Dobbiamo continuare la ricerca scientifica?

Di Alexander Grothendieck, da Rivista Malamente, n. 15, set. 2019 (QUI IL PDF)

Alexander Grothendieck è riconosciuto come uno dei più grandi e brillanti matematici del Novecento. Nel pieno della sua carriera ha però aperto gli occhi sul mondo della ricerca scientifica, sulle sue implicazioni, sui legami con il mondo militare e si è interrogato su quale ruolo sociale avessero lui stesso e i suoi colleghi. Il loro lavoro migliorava la condizione umana o, piuttosto, serviva a sostenere il sistema di dominio esistente? Nel settembre 1970, a quarantadue anni, Grothendieckabbandona il suo posto presso l’Institut des hautes études scientifiques (IHES), all’epoca centro nevralgico per la matematica e la fisica teorica e, allo stesso tempo, fonda il gruppo ecologista radicale Survivre et Vivre.

Alexander Grothendieck, 1965 circa

NOTA BIOGRAFICA

Alexander Grothendieck nasce a Berlino nel 1928 da Alexander “Sascha” Schapiro, ebreo russo rivoluzionario espulso dal suo paese e Hanka Grothendieck. I genitori, che si erano conosciuti negli ambienti del movimento anarchico tedesco, nel 1936 vanno a sostenere la rivoluzione sociale e combattere la guerra civile spagnola per poi stabilirsi in Francia, dove li raggiunge Alexander rimasto nel frattempo affidato a una famiglia di Amburgo.

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Vecchi strumenti per nuove agricolture. Che farsene delle conoscenze contadine?

Da Rivista Malamente n. 17, mar. 2020 (QUI IL PDF)

Di Marc Badal

Marc Badal Pijoan (Barcelona, 1976) è un attivista e ricercatore nell’ambito della cultura rurale e della critica all’industrializzazione delle campagne; ha partecipato a diversi progetti e sperimentazioni agroecologiche e montane. Nello scritto che presentiamo descrive le ragioni ma anche le difficoltà in cui incorrono i tentativi di riprendere il testimone perduto dell’agricoltura tradizionale. Un’eredità che andrebbe recuperata e applicata, integrandola però a nuove conoscenze e sperimentazioni, strappando i saperi contadini, proprio nel momento della loro agonia, ai tentativi di fossilizzazione folcloristica e accademica. Non si tratta di “tornare indietro” a un’improbabile età dell’oro contadina, ma di sgomberare il campo da tecniche distruttive e guardare avanti, al di là di un’agricoltura industrializzata che, per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, altro non è che il trasporto nei campi di mezzi, metodi e mentalità da guerra. Questo testo è stato pubblicato su “Resquicios: revista de crítica social” (n. 6, aprile 2009) e ha avuto una prima traduzione italiana a cura di ACRATI (Bologna); lo presentiamo in una versione rivista, di molto ridotta e priva di note.

Illustrazioni di Rob Barnes

Il miraggio dell’agricoltura industriale si è dissolto. La generazione che da giovane era stata trascinata dalla corrente modernizzatrice invecchia, sapendo che l’esca del produttivismo l’ha portata in una strada senza uscita. Il degrado delle basi ecologiche che sostengono le attività agricole ha superato in molti luoghi la soglia della reversibilità. L’esaurimento e l’inquinamento delle acque, la perdita di terreni fertili, la scomparsa della biodiversità, il consumo sfrenato di combustibile fossile e la produzione enorme di rifiuti sono processi ampiamente conosciuti.

Mentre continuano a non risolversi molti i limiti delle esperienze che, già negli anni Settanta, credevano di trovare nell’ambiente rurale il luogo adatto in cui proiettare le proprie fantasie rivoluzionarie, il corso accelerato degli eventi ci colloca in un nuovo scenario. Senza abbandonare la sua condizione di fonte energetica e di materia prima per l’industria, di deposito di rifiuti o di luogo di passaggio a disposizione delle necessità espansionistiche della macchia urbana, per l’immaginario collettivo di questa società tanto civica quanto sostenibile, il cosiddetto spazio rurale ha smesso di essere quel pernicioso incolto culturale impregnato di autoritarismo, tradizionalismo, conservatorismo e ignoranza. Al contrario, ora tutto ciò che suona tipico, rustico o naturale gode del potere seduttivo dell’esotismo avidamente rincorso e consumato da una cittadinanza appesantita da «innovazioni caotiche e straripanti» (O. Gross). Ma l’immagine idilliaca messa a disposizione dei visitatori della domenica e degli agrituristi ha poco a che vedere con la realtà di un mondo rurale pienamente integrato alla cultura e al ritmo della vita che ben conoscono ma ai quali tentano, invano, di girare le spalle nella loro breve fuga vacanziera.

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L’Atelier Paysan. Il low-tech per l’autonomia tecnologica contadina

Intervista di François Jarrige a Fabrice Clerc

da Rivista Malamente #27, dic. 2022 (QUI IL PDF)

Tra le numerose iniziative che fioriscono oggi attorno al low-tech (“tecnologia a bassa intensità”), la cooperativa Atelier Paysan rappresenta un’esperienza particolarmente ricca e interessante. Mentre l’agricoltura industriale ha bisogno di grandi macchinari tecnologici per sostenere il suo modello di sviluppo (fatto di monocolture, veleni e distruzione dell’ambiente), i progetti e le realizzazioni dell’Atelier Paysan uniscono una logica di mutuo appoggio alla riflessione critica sulle tecniche e sul lavoro contadino, nel quadro di un ambizioso progetto politico il cui fine ultimo è riportare l’agricoltura a una dimensione ecologica e umana. La tecnologia necessaria alla produzione di attrezzature e macchinari, efficienti ma low-tech, viene considerata un bene comune, alla portata del saper fare contadino e delle sue reti sociali, per sollevare chi lavora sulla terra dalle fatiche quotidiane senza però pregiudicarne l’autonomia. L’intervista di François Jarrige a Fabrice Clerc, cofondatore dell’Atelier Paysan (che però da qualche anno è uscito dal direttivo dell’Associazione), è stata pubblicata sulla rivista “La Pensée écologique” (n. 5, 2020): ne diamo qui una traduzione in versione ridotta. Tutti i progetti tecnici dell’Atelier Paysan sono disponibili sul sito www.latelierpaysan.org: vi invitiamo a farne buon uso!

Ci racconti le origini dell’Atelier Paysan e quali sono state le ragioni che vi hanno spinto a creare questa cooperativa di auto-costruzione di attrezzi agricoli?

