E poi in che modo sono state scelte le vite da raccontare e che cosa si intende per ribellione? Si può davvero considerare Margaret Thatcher, per citare una delle cento donne del libro, una ribelle o un esempio da seguire? Di sicuro, rivolgersi solo alle bambine cela il messaggio che le storie di donne ribelli va­dano lette soltanto alle femmine, mentre le storie che riguardano gli uomini pos­sono essere adatte a entrambi: un mes­saggio intriso di sessismo e sicuramente poco costruttivo per un immaginario femminista che dovrebbe coinvolgere en­trambi i generi. In secondo luogo la ribellione non andrebbe confusa con arrivismo e successo; e la que­stione di genere che si dovrebbe far comprendere alle future donne e ai futuri uomini è tutt’altro dal messaggio della “self made woman”. Questo non è femminismo. E per finire, una riflessione sul linguaggio: sono davvero storie adatte a bambine e bambini delle brevi biografie in cui non viene utilizzata una contestua­lizzazione tale da permettere loro di im­medesimarsi e rielaborare autonomamen­te le storie, ma è necessaria un’interpreta­zione da parte degli adulti? La proiezione di un immaginario “da grandi” sul mon­do infantile non è limitante per la libera esplorazione di sé? Queste sono soltanto alcune delle critiche, pienamente condi­visibili, che si sono alternate a recensioni più positive. Ma forse in tutto ciò non è stato preso in considerazione un punto di vista fondamentale: il loro, quello delle future generazioni cui si rivolge il volume. Crediamo sia importante capire come vengono vissute, almeno alcune di queste cento storie, da coloro cui sono destinate. Così lo abbiamo chiesto a Marina, 4 an­ni, e a Lorenzo, 6 anni, due piccoli abitanti delle tondeggianti colline marchigiane che hanno letto il li­bro insieme ai loro genitori.

Marina, hai letto il libro “Storie della buo­nanotte per bambine ribelli”?
Si.
Che cosa ne pensi?
Che è bello.
Cosa ti è piaciuto di più, le immagini o le storie?
Le storie.
Perché? Di che cosa parlano?
Parlano di donne che sono ribelli.
E che cosa fanno queste donne?
Fanno delle imprese.
Invece tu Lorenzo che cosa ne pensi?
Che è un libro bello anche per me.
Perché?
Perché sono delle storie di donne che so­no vissute veramente e che hanno fatto delle imprese.
Che tipo di imprese hanno fatto?
Me ne ricordo una di una surfista – si riferisce alla storia di Maya Gabeira – che un giorno viene travolta da un’onda. Questa donna sta per affogare e si rompe diverse ossa ma, dopo essersi curata, rico­mincia a surfare.

Chissà come mai, viene da chiedersi, un bambino di sei anni è rimasto colpito dalla storia di una donna “qualunque” e non dal vissuto della ex first lady Michel­le Obama o della candidata presidenziale Hillary Clinton, ad esempio? Forse, agli occhi liberi di un bambino, è proprio lì che sta la ribellione, nella quotidianità, nelle storie di vita comune, nella forza delle scelte che ogni giorno vanno in dire­zione ostinata e contraria, e non nell’arri­vismo tipico di una società patriarcalmen­te intesa.

A voi il giudizio finale, ma un consiglio redazionale ci sentiamo di darvelo: ru­batelo, strappate le biografie che con la ribellione hanno meno di niente a che vedere e, soprattutto, cercate di aiutare le piccole lettrici e i piccoli lettori a tro­vare un livello empatico all’interno delle storie, tale da permettere loro di chiedersi come si comporterebbero in situazioni si­mili, confrontandosi con il proprio essere. Magari la fantasia delle vostre piccole let­trici e lettori immaginerà delle alternative veramente ribelli per quelle biografie che proprio non ci convincono.

[Recensione]. Figli della libertà (#8)

Figli della libertà
Film documentario di Lucio Basadonne e An­na Pollio, 78 minuti, Italia, 2017
Recensione di Vittorio

Figli della libertà
Figli della libertà

 

È una calda sera di inizio estate. Siamo in giro con la solita compagnia di amici di Se­nigallia e il nostro corredo di otto bambini indisciplinati e rumorosi. Nella incantevole frazione fortificata di Piticchio di Arcevia è prevista la proiezione di Figli della liber­tà all’interno della programmazione di un piccolo festival a tema ecologico. Quale opportunità migliore per solleticare le no­stre sensibilità libertarie in tema di educa­zione? Anche i più piccoli hanno assistito alla proiezione, alcuni con interesse, altri addormentandosi sulle sedie dopo la lunga giornata di giochi e bagni al mare. Io inve­ce mi sono arrabbiato. La protagonista è la piccola figlia di Lucio e Anna, che affronta con ironia e leggerezza un percorso di edu­cazione libertaria a Genova mentre i suoi genitori documentano altre esperienze in giro per l’Italia. Il film, costruito con la stes­sa tecnica narrativa del precedente Unlear­ning, fallisce completamente negli obiettivi dichiarati, annoia a livello narrativo e indi­spone per la superficialità con cui affronta l’argomento dell’educazione libertaria.

