Cambiare rivoluzione. Come essere realisti senza dimenticare l’utopia

da Rivista Malamente n. 22, lug. 2021 (QUI IL PDF)

Di Groupe MARCUSE (Movimento autonomo di riflessione critica per l’uso dei sopravvissuti dell’economia)

Come lo ribaltiamo il corso della storia? Dove sistemiamo la fatidica leva? Difficile trovare un punto d’appoggio… e mentre ci perdiamo nel labirinto che dovrebbe condurre a un improbabile cuore della contraddizione sociale le lotte scorrono sotto i nostri occhi, nei nostri territori, limitate e parziali, spurie e sporche, ma vive, reali, concrete. Che siano valligiani che disturbano l’alta velocità ferroviaria, piccoli allevatori contrari alla gestione informatizzata dei propri greggi o genitori che rifiutano schedature e controlli biometrici all’ingresso delle scuole (come ci raccontano gli esempi portati in questo articolo), intere comunità si muovono diffidenti e combattive, anche se talvolta non radicali come ci piacerebbe, contro un capitalismo che grazie allo sviluppo industriale e informatico sta realizzando al massimo grado il suo programma di sottomissione e dominio dell’esistente. In attesa che torni popolare la causa della rivoluzione liberatrice, discutiamo insieme su questi argomenti a partire dal testo che abbiamo tradotto da “La liberté dans le coma” (edizioni La Lenteur, 2013, nuova ed. 2019).

Non ha molto senso, a nostro parere, lottare contro gli effetti di controllo prodotti da un dispiegamento tecnologico considerato come ineluttabile con il solo obiettivo di preservare le libertà individuali. Piuttosto, è proprio tale dispiegamento, e il suo carattere ineluttabile, che bisogna mettere in discussione teoricamente e praticamente. L’urgenza non è tanto difendere «le libertà», quanto reinventare la libertà.

Opporsi all’offensiva tecnologica, interromperla, ricacciarla indietro implica un tipo di cambiamento sociale e politico inedito. Quante rivoluzioni ci vorranno per recuperare delle condizioni di vita favorevoli a un progresso del genere umano? Quante insurrezioni e sollevamenti per riorientare il corso delle cose fuori dai binari, resistenti ma flessibili, dello sviluppo economico, dell’accumulazione senza scopo e senza freni? Non è piuttosto un cambio di civiltà quello che auspichiamo? E un tale cambiamento riguarda ancora la politica, cioè l’azione degli esseri umani associati, ciò che si può insieme elaborare e istituire? O si tratta di uno slittamento talmente profondo che sfugge completamente alla coscienza e alla volontà umane, andando al di là di quel che può progettare un movimento politico o un gruppo sociale?

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“Del nostro meglio” – Viaggio nel mondo dello scautismo

Intervista collettiva di Luigi agli scout e alle scout del CNGEI Sezione di Fermignano (PU)
Da Rivista Malamente #23 (novembre 2021)

Può una rivista che si chiama “Malamente”, scritta e letta da dei poco di buono, parlare di scautismo? Forse qualcuno/a storcerà il naso, convinto che gli scout siano giovani soldatini di Cristo e di Baden-Powell o, al limite, bravi/e ragazzi/e in grado di accendere un fuoco e stringere nodi, ben disciplinati in un’organizzazione gerarchica.

Con questa intervista collettiva al Grufe – la Sezione scout di Fermignano (PU) –, vogliamo smontare alcuni pregiudizi consolidati ma fuorvianti.

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C’era una volta il miele

Di Tommaso, Apicoltura Corbecco

Come preannunciato, gli effetti della crisi climatica che la nostra epoca ha generato sono sempre più espliciti e invasivi. Gli anelli più delicati dell’ecosistema sono ovviamente i contesti in cui gli effetti risultano più visibili.

Dal punto di vista molto specifico del nostro mestiere osserviamo ormai da più di dieci anni un peggioramento della salute e della vitalità delle api. Ma è negli ultimi quattro o cinque che il fenomeno è ancora più evidente.

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Boomer Covid Blues

Di Leucocita

Senigallia fine estate: dopo mesi di siccità i primi acquazzoni hanno allagato le strade ma ancora in tanti devono consumare le proprie vacanze, in tanti hanno ancora i voucher da spendere dopo mesi e mesi di lockdown, zone colorate, coprifuoco e altri variopinti ostacoli alla libera vita sociale. Così, mercoledì sera, il centro storico era pieno. I vecchietti che fanno crocchio più curvi del solito perché con la mascherina non si sente niente e se sei già mezzo sordo è pure peggio, le famiglie con due gelati gocciolanti per mano, il sassofonista stonato che chiede un obolo, i negozi aperti. Tutto normale insomma o quasi.