Quando sono arrivato a Grenoble, nel 2007, ero un ingegnere agricolo e lavoravo nel supporto all’insediamento degli agricoltori per l’associazione ADABio, che si occupava di sviluppo dell’agricoltura biologica e delle relative tecniche. Dall’incontro con Joseph Templier, orticoltore, ha preso via il tutto. Joseph gestiva con altri associati una fattoria biologica esemplare, con un sistema di produzione molto efficace ed efficiente, ed è anche un formidabile tuttofare contadino, che grazie a sperimentazioni collettive alle quali ha partecipato è riuscito a disegnare e costruire numerosi attrezzi adattati alle sue esigenze.

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Il regime carcerario 41-bis: tortura di Stato

L’anarchico Alfredo Cospito è da due mesi in sciopero della fame contro il regime di detenzione speciale 41-bis a cui è sottoposto. Anche altri/e anarchici/e detenuti stanno protestando con la stessa determinazione.

Il regime 41-bis è annientamento psicologico, è tortura di Stato e deve immediatamente cessare, per Alfredo e per tutti/e i detenuti che vi sono sottoposti/e, ad oggi oltre 700 (numero in costante incremento, anno dopo anno).

Qui di seguito un breve approfondimento sulle origini del 41-bis e su cosa prevede concretamente

Da dove arriva l’art. 41-bis?

Art. 41-bis dell’Ordinamento penitenziario (legge 26 luglio 1975, n. 354; modificata dalla legge 23 dicembre 2002, n. 279).

Introdotto dalla Legge Gozzini di riforma penitenziaria (663/1986), si componeva inizialmente di un solo comma che consentiva di sospendere le regole ordinarie di trattamento dei detenuti per fronteggiare situazioni di emergenza e ripristinare l’ordine e la sicurezza all’interno delle carceri.

Ha il suo antecedente nell’art. 90, applicato tra 1977 e 1985, prima nelle cosiddette “carceri speciali” poi anche altrove, in un periodo di forti movimenti sociali e di rivolte nelle carceri.

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Solidarity Collectives contro l’imperialismo russo

Traduzione di Nerofumo

28 novembre 2022

Solidarity Collectives (ex Operation Solidarity) è una rete di volontari antiautoritari formata prima dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina, per aiutare i compagni in prima linea e i civili colpiti dalla guerra. “Collectives” non è solo un nome ma l’essenza della nostra iniziativa, a cui hanno aderito varie organizzazioni e gruppi provenienti da Ucraina, Germania, Polonia, Francia, Stati Uniti, Paesi Bassi, Canada e molti altri paesi.

Niente di tutto ciò sarebbe possibile senza un enorme numero di persone unite dall’idea di aiutare il movimento di resistenza ucraino: la rete ABC (in particolare ABC Dresden , Germania – ABC Galicja , Polonia), No Borders team Poland, 161crew Poland, XVX Tacticaid, The Antifa International e Yellow peril tactical dagli Stati Uniti, Ecological Platform da Lviv e molti altri; e senza i nostri amici nelle organizzazioni sindacali, non avremmo un bellissimo ufficio/magazzino a Kyiv.

Sulla base dei nostri valori antiautoritari, abbiamo deciso di resistere attivamente all’aggressione russa. Sosteniamo il diritto del popolo ucraino all’autodifesa e consideriamo l’invasione russa un atto imperialista. Nonostante le caratteristiche multidimensionali di qualsiasi evento globale, le ragioni principali di questa guerra sono la politica imperiale della Federazione Russa, la fede nella missione storica delle élite russe e il tentativo di stabilire il controllo su quella che pensano sia la loro sfera di influenza. Le ragioni non vanno ricercate né negli interessi economici dell’oligarchia russa né nelle “precauzioni di sicurezza russe”, e soprattutto non nelle macchinazioni della NATO. Il pieno sostegno del popolo ucraino nella sua lotta (che non significa necessariamente sostenere le politiche del governo) è l’unica posizione coerente per gli anarchici e la sinistra in tutto il mondo.

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“Mezze Persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo”

La lotta contro le discriminazioni e per l’autonomia delle persone con disabilità nelle Marche e in Italia

Intervista di Vittorio a Elena e Maria Chiara Paolini (Rivista Malamente #12)

Le sorelle Elena e Maria Chiara Paolini sono formatrici e blogger (http://wittywheels.it), si occupano di giustizia sociale applicata alla disabilità e di disabilità in chiave femminista. Hanno da poco pubblicato il libro “Mezze Persone. Riconoscere e comprendere l’abilismo” (Aut Aut, 2022), di cui vi consigliamo la lettura. Riproponiamo qui una loro intervista per Rivista Malamente di ottobre 2018.

Elena e Maria Chiara Paolini, Casa Madiba, Rimini, 2022

Incontro Elena e Chiara in un caldo pomeriggio estivo, nel centro di Senigallia; c’è movimento, tanti turisti e ragazzi in vacanza che passeggiano. Guardano con stupore e un po’ di imbarazzo le due ragazze che sto intervistando. Mi chiedo, cosa che ammetto di non fare quasi mai, di che tipo siano gli sguardi che ci accompagnano se ci spostiamo su una brandina elettrica o su una sedia a rotelle. La nostra identità sociale si costruisce sugli sguardi degli altri? Per queste ragazze non può essere così, ed è proprio la loro autonomia dalle idee e dai modelli dominanti a colpirmi come una doccia fredda. Per sederci sotto l’ombrellone del bar è necessario spostare tavoli e sedie ma soprattutto mettere da parte preconcetti e pregiudizi sulla disabilità. Mi ricordo in quel momento che Senigallia ha avuto in passato un validissimo attivista politico che aveva lottato contro la discriminazione verso la disabilità e contro il fascismo allo stesso tempo: l’anarchico Ottorino Manni, e sento un soffio di vento che rinfresca improvvisamente i pensieri e la voce. Abbiamo passato un’ora a parlare di molte cose, alcune di queste sono riportate in questa intervista che ci insegna, tra l’altro, come lottare per la propria libertà e autonomia sia prima di tutto una scelta interiore che, se è sincera, ci mette su un piano di affinità con altri e altre che vanno nella stessa direzione da biografie e storie molto diverse.

Come volete presentarvi? Quanti anni avete?

Chiara: Io ho 27 anni e lei (Elena) 22. Tutto quello che sappiamo sulla disabilità, sui movimenti per i diritti civili, l’abbiamo imparato autonomamente, ma abbiamo studiato tre anni a Londra dove io ho fatto un corso di arabo intensivo di un anno e mezzo e poi ho fatto ripetizioni, mentre Elena ha ottenuto la laura triennale in relazioni internazionali.

Cosa è e come è nato il movimento “liberi di fare”? Qual è la situazione a livello nazionale e regionale delle persone con disabilità grave? E quali sono le relazioni con gli altri movimenti e gli altri gruppi che organizzano rivendicazioni dei disabili o per i disabili?