Alla fine della proiezione era presente l’au­trice e ne approfitto per provare ad aprire un dialogo. Dopo un primo assonnato si­lenzio iniziano alcune domande molto ge­nerali, poi arrischio la mia: « Cosa significa per voi educazione libertaria?» La risposta disegna una conoscenza superficiale del te­ma dove le diverse esperienze di educazione libertaria vengono associate senza distin­zione di qualità e storia dei diversi progetti all’educazione parentale, descrit­ta come facoltà di ogni famiglia di scegliere la migliore educazio­ne per i “propri” figli.

Qui sta il principale proble­ma dell’approccio proposto dal film: l’educazione parentale non è l’edu­cazione libertaria, che nelle sue esperienze più consapevoli si allaccia a una storia di almeno trecento anni di sperimentazioni e progetti pedagogici ispirati da filosofie politiche principalmente di stampo anar­chico, comunista libertario e socialista. La pedagogia, inoltre, proprio perché riflette sulle pratiche dell’educazione, è necessaria­mente orientata a una lettura universalista del fenomeno educativo e quella ispirata da principi egualitari si propone di miglio­rare l’educazione di bambini e bambine a partire da una critica degli ostacoli sociali e culturali che la impediscono. In Figli del­la libertà invece l’unica forza in campo è la volontà delle “famiglie”, questa istituzione

sociale funesta e fortemente conservatrice che non viene per nulla criticata né messa in questione con il risultato di trovare in primo piano le teorie aristo-freak di Erika di Martino, blogger di professione che pro­muove da anni l’educazione parentale come alternativa alla scuola pubblica.

Sul suo sito www.controscuola.it si trova la sintesi di questo pensiero appa­rentemente ingenuo ma in real­tà fortemente classista: “lei e suo marito non credono che la scuo­la allo stato attuale possa dare ai loro bambini l’opportunità di imparare e sperimentare fino in fondo ciò che è veramente importante nella vita. Es­si amano stare insieme ai loro figli, seguirli mentre crescono ed esplorano il mondo e pensano che la loro educazione sia respon­sabilità della famiglia, non dello Stato”. Di­ciamolo a chi ha entrambi i genitori lavora­tori e assenti per ore o giorni da casa, ai figli degli integralisti di ogni religione, alle ma­dri single, a chi ha figli disabili e una pen­sione minima. Da questo orizzonte viene totalmente cancellato il significato sociale e comunitario dell’educazione per ricondurla a una scelta privata e quasi intima dove l’e­go dei genitori finisce per schiacciare quello dei figli, costretti a sopportare madri e padri 24 ore su 24.

L’educazione libertaria descritta da Figli del­la libertà diventa un rifugio per privilegiati che non hanno le capacità o le forze di af­frontare le contraddizioni del sistema edu­cativo come contraddizioni sociali e politi­che e scelgono la ritirata come strategia di presunta salvezza personale. Non si accenna neanche alle difficoltà anche nelle relazio­ni lavorative tra organizzatori e insegnanti che emergono nell’ambito delle esperienze di piccole scuole autogestite, dove spesso l’auto-sfruttamento, la dequalificazione e la mancanza di welfare vengono taciute in nome dell’ideale “alternativo”. Insomma, l’aggettivo libertario nei contesti descritti dal documentario di Basadonne e Pollio corrisponde a individualista ed elitario.

Questo documentario è un’occasione man­cata, perché sicuramente nel campo della educazione libertaria esistono piccoli pro­getti alternativi come quelli che abbiamo descritto anche noi (Serendipità a Osimo, ad esempio) che articolano la sperimenta­zione in una capacità di leggere in modo critico la relazione con il sistema educati­vo statale e il contesto socio-economico in cui la scuola libertaria si inserisce. Esistono inoltre esperienze consapevoli come la Re­te per l’educazione libertaria che dialoga in modo costruttivo anche con chi lavora nella scuola pubblica. La storia di questo docu­mentario è purtroppo è anche lo spaccato di una situazione di confusione e di super­ficialità in cui spesso si fermano le buone intenzioni di cambiare il proprio piccolo mondo senza approfondire le ragioni della critica sociale e il significato nobile e impe­gnativo della parola libertà.