Nel raggio di cinquecento metri si sfidano due piazze che oggi si trovano paradossalmente divise e polarizzate. In piazza Roma va in scena l’avvocato Erich Grimaldi con la sua Unione per le cure, i diritti e le libertà. Il tricolore e il blu sovranista sullo sfondo del volantino che qualcuno m’ha girato su Telegram non promettono bene, ma capisco l’importanza delle cure precoci e voglio andare a sentire cosa dicono e a vedere chi c’è. Tra i vacanzieri e i manifestanti venuti da fuori non si parcheggia da nessuna parte, ne approfitto per una boccata di thc sul bordo del fiume maleodorante e mi butto nella mischia.

La piazza è piena, siamo tutti vicini, in un grande calore umano: cori «vergogna», «vogliamo le cure», applausi, lucette del cellulare accese perché – urla Grimaldi al microfono ­– «siamo la luce sulla strada della verità!». Niente da dire, tutti molto presi bene. Sul palco improvvisato sotto il palazzo storico del Comune, l’avvocato in perfetto completo blu, cravatta e camicia bianca arringa i presenti dietro uno striscione con scritto «Piemonte – terapia domiciliare precoce covid-19». In piazza, la statua del Monco (o Fontana del Nettuno, per le guide turistiche) mi conferma che siamo a Senigallia nonostante la crescente dissociazione cognitiva.

Il matador della piazza dice poco, evita di prendere una posizione chiara sui vaccini, lascia intendere che le cure precoci siano la soluzione e che «loro» la stiano ostacolando per oscuri interessi. Altrettanto oscuro nel suo discorso quali siano le medicine usate.

Applausi, cori, «vergogna!».

Quando finisce il suo intervento dove ha minacciato di denunciare tutti di diritto e di rovescio lascia la parola alle testimonianze delle attiviste della pagina Facebook Terapia domiciliare Covid19. La cosa forse si farà interessante, spero.

Prende la parola Federica, farmacista di Osimo, che prova a raccontare la sua esperienza come moderatrice del sito, ma viene interrotta di continuo dai commenti dell’avvocato che cerca l’applauso, che si esibisce in un fastidioso mansplaining continuo. Poi è la volta di un’altra giovane donna che racconta dei genitori assistiti online da un medico di Venezia. Quando la moderatrice le chiede ottimista se i genitori siano stati guariti dalla terapia a distanza la risposta è un imbarazzato «non ancora». Seguono applausi, anche io inizio a prendermi bene, la canna fa il suo effetto, forse sono solo pregiudizi quelli che mi tengono lontano da questa passione civile che sta sbocciando…

Il nostro eroe non si lascia sfuggire la possibilità di parlare sopra la giovane donna per tessere le lodi di Facebook: «Zuckerberg mi deve ringraziare» afferma in uno slancio di modestia. E continua… «noi mettiamo in contatto il paziente con il medico». La piazza come direbbe mio figlio è piena di boomer e Facebook è evidentemente LA infrastruttura comunicativa che tiene insieme tutto. I medici vengono citati in continuazione ma stasera qui in piazza non parlano né sono presenti.

Mi guardo attorno e riconosco facce amiche, conoscenti, colleghi e colleghe, età media over quaranta. Siamo così tanti che si fatica a muoversi, quasi nessuno porta la mascherina, io da vaccinato mi sento sereno e comunque sono abituato a stare in mezzo alla gente, ma già mi aspetto i commenti acidi in calce alla diretta social che sta andando avanti con più di duemila spettatori. Qua del virus neanche l’ombra. La piazza lo allontana con il suo esorcismo.

Intanto la testa mi gira un po’, forse sarà l’effetto delle continue minacce di denuncia che volano dal microfono, ogni volta faccio le corna per un vezzo scaramantico. Stanco del tono urlato mi allontano per ficcare il naso nella seconda piazza, quella dei virologi esperti con tanto di instant book pubblicato da Rizzoli e affini. L’evento si svolge poco lontano, all’aperto, davanti alla placida scuola elementare Pascoli. Nel grande giardino ecco polizia, carabinieri, vigili urbani e l’immancabile digos che passeggia su e giù con fare sornione. Temono che la piazza delle cure domiciliari vada a chiedere un consiglio ai virologi… Ma niente, ci si annoierà come al solito anche stasera!