Chiara: Il tutto è nato dalla lettera aperta sul diritto all’assistenza personale per le persone disabili che abbiamo pubblicato su Facebook nell’ottobre del 2017. Di solito si parla di questo argomento con dati e cifre, senza parlare dell’impatto che può avere sulla vita delle persone. La lettera partiva dalla situazione concreta di non avere assistenza o non tutta quella che servirebbe.

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Cambiare rivoluzione. Come essere realisti senza dimenticare l’utopia

da Rivista Malamente n. 22, lug. 2021 (QUI IL PDF)

Di Groupe MARCUSE (Movimento autonomo di riflessione critica per l’uso dei sopravvissuti dell’economia)

Come lo ribaltiamo il corso della storia? Dove sistemiamo la fatidica leva? Difficile trovare un punto d’appoggio… e mentre ci perdiamo nel labirinto che dovrebbe condurre a un improbabile cuore della contraddizione sociale le lotte scorrono sotto i nostri occhi, nei nostri territori, limitate e parziali, spurie e sporche, ma vive, reali, concrete. Che siano valligiani che disturbano l’alta velocità ferroviaria, piccoli allevatori contrari alla gestione informatizzata dei propri greggi o genitori che rifiutano schedature e controlli biometrici all’ingresso delle scuole (come ci raccontano gli esempi portati in questo articolo), intere comunità si muovono diffidenti e combattive, anche se talvolta non radicali come ci piacerebbe, contro un capitalismo che grazie allo sviluppo industriale e informatico sta realizzando al massimo grado il suo programma di sottomissione e dominio dell’esistente. In attesa che torni popolare la causa della rivoluzione liberatrice, discutiamo insieme su questi argomenti a partire dal testo che abbiamo tradotto da “La liberté dans le coma” (edizioni La Lenteur, 2013, nuova ed. 2019).

Non ha molto senso, a nostro parere, lottare contro gli effetti di controllo prodotti da un dispiegamento tecnologico considerato come ineluttabile con il solo obiettivo di preservare le libertà individuali. Piuttosto, è proprio tale dispiegamento, e il suo carattere ineluttabile, che bisogna mettere in discussione teoricamente e praticamente. L’urgenza non è tanto difendere «le libertà», quanto reinventare la libertà.

Opporsi all’offensiva tecnologica, interromperla, ricacciarla indietro implica un tipo di cambiamento sociale e politico inedito. Quante rivoluzioni ci vorranno per recuperare delle condizioni di vita favorevoli a un progresso del genere umano? Quante insurrezioni e sollevamenti per riorientare il corso delle cose fuori dai binari, resistenti ma flessibili, dello sviluppo economico, dell’accumulazione senza scopo e senza freni? Non è piuttosto un cambio di civiltà quello che auspichiamo? E un tale cambiamento riguarda ancora la politica, cioè l’azione degli esseri umani associati, ciò che si può insieme elaborare e istituire? O si tratta di uno slittamento talmente profondo che sfugge completamente alla coscienza e alla volontà umane, andando al di là di quel che può progettare un movimento politico o un gruppo sociale?

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Salviamo il pianeta! Smantelliamo il digitale!

Intervista a Matthieu Amiech, d Rivista Malamente n. 18, giu. 2020 (QUI IL PDF)

Matthieu Amiech, editore e saggista francese del gruppo Marcuse (Movimento autonomo di riflessione critica a uso dei sopravvissuti dell’economia), ha di recente pubblicato una nuova edizione di La Liberté dans le coma (La Lenteur, 2019), un libro che affronta di petto l’informatizzazione di ogni ambito della società in quanto problema non solo individuale ma collettivo e politico. Una questione che, se era attuale già qualche anno o mese fa, oggi troviamo assolutamente amplificata dall’epidemia di coronavirus, che sembra aver fatto della comunicazione digitale l’ancora di salvezza della nostra vita sociale. Il libro descrive come ha preso forma un mondo in cui la maggior parte delle nostre azioni quotidiane passano, sempre più “necessariamente”, attraverso le tecnologie informatiche e digitali e sono dunque automaticamente registrate. Una schedatura continuativa e di massa, nuova forma di “servitù volontaria”, possibile grazie a un consumo sfrenato di energia e risorse. Vengono inoltre approfondite le conseguenze disastrose che il modo di vita perennemente connesso ha sulla nostra autonomia, sulle nostre libertà, sulle nostre capacità di opporci alle grandi organizzazioni dalle quali dipende ormai la nostra vita materiale. Abbiamo tradotto e fuso insieme due recenti interviste ad Amiech: “Il nostro libero arbitrio è risucchiato da internet”, intervista raccolta da Kévin Boucaud-Victoire, in “Marianne”, 19 agosto 2019 e “Il digitale è al centro della catastrofe ecologica”, intervista raccolta da Gaspard d’Allens e Hervé Kempf, in “Reporterre”, 26 novembre 2019. La terza intervista, “L’isolamento in casa amplifica la digitalizzazione del mondo”, sempre raccolta da Gaspard d’Allens per “Reporterre”, è uscita il 30 marzo 2020 e affronta il rapporto tra digitale e isolamento sociale per come si è venuto a configurare nella presente fase di emergenza sanitaria.

“Reporterre”. A che punto siamo arrivati, oggi, sul fronte della digitalizzazione della vita?

Siamo andati lontano, ancora più lontano di quando abbiamo iniziato a scrivere la prima edizione del nostro manifesto contro l’informatizzazione del mondo, La Liberté dans le coma (La Lenteur, 2013). La società è oggi informatizzata da cima a fondo. Quello che è stato sottratto, non sono più solamente i mezzi di sussistenza, ma il mondo stesso, l’accesso al mondo. Nelle grandi città c’è come un fenomeno esistenziale: una cosa non esiste se non la fotografo nel momento in cui la vedo. Non ha importanza se non la registro, la catturo e la condivido sulle reti sociali. Si consulta il proprio smartphone in maniera compulsiva, da appena svegli, qualunque momento di pausa si riempie guardando il flusso delle notizie, dei messaggi o dei giochi…

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La questione abitativa in Italia: i numeri della discriminazione (#1)

La questione abitativa in Italia: i numeri della discriminazione
Di A. Soto

Io voglio: un tetto per ogni famiglia
Bartolomeo Vanzetti

La lotta per la casa, da terreno di resistenza di una minoranza attiva tra i poveri urbani, sta diventando oggi uno degli strumenti principali di opposizione sociale al modello economico e abitativo dominante. Le Marche, lontane dalla emergenza abitativa dei grandi centri metropolitani, vivono comunque da anni l’aumento della tensione e delle disuguaglianze abitative. Ad essere colpite sono le persone più sfruttate e impoverite, italiani e non, giovani e anziani. L’elemento distintivo, però, è quello di una crisi abitativa che colpisce anche nei piccoli centri. In alcuni casi riescono ad attivarsi delle reti anti-sfratto che presidiano le abitazioni per opporsi alla forza pubblica, ma la maggior parte delle esecuzioni avviene nel silenzio. Secondo dati governativi questi sono i comuni a più alta tensione abitativa: Ancona, Fabriano, Senigallia, Ascoli Piceno, Grottammare, Montegranaro, Monteprandone, Monte Urano, Porto Sant’Elpidio, San Benedetto del Tronto, Civitanova Marche, Macerata, Potenza Picena, Recanati, Colbordolo, Fano, Fermignano, Montelabbate, Pesaro, Sant’Angelo in Lizzola, Urbino. Nel 2014 sono state 2.074 le richieste di esecuzione, 1.794 gli sfratti emessi, di cui 1.700 per morosità, e 728 quelli effettivamente eseguiti nello stesso periodo.

L’articolo, che offre un quadro della situazione a livello nazionale, riassume il testo di un intervento tenuto presso uno spazio anarchico di Atene nel dicembre 2014, preparato su richiesta di alcuni gruppi locali. I dati citati sono tratti dall’Ufficio nazionale di statistica del Ministero dell’Interno, da elaborazioni dell’Unione inquilini-Cub e del Sunia-Cgil, di alcuni collettivi e dalla stampa italiana e internazionale.

Amy Casey, Sit Tight
Amy Casey, Sit Tight

 

Undici milioni sono le case sfitte in Europa. Ne basterebbero meno della metà per dare alloggio ai quattro milioni di senza tetto che abitano il continente. In Italia gli appartamenti vuoti sono due milioni e tra questi ci sono anche 40.000 case popolari, ovvero alloggi pubblici che non vengono assegnati.

Mentre milioni di case rimangono vuote, chi perde il lavoro o non riesce a ottenere il permesso di soggiorno (come è noto, dal 2003, con la legge Bossi-Fini, il rinnovo del permesso di soggiorno è legato al possesso di un contratto di lavoro) viene sfrattato e buttato in strada. Dal 2008 (scoppio della crisi) a oggi in Italia c’è stato un aumento dei provvedimenti esecutivi di rilascio di quasi il 50%. Vediamo la progressione: 1 provvedimento esecutivo di rilascio su 539 famiglie nel 2011, 1 su 375 nel 2012, 1 su 353 nel 2013, 1 su 334 nel 2014. Nel 2013 i provvedimenti sono stati 68.000, di cui 30.000 eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario e in alcuni casi della forza pubblica. Nel 2014 oltre 77.000, di cui 36.000 eseguiti (più 13,5% rispetto al 2013).

Qual è la causa degli sfratti? La morosità. Se prima del 2008 essa era la causa del 50% degli sfratti, oggi la cifra raggiunge il 90%. Anche in questo caso l’aumento progressivo negli ultimi anni è evidente, e ancor più accentuat nelle regioni “ricche” (Lombardia su tutte) e nei grandi comuni: dal 2008 al 2012 (in cinque anni quindi) sono stati emessi 290.000 provvedimenti esecutivi di rilascio di cui 240.000 per morosità. Di questi 140.000 sono stati eseguiti. Negli ultimi tre anni (2013-2015) tali provvedimenti sono stati 300.000 di cui 250.000 per morosità.

Chi sono gli sfrattati? Tutti coloro i quali pagano le conseguenze della diminuzione progressiva della retribuzione netta nell’ultimo quindicennio da una parte e dell’aumento del canone d’affitto fino al 130-150% dall’altra. Ovvero, i precari con meno di 35 anni (21%), i migranti (26%), gli anziani (38%). Il 62% per cento delle famiglie sfrattate ha figli, nel 35% dei casi il cosiddetto capofamiglia ha perso il lavoro.

Amy Casey, Extended city
Amy Casey, Extended city

 

Entro tale contesto il decreto Lupi ha rappresentato un ulteriore “salto di qualità”. Il decreto legge n. 47 del 28 marzo 2014 (“Piano casa”) contenente misure urgenti per l’emergenza abitativa, convertito in legge il 20 maggio 2014, stabilisce tra le altre cose che “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge” (art. 5). Ciò costringe migliaia di persone in una condizione di illegalità e marginalità. Senza residenza non è possibile ottenere diritti fondamentali come l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’accesso al welfare, il voto. L’art. 5 è inoltre uno strumento pensato apposta per dare ulteriore legittimità all’azione repressiva del governo. Da maggio in avanti si sono moltiplicati gli sgomberi e la criminalizzazione mediatica ha supportato quella giudiziaria: decine sono i processi contro chi occupa o prova a resistere agli sfratti e si sprecano le misure cautelari, provvedimenti emanati in maniera del tutto arbitraria dalle questure, quali tra gli altri il foglio di via, l’obbligo di dimora o l’avviso orale (per un approfondimento su questi temi consiglio la lettura dell’agile testo Difesa legale. Note per una maggiore consapevolezza a cura dell’Associazione di mutuo soccorso per il diritto di espressione di Bologna e provincia <www.mutuosoccorso.noblogs.org>).

In Italia, va da sé, non esiste nessun investimento pubblico nelle politiche abitative e anzi varie e frequenti sono state negli anni le procedure di alienazione del patrimonio residenziale pubblico (di proprietà dei comuni, degli enti pubblici, degli Iacp), fino ad arrivare all’art. 3 del decreto Lupi che nella sua versione iniziale – poi stralciata in aula – prevedeva senza tanti infingimenti la vendita del patrimonio pubblico (case popolari comprese) per fare cassa.

Ben si comprende perché da parte dei governi e delle amministrazioni locali non c’è nessun entusiasmo all’idea di costruire case popolari. Qui il canone si aggira sui 100 euro. I comuni così preferiscono spingere sulla cosiddetta edilizia convenzionata e agevolata, dove il canone è di 350 euro. Così mentre la costruzione delle poche case popolari è lentissima, gli stabili costruiti dai privati godono di una corsia preferenziale. Inoltre è evidente che limitare il numero di case popolari significa trasformare quelle esistenti in ghetti e permettere ai proprietari di tenere più alti i canoni di affitto. A questo proposito, si pensi agli studenti, tra i più colpiti dal caro affitti. In Italia ci sono 600.000 fuori sede non pendolari che sono costretti a spendere l’80% del proprio budget in affitto. A Milano si pagano fino a 400 euro per un posto letto e 700 euro per una camera singola; a Roma 300 euro per un posto letto e 700 euro per una camera singola. E a queste cifre non ci si può sottrarre: il sistema universitario offre posti letto in strutture organizzate ad appena il 2% degli studenti fuori sede (contro il 10% in Francia e il 20% nei paesi del Nord Europa).