Oltre il variopinto cordone di forze dell’ordine spunta il temibile dispositivo smart dell’odiato green pass. I giovani precari di una cooperativa controllano l’ingresso transennato. Tra loro un amico con forse più denunce di me, che oggi è stato investito dal prefetto della qualifica di “pubblico ufficiale”. Inizio a ridere di cuore. Però i biglietti online sono finiti e non si può entrare. Tra noi e la platea piena di posti vuoti c’è una terra di nessuno che neanche all’aeroporto di Kabul… Faccio notare il paradosso di un importante evento di divulgazione scientifica durante la pandemia che respinge chi vuole ascoltare e chiedo di entrare. Niente da fare con le buone. Ma quando il gruppo dei curiosoni raggiunge la massa critica di una decina di persone insistiamo, minacciamo di entrare lo stesso, «dai che stasera si fa casino» e alla fine la responsabile accetta. Scatta il rituale di evocazione del virus invisibile: green pass controllato con QR code, controllo della temperatura, mascherine d’ordinanza… per entrare in un giardino all’aperto!

Infine riusciamo ad approdare alla corte dei virologi. Gente preparata per carità, Guido Silvestri è sicuramente uno che ne capisce e che ha portato un minimo di razionalità nel delirio dei 5Stelle al governo; l’altro luminare, Clementi, è decisamente più odioso ma che vuoi… per uno che viene dalla sanità privata lombarda è già tanto se non mi prende l’orticaria solo a vederlo. Dal palco ci raccontano come negli Stati Uniti sappiano fare le cose. Non si capacitano della scarsa cultura scientifica degli italiani, lanciano i loro saggi consigli. La platea applaude distanziata e timida, accompagnata da un buffo accompagnamento musicale dell’imperturbabile maestro Celidoni.

L’intervento del sindaco Olivetti, appena dopo la lezione dei virologi, mi fa dubitare della bontà delle molecole della Cannnabis Indica perché non riesco a capirlo tanto è ricco di aporie, anafore e cazzate.

Seguono domande importanti: «quest’anno scolastico rischiamo di nuovo la DAD?», «dovremo vaccinarci di nuovo con altre dosi?». I virologi provano a mettere insieme una risposta, ma è chiaro che neanche loro riescono a guardare oltre l’orizzonte, e poi è già notte e arriva anche un amico ubriaco che vuole andare a fare l’ultima birra. Si parte.

In giro per il centro storico ancora tanti vacanzieri spensierati. Non sembra proprio di essere nel mezzo della peggiore pandemia dai tempi della influenza spagnola.

Qualche digossino deluso dialoga nella piazza dell’avvocato, i carabinieri fanno la siesta sotto i cappelli, ultimi selfie.

In birreria, al bancone dove nessuno ha la minima passione per controllare il famoso green pass, dei luminosi 2002 captano l’atmosfera dei nostri discorsi sghembi e perplessi, le due piazze contrapposte, la disinformazione, l’autoritarismo dello stato, il potere medico, il diritto alla salute… faccio in tempo a ordinare una Goose e parte il commento lapidario del più giovane: «io mi sono rotto il cazzo, mi vaccino e poi voglio andare dove mi pare, basta con sti discorsi da boomer».

Forse, se cerco bene, trovo un sito internet che sostiene che il covid si cura con il thc.

Sipario.

Fondi e cimeli dell’Archivio storico della FAI

Di Francesco Scatigno

Nonostante la sua giovane età, l’Archivio storico della Federazione anarchica italiana, nato da una proposta del Congresso di Carrara del 1985, conserva cimeli e manoscritti provenienti da luoghi e tempi più remoti. Spesso sono stati conservati e tramandati da militanti anarchici che hanno donato all’archivio queste preziose testimonianze del passato.

Tra questi cimeli ci sono oggetti e manoscritti che risalgono alla guerra civile spagnola, lettere che fanno parte della corrispondenza di alcuni esponenti anarchici con importanti figure della politica e della cultura italiana come Calamandrei, Pertini, Nenni e Salvemini.

I reperti della guerra civile spagnola

Ad arricchire notevolmente l’ASFAI vi sono reperti e documenti della guerra civile spagnola appartenuti a Valentino Segata. Segata è un anarchico nato a Sopramonte (TN) nel 1892 e arruolatosi nella Colonna italiana Ascaso nel 1936, dove è al comando di una sezione di fucilieri. Dopo la conclusione della guerra spagnola, torna a Parigi. I suoi documenti furono custoditi dall’anarchico romagnolo Domenico Girelli, anch’egli combattente nella guerra civile spagnola, famoso per aver segregato nella loro caserma i carabinieri di Civitella di Romagna durante le insurrezioni della Settimana Rossa nel 1914.