Amy Casey, CityKnotStudy
Amy Casey, CityKnotStudy

 

Per fuggire dal caro affitti servirebbero, evidentemente, le case popolari. Ma queste sono poche e le liste d’attesa per accedervi sempre più lunghe. A Bologna a fine anni Novanta in lista per una casa popolare (allora come oggi poteva essere iscritto solo chi aveva un reddito) c’erano circa 4.000 persone: oggi sono il doppio, e di case ne vengono assegnate 400/500 all’anno. A Milano sono 23.000 in attesa e ne vengono assegnate 700. In tutta Italia ci sono 65.000 persone in attesa di entrare negli alloggi popolari.

Nel nostro paese solo il 6% del patrimonio immobiliare è di edilizia residenziale pubblica, contro il 18% della Francia e il 21% della Germania e le case in affitto costituiscono appena il 25% del patrimonio immobiliare: il resto sono di proprietà. Per decenni i governi hanno spinto per fare della casa di proprietà uno status symbol e migliaia di famiglie pur di comprare si sono indebitate con le banche. Non è un caso che le banche in Italia, nell’ultimo anno, si siano mangiate mille appartamenti: sono pignoramenti per insolvenza che colpiscono chi non riesce a pagare le rate del mutuo “prima casa”.

Questi numeri evidenziano la legittimità, e necessità, del movimento di lotta per la casa. Un movimento autorganizzato e diffuso, con specificità diverse a seconda della situazione locale, capace di ottenere notevoli risultati concreti. Prendiamo le due principali città italiane: a Milano nel 2014 ci sono state 1.000 occupazioni di alloggi popolari vuoti (1.278 tentativi, 732 riusciti), a Roma 5.000 occupazioni nell’ultimo anno (e 300 sgomberi). Questo movimento oggi ha un doppio obbiettivo: risolvere il problema qui e ora attraverso i picchetti antisfratto e la pratica delle occupazioni e aprire un discorso pubblico per l’abolizione del “Piano casa” e per il blocco generalizzato di sfratti e sgomberi. È chiaro a tutti, d’altra parte, che per fare cambiare il vento, e ottenere quindi massicci investimenti in favore dell’edilizia pubblica popolare, c’è bisogno di allargare e radicalizzare il movimento di lotta, così da mettere i governi con le spalle al muro. Un’eventualità, quest’ultima, temuta non poco dalle nostre classi dirigenti, pronte a scatenare polizia e giudici contro chi è colpevole di cercare un tetto sotto cui provare a costruirsi una vita degna.

Amy Casey, Support system
Amy Casey, Support system

A Kobane si combatte ancora (#1)

A Kobane si combatte ancora
Intervista a Karim Franceschi, volontario da Senigallia con le YPG in Rojava da gennaio a marzo 2015. Raccolta da Vittorio a maggio 2015.

Karim a Senigallia
Karim a Senigallia

 

“Qui si combatte, si muore, ma anche si vince per la libertà e l’emancipazione di tutti i popoli. Aiutate, italiani, la rivoluzione spagnuola. Impedite al fascismo di appoggiare i generali faziosi e fascisti. Raccogliete denari. E se per persecuzioni ripetute o per difficoltà insormontabili, non potete nel vostro centro combattere efficacemente la dittatura, accorrete a rinforzare le colonne dei volontari italiani in Ispagna. Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa”.
Carlo Rosselli, discorso pronunciato alla radio di Barcellona il 13 novembre 1936.

Io partirei chiedendoti se questa che tu hai fatto è stata la tua prima esperienza di solidarietà internazionale o come vuoi definirla, e cosa pensi delle altre esperienze che hai visto attorno a te prima di questa, ad esempio il Chiapas o la Palestina.

Io ricordo il mio ingresso nei centri sociali nel movimento dell’Onda e c’erano compagni come Serena che seguivano la questione del Chiapas molto da vicino e ricordo l’entusiasmo con cui lo facevano e le possibilità che questa cooperazione internazionale aveva aperto per il movimento dei centri sociali italiano e per i compagni. Ricordo tutta la questione dell’analisi politica aperta attraverso questi tipi di esperienze ed era stato qualcosa che aveva arricchito moltissimo i centri sociali e ci aveva arricchito tantissimo a noi come militanti dandoci anche una nuova spinta rivoluzionaria. Io ricordo bene questa cosa quando ero arrivato anche se poi la prima volta che ho seguito una questione internazionale l’ho fatto per il Rojava, parliamo di sei anni dopo e sono andato lì. Siamo arrivati nel Rojava molto in ritardo, il Rojava è un esperimento che è andato avanti per tre anni e noi siamo arrivati lì solo quando attraverso Kobane c’era stato il botto mediatico, perché Kobane era stata assalita, perché insomma era una città in gravissima crisi umanitaria. L’ISIS è un’organizzazione che tira tantissimo dal punto di vista mediatico e la situazione che si era creata ci ha fatto aprire gli occhi anche a noi. C’è da dire che il nostro movimento dal punto di vista internazionale ma anche dal punto di vista locale è stato indebolito tantissimo negli anni e dall’altra parte nel Rojava c’è un grandissimo muro linguistico e culturale per cui a noi in Europa, e soprattutto in Italia, ci è arrivato veramente pochissimo: le pubblicazioni, tutta la discussione pubblica, internet, comunicati non c’era quasi niente di tradotto in inglese e praticamente niente in italiano. Siamo andati lì con la mente quasi vuota su quello che stava succedendo laggiù, eravamo molto aperti ed abbiamo iniziato con la città sotto assedio a conoscere il Rojava ad intrecciare rapporti anche umani e politici, a creare rete, a sederci con i loro responsabili a parlare dei problemi, della sperimentazione politica, di cosa è il confederalismo democratico che ancora non capivamo bene proprio per questa mancanza di documentazione tradotta in inglese o in italiano. Fondamentalmente è una cosa ancora nuova, ci stiamo organizzando adesso anche con questa staffetta che usa lo stesso metodo organizzativo utilizzato da Ya Basta per il Chiapas, cioè la carovana. Stiamo organizzando carovane aperte non soltanto ai centri sociali, perché i centri sociali sfortunatamente sono così deboli che con delle carovane autonome fanno veramente poco, e quindi una cosa che stiamo cercando di fare sul modello del Chiapas è di conoscere ed instaurare dei rapporti con queste realtà del Rojava. Questa sperimentazione politica rappresentata dal confederalismo democratico parla fondamentalmente di autonomia, parla di lotta di classe, parla di una minoranza etnica schiacciata da politiche capitaliste e da grandi interessi economici e parla di lotta armata.

Karim tra i combattenti kurdi
Karim tra i combattenti kurdi

 

La differenza che vedo rispetto al Chiapas è che quella esperienza nasceva in uno scenario internazionale completamente diverso. Nella fine degli anni ’90 c’era il movimento contro la globalizzazione capitalista, si stava costruendo una rete internazionale di contatti e di scambi tra attivisti, ancora prima di Seattle che fu nel 1999. Un aspetto forte di quell’esperienza del Chiapas fu quello di creare una nuova rete tra tanti compagni. Questa lotta del Rojava esplode nel mezzo di una lunga guerra civile. Per noi la guerra caratterizza purtroppo il medio-oriente da sempre, da quando ne abbiamo memoria c’è stata sempre una guerra da quelle parti. Andare dentro quel conflitto è diverso da andare in una situazione come quella del Chiapas dove c’era e c’è una guerra a bassa intensità, ma dove potevi anche evitarla se volevi. Se uno invece va in Rojava è impossibile evitare la guerra. Come la vivono i compagni della tua generazione?

Questa è una grande domanda, e sentendola mi ha illuminato dei punti che avevo oscuri. Questa capacità di intrecciare rapporti con gli altri gruppi politici c’è in Rojava, ma per farlo devi entrare in Rojava non lo puoi fare da Suruc, dal confine turco, perché al confine turco ci rimangono i giornalisti, le ONG. I gruppi politici sono dentro il Rojava che combattono ed hanno dei fronti aperti, hanno le loro sedi dentro le basi e sono tutti armati. Per intrecciare rapporti con loro ci devi entrare dentro. Il problema qual è? È che quelli che entrano dentro sono tutti gruppi politici strutturati, hanno un minimo di struttura ed organizzazione perché altrimenti non puoi impegnarti in quel tipo di lotta. Io penso che se la questione Rojava fosse avvenuta nel periodo della questione Chiapas non staremmo facendo questo discorso perché in questo momento c’è un enorme indebolimento dei movimenti rivoluzionari in Europa e soprattutto in Italia e questo porta al fatto che fondamentalmente dall’Italia nessun movimento si è impegnato a mandare militanti a partecipare alla lotta armata ma non ha neppure aperto una discussione su questo fatto qua. Non è tanto grave il fatto di non mandare combattenti o non mandare militanti che comunque possono fare anche altri lavori in queste zone di guerra oltre che combattere, la cosa più grave è che non si è nemmeno aperta una discussione su questa cosa.

Kobane vista dal confine turco - Foto di Maria Novella De Luca
Kobane vista dal confine turco – Foto di Maria Novella De Luca

 

Perché secondo te? Ormai che hai aperto tu la questione, una domanda te la faccio. Quando ho saputo della tua storia ho pensato “adesso un sacco di gente partirà dietro Karim” perché io se avessi avuto la possibilità, cioè se non avessi dei figli, penso che sarei partito. E invece ho visto che non c’è stata questa cosa, non voglio dare un giudizio se sia giusta o sbagliata questo tipo di scelta ma mi aspettavo che si sollevasse un dibattito. E che ci fosse una presa di posizione e invece questa cosa non sta avvenendo. Perché?

In realtà non faccio politica, faccio politica ma non mi interessa fare il politico, io dico quello che penso. Anzitutto sono partito in semi-clandestinità, ho avvertito pochi compagni del fatto che sono partito e molti l’hanno saputo sotto forma di shock. C’è una ragione se sono partito come sono partito. Quando con dei noti compagni che hanno responsabilità nel movimento avevo accennato al fatto che sarei poi partito ho ricevuto delle risposte molto chiare: non vogliamo averci niente a che fare. A quel punto mi sono organizzato da solo, mi sono autofinanziato il viaggio e tutto il resto senza coinvolgere assolutamente nessuno all’interno del movimento. Una volta che io ero lì e si è saputo a livello pubblico, la mia presenza ha avuto un impatto mediatico ma non si è aperta nessuna discussione. Il motivo secondo me è che come movimento da troppo tempo ci siamo abituati ad uno stile di vita che non è rivoluzionario ma abitudinario, le nostre pratiche cercano di tutelare uno stile di vita che è quello del compagno dei centri sociali, piuttosto che perseguire l’obiettivo della lotta di classe e della rivoluzione. Questa scelta avrebbe prodotto un distacco netto da quello stile di vita, penso che non ci fossero compagni non tanto nel movimento ma ai vertici del movimento pronti a mettersi a rischio più del solito e quindi a mettere a rischio uno stile di vita. Io penso che se si fosse aperto un tavolo di discussione qualcuno sarebbe venuto laggiù ma il fatto che non si sia aperto ha tolto ogni possibilità che questo avvenisse. Sono stato contattato da tantissima gente sui social che mi chiedeva informazioni su come andare, che voleva andare lì a combattere ma parliamo di centinaia di persone, ovviamente io per ragioni di sicurezza e ragioni legali non ho risposto a nessuno di questi, ho mandato a cagare un po’ tutti, ma nessuno di questi era dei centri sociali.

Kobane, aprile 2015 - Foto di Maria Novella De Luca
Kobane, aprile 2015 – Foto di Maria Novella De Luca

 

Per i kurdi che importanza hanno avuto l’adesione diretta, il sostegno diretto alla loro lotta armata in Rojava da parte degli internazionalisti? È qualcosa che a loro interessa perché ha un potere simbolico di mostrare che esiste una solidarietà internazionale fattiva, è una necessità militare o è un modo loro di intendere la solidarietà internazionale? In altri conflitti abbiamo visto come gli internazionali, specialmente i nordamericani e gli europei abbiano giocato un po’ la parte dei cugini ricchi che vanno in giro, finanziano, fanno iniziative di solidarietà ma a cui spesso manca un piano di condivisione materiale forte. In Chiapas c’era un po’ una via di mezzo, noi andavamo al di là del cugino ricco che porta i soldi, partecipavamo in maniera pratica alla vita delle comunità, alla loro autogestione, alla costruzione degli ospedali e delle scuole, al livello di partecipazione pubblica in delle manifestazioni che a volte erano anche dure. La scelta di partecipare nell’EZLN non veniva promossa da loro, ti dicevano: non abbiamo bisogno di guerriglieri europei, abbiamo bisogno di cooperanti, di giornalisti… perché secondo te i kurdi hanno aperto questo canale, avrebbero potuto dire facciamo da soli…

Senza offesa per chi ha partecipato all’EZLN, ma il livello di apertura e di crescita che offre il Rojava chi ha partecipato all’EZLN se l’è solo sognato, perché è tutte queste cose insieme: ha un significato simbolico, ha un significato ideologico, di cooperazione, tutte queste cose messe insieme perché una volta che tu vai lì finché fai parte delle organizzazioni umanitarie che portano aiuti arrivi a un certo livello per loro, sei un grande amico. Quando vai lì ed entri insieme con loro nel campo di battaglia non devi per forza entrare dentro lo YPG[1] perché ci sono gruppi politici che portano dentro Kobane il simbolo della propria organizzazione politica e non sono YPG, sono anche internazionali e si portano il loro simbolo. Per loro è una cosa enorme avere internazionali che combattono con loro perché molti che combattono nello YPG non vengono da organizzazioni politiche. Anche i curdi vengono dalle campagne della Siria e non sono nemmeno politicizzati, per loro vedere un italiano, un americano che combatte con loro gli fa saltare tutto il processo di ideologizzazione in un secondo, non hanno bisogno di sei mesi, un anno per capire perché stanno lì a combattere. Perché sognano tutta la loro vita di andare a vivere in uno di quei paesi e vedere un americano combattere insieme a loro lì, li fa capire immediatamente anche a loro perché sono lì a combattere ed è un enorme apporto per il morale della truppa e sembra una cavolata ma quando tu sei lì capisci che il morale determina il vincitore in un campo di battaglia. Durante una battaglia, durante una guerra il morale determina se la truppa scapperà o resterà a combattere e fondamentalmente è quello a decidere il risultato. Poi per loro ha anche un’importanza per diffondere la loro ideologia, per loro è importante dare degli strumenti anche alle altre organizzazioni politiche e non ne hanno bisogno, non hanno bisogno di questi che sono su tutte le liste terroristiche della Turchia, di questi gruppi comunisti, non hanno bisogno di questa cattiva pubblicità, non hanno bisogno di far venire i loro militanti a costruire fronti, a specializzarsi. Non ne hanno bisogno ma lo fanno ugualmente perché per loro la cosa più importante è la loro anima, l’ideologia del confederalismo democratico è più importante della stessa Rojava in Siria, per loro può saltare la Siria ma non può saltare la loro anima, per mantenerla in vita si sentono obbligati a dare sostegno a tutte quelle altre organizzazioni e gruppi che si autodefiniscono anticapitalisti.

 

Facevamo il paragone con un ciclo precedente di movimento che aveva visto nel Chiapas il centro di formazione umana e politica; oggi invece il Rojava e il conflitto in Siria sono dentro una guerra più sporca, più cattiva. Per chi guarda dall’Occidente la guerra civile siriana appare come un caos in cui è difficile capire come schierarsi. Anche il discorso sulla resistenza in Irak durante l’occupazione americana aveva paralizzato i movimenti perché una volta che non si era riusciti a fermare la guerra con le manifestazioni pacifiste tutto quello che è successo dopo è apparso come un campo di violenza incomprensibile dove noi europei non avevamo niente da dire, niente da dare. In Siria invece è successa una cosa particolare: dei combattenti europei che sono andati con l’ISIS, tu ne hai parlato in qualche intervista. Perché spesso si dice che chi va a combattere con IS è gente che è fallita in Europa?

Queste sono stronzate, chi va a combattere con l’ISIS sono medici, laureati che rinunciano a paghe da 100 mila o 200 mila dollari all’anno per andare lì, persone che si laureano con i massimi dei voti negli Stati Uniti o in Europa e vanno lì. È ridicolo dire che sono persone che hanno fallito in Occidente, una gran parte sicuramente sono spinti dall’ostracizzazione, dalle politiche anti-islamiche che l’ISIS adora, perché la maggior parte dei musulmani sia laggiù che qua sono moderati, una piccolissima parte è quella radicale. La loro strategia è fare sì che i moderati vengano cacciati dalle comunità e società europee ed occidentali in modo tale che trovandosi isolati debbano guardarsi fra loro e andare a radicalizzarsi ed aumentare il loro bacino di militanti. L’ISIS si è presentato come l’unica realtà, prima del Rojava, che per generazioni abbia combattuto l’imperialismo ed il capitalismo. Come movimenti abbiamo smesso così tanto di combattere l’imperialismo che abbiamo iniziato a dire che l’imperialismo non esiste o che l’imperialismo è una cosa che non esiste come qualcosa di assolutamente cattivo. Fondamentalmente abbiamo smesso di combattere ma non solo noi, quelli di sinistra nel mondo hanno smesso di essere un avversario credibile per questa enorme macchina di distruzione che sono l’imperialismo ed il capitalismo e sono rimasti solo loro. Cinquanta anni fa ovunque andavi nel mondo potevi combattere sotto una specie di falce e martello: le rivoluzioni della sinistra erano ovunque in qualunque continente si poteva combattere, a Cuba, Laos etc… adesso non c’è più niente. I compagni, anche qua in Europa andavano a formarsi in Palestina dove c’era la sinistra, adesso la Palestina è tutta in mano ai radicali islamici, non all’ISIS, ai radicali islamici, e anche nella Freedom Flottilla sono tutti salafiti estremisti islamici. Anche in Tunisia quando i compagni hanno provato a fare qualcosa sono stati schiaffeggiati dai radicali islamici che hanno tutta la forza militare, li hanno messi in un angolo ed i compagni sono stati zitti e sono tornati a fare quello che sanno fare cioè parlare. Le sinistre hanno perso in tutto il mondo credibilità nel fare la rivoluzione e adesso in mano ce l’hanno questi radicali islamici e l’ISIS e quelli che ad un certo punto vedono che hanno bisogno di un marchio, di nuove armi e finanziamenti, si guardano intorno e comprano dentro il franchising dell’ISIS e questo si espande senza aver bisogno di raggiungere un posto con le forze armate. Adesso il Rojava è veramente piccolo, noi parliamo del Rojava come se fosse l’unica soluzione, ma noi parliamo di tre città e la loro piccola regione intorno che è un cantone e che è un piccolo pezzo della Siria. I cantoni di Kobane e di Afrin nella regione di Aleppo sono fondamentalmente qualcosa di più di una città. L’unico cantone che si sta espandendo a livello territoriale è quello di Cezire ed è lì che i compagni di tutto il mondo hanno la possibilità di formarsi militarmente e di partecipare ad una lotta armata di sinistra, socialista.

Kobane, aprile 2015 - Foto di Maria Novella De Luca
Kobane, aprile 2015 – Foto di Maria Novella De Luca

 

Questa è una grossa differenza rispetto alle esperienze del passato e che riporta alla memoria in bianco e nero della guerra di Spagna.

No, a me non la ricorda perché per la guerra civile spagnola solo dall’Italia erano partiti in 5000, c’erano brigate internazionali, una brigata sono 300 persone… (ride) cazzo qui non c’è un compagno internazionale che vada a combattere a Cezire, la maggior parte sono militari, persone che fanno il soft air, a cui piacciono i giochi di guerra o invece persone normali che partono anche per ragioni umanitarie, che dicono: “guarda la gente viene massacrata da ’sti bastardi dell’ISIS e nessuno fa un cazzo, io vado lì a combatterli, a dare una mano, non ho mai avuto un’arma in mano non ho una ideologia politica e vado lì a combattere, a dare una mano per una questione umanitaria”. La maggior parte sono così anche se ultimamente hanno cominciato ad arrivare dei compagni: ho visto due anarchici dall’Europa a Kobane ma arrivavano anche per non andare in galera perché hanno avuto delle sentenze di carcere lungo, si dovevano fare 20 anni di galera e sono venuti là per non andare dentro. Io non vedo compagni che si organizzano per tenere fronti, l’unica eccezione sono i compagni turchi, dei partiti turchi, non hanno grandissimi numeri ma stanno andando lì con numeri consistenti e stanno offrendo un aiuto consistente e reale. Fare un paragone con la guerra civile spagnola è assurdo, i compagni internazionali sbilanciavano la cosa da una parte, è ridicolo, anzi se si vuole fare un paragone con la guerra civile spagnola bisogna farlo con l’ISIS perché lì si che arrivano migliaia di internazionali dall’Europa e fanno la differenza per quanto riguarda il campo di battaglia e l’apporto militare.

 

Una critica che viene fatta in Europa per quanto riguarda le donne nella situazione del Rojava è che fare la guerra sia qualcosa di molto maschilista. Si vedono le forze guerrigliere curde femminili ma resta una diffidenza nei confronti del fatto che la guerra sia qualcosa di dominato da una logica maschile. Cosa pensi della situazione delle donne qui e laggiù?

Penso che le donne qui in Europa siano più oppresse che nel Medio Oriente perché per lo meno nel Medio Oriente si sentono oppresse, sanno di vivere di merda e si vorrebbero levare quel cazzo di velo, qua si sentono libere, buon per loro. Ma qua anche io tra i compagni nei centri sociali ne vedo davvero poche di donne ai vertici, io ne vedo davvero poche di compagne che guidano movimenti. Noi parliamo del Rojava dove le donne comandano, le donne guerrigliere combattono meglio degli uomini. Non parlo di quelle che vengono dalle montagne, ci sono infatti i “cugini” che vengono dalle montagne, da vent’anni di esperienza nella guerriglia. Io parlo di donne che vivevano in Siria e che hanno sempre visto la madre con il velo mangiare in cucina separata dal marito, sfornare otto figli senza lavoro, senza diritto di voto, marginalizzate dalla vita sociale e pubblica, per quanto riguarda la sfera di potere tutta in mano ai maschi, loro vengono da queste famiglie. Io le ho viste nell’addestramento, mi ci sono addestrato i primi 4-5 giorni e poi le ho riviste a Kobane. Le ho riviste in altri campi di addestramento: sono le peggiori quando si addestrano, si lamentano sempre, corrono meno di tutti si sfiancano dopo un giro di corsa di 100 metri non riescono più a camminare, e poi le rivedi due o tre mesi dopo sul campo di battaglia in prima linea, combattono più feroci degli altri, non scappano mai, sono motivo di ispirazione per tutti gli altri. Nei fronti caldi li vedi con il telefono in mano i capitani delle YPG che chiamano a Kobane e che chiedono che le donne delle YPJ[2] vengano a dare una mano perché sono una garanzia e sono le migliori combattenti. E quando io le ho viste in addestramento con la mia mentalità europea ho detto: “è tutta una cosa mediatica”. Poi le ho riviste nel campo di battaglia: piangono ma non scappano, mantengono la loro femminilità, non alzano mai la voce quando parlano tra loro, mantengono dei tratti estremamente femminili ma poi in battaglia combattono meglio degli uomini. Ma perché fondamentalmente tutta questa idea militare che abbiamo qua dei muscoli degli allenamenti e dei pesi, tutta questa mentalità militaristica americana con gli sport estremi che ti spingono al limite fisico sono tutte puttanate, laggiù non fanno sport, non lo fanno, lo fai per addestrarti, per abituarti a certe movenze, serve più a livello psicologico. I guerriglieri non si allenano, sono magrolini, sono un po’ debilitati, qualcuno è un po’ più ciccio, tutto quello che serve è coraggio e quello ce l’hanno da vendere. Ma per liberarsi da quel tipo di cosa lì io non so quale sia la chiave e non so nemmeno se ci sia. Di fatto però quelle donne stanno lì e combattono meglio degli uomini, non ti so spiegare bene ma sicuramente là le donne sanno meglio degli altri quello per cui stanno combattendo.

Kobane, aprile 2015 - Foto di Maria Novella De Luca
Kobane, aprile 2015 – Foto di Maria Novella De Luca

 

Oltre al Rojava, vedi qualcosa in Medio Oriente in altre zone che possa andare in quella direzione? C’è una nuova tendenza in atto o il Rojava è un faro nella notte?

È un faro nella notte che non si spegne in nessuna maniera. Io mi sto continuando ad esercitare nel kurdo, ho scaricato manuali e dizionari per comprendere meglio la grammatica perché penso che lo scalino più importante da superare sia la barriera linguistica. In realtà basterebbe sapere il turco, perché il faro non è partito dalla Siria ma fondamentalmente è partito dalla Turchia ed è la che ci sono tanti partiti e movimenti politici che sono di quello stampo. A noi mancano ancora le connessioni con quei movimenti e partiti politici. Sicuramente arriverà da lì un’ondata di cambiamento, prima di tutto arriverà in Turchia. Tanti compagni sono andati in Rojava e si sono formati e quando quelli torneranno in Turchia ce ne accorgeremo. Per quanto riguarda l’Europa non so bene quale sia la situazione, per ora quelli che so che si sono mossi in maniera concreta sono i tedeschi ma loro hanno sempre avuto con la Turchia relazioni più strette per una questione legata alle seconde generazioni e tanti nei movimenti tedeschi parlano il turco. Penso però che ci sia una grandissima opportunità anche per i movimenti italiani. Io non so ancora cosa farò, sto cercando di riprendermi dallo shock dal punto di vista umano, sono stato a Kobane ed ho ancora in qualche maniera uno shock post-traumatico ma non è PTSD[3] (ride). Ho bisogno di riambientarmi anche per non fare cose da matti, ma io vedo un grandissimo potenziale venire da lì a qua. Quello che sto cercando di capire è se i centri sociali siano il veicolo per questo potenziale o se sia necessario ricostruire qualcosa da zero.

 

[1] YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Difesa del Popolo) sono le forze armate kurde del Rojava.

[2] YPJ (Yekîneyên Parastina Jin – Forze di Difesa delle Donne).

[3] Sigla per Post-traumatic stress disorder, diagnosi psicologica di uno stato di forte ansietà e sofferenza dovute all’esperienza di eventi traumatici.