Domenico Girelli, nei giorni in cui si tenne il convegno del 1987 su Sacco e Vanzetti a Villafalletto (CN) consegnò a Massimo Ortalli, curatore dell’ASFAI, i documenti appartenuti a Segata. Tra questi documenti ci sono una tessera del 1937 della Confederación Nacional del Trabajo, documenti di identità, carte di circolazione, permessi e la nomina di Segata a Capitano di compagnia con le firme di Antonio Cieri, Emilio Canzi, Umberto Consiglio, Giuseppe Bifolchi e Gregorio Jover. Alcuni di questi documenti hanno il timbro della Divisione Francisco Ascaso.

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Pupi, pupazzi, poesie e un’avventura

di Redazione [QUI il PDF]

Marionette e burattini sono qualcosa che tutti/e ricordiamo di aver visto almeno una volta nell’infanzia. La semplicità del teatro di figura è la sua forza, e come uno specchio ci ricorda che dietro ogni maschera ci sono forze che la controllano. Questa visione sembra negare radicalmente l’autonomia dei personaggi e rimanda ai peggiori incubi cospirativi, eppure la visione catartica del teatro fa ridere, piangere, incazzare, commuovere e, toccando la nostra sfera emotiva, insegna piccole e grandi verità. Così fanno le storie del Teatrino Pellidò di Ancona, che vi raccontiamo con un’intervista al burattinaio Vincenzo Di Maio.

Ben altri pupazzi comandano la regione Marche. Una banda di neofascisti, omofobi, antiabortisti e ultracattolici che stiamo imparando, nostro malgrado, a conoscere e siamo talmente schifati che in questo numero non riusciamo neanche a parlarvene. Accogliamo però una breve riflessione dal Molise e raccontiamo l’esperienza abruzzese del Campetto occupato di Giulianova, attualmente sotto minaccia di sgombero. Un altro spazio di autogestione che ci piace sostenere (e ci ripromettiamo di raccontare in un prossimo numero) è Casa Galeone, nelle campagne maceratesi, che sta cercando di superare una delicata fase di assestamento per proseguire il suo percorso partecipativo, orizzontale e autogestionario del lavoro e della vita di gruppo.

Abbiamo poi storie di partigiani, di librerie indipendenti e continuiamo a parlare di Intelligenza Artificiale nel mondo che verrà e di come declinare, qui e ora, la tensione rivoluzionaria.

A partire da questo numero, inoltre, proveremo ad avvicinarci alla poesia, dedicando un nuovo spazio di dibattito a una materia che spesso è dimenticata o ci sfugge.

Ci siamo chiesti e chieste che cos’è la poesia e cosa può aggiungere a Malamente che è già una parola dalle tante accezioni e un avverbio resistente, per chi lo sa apprezzare. Proveremo a capirlo insieme, nel corso delle uscite, seguendo il nostro fiuto, l’ispirazione e il ritmo dei versi. Come quelli di Franco Scataglini, che ci raccontano di un dialetto che non si è estinto e di una poesia che può essere la voce di chi voce non ha.

Oltre a tutto questo, è arrivato il momento di presentare il nostro nuovo progetto. Dopo mesi di lavoro dietro le quinte, possiamo finalmente annunciare che stanno per nascere le Edizioni Malamente. Dall’esperienza e dalle complicità che andiamo costruendo dal 2015 con questa rivista, abbiamo raccolto la giusta dose di coraggio e voglia di fare qualcosa in più per continuare a essere uno strumento di critica sociale e agitazione culturale.

logo edizioni malamente

A partire dall’autunno 2021 pubblicheremo i primi titoli che potrete trovare sul nuovo sito edizionimalamente.it e sui nostri consueti canali di distribuzione, ma che potrete ordinare anche in qualunque libreria, indipendente o di catena. Inizieremo con un testo quanto mai adatto a questi tempi: Mutuo appoggio. Costruire solidarietà durante questa crisi (e la prossima), di Dean Spade, realizzato in collaborazione con le Brigate Volontarie per l’Emergenza. Seguirà Breve storia dei gas lacrimogeni di Anna Feigenbaum, di cui pubblichiamo qui, in anteprima, l’introduzione francese di Julius Van Daal. Entrambi i titoli sono inediti in Italia e speriamo possano essere l’inizio di una nuova bella avventura.

Conoscenza, condivisione, solidarietà e lotta continuano a essere i punti cardinali sulla nostra bussola, ma sarà soprattutto la possibilità di incontro con lettori e lettrici che renderà utile e speciale questo viaggio.

Il giuramento del partigiano Wilfredo

Intervista di Sergio Sinigaglia ad Alfredo Antomarini [QUI IL PDF]

Wilfredo Caimmi (Ancona 1925-2009) è stato un partigiano comunista. Uno dei tanti giovani che appena diciottenne scelse di stare dalla parte giusta e salì in montagna a combattere il nazifascismo; successivamente insignito della medaglia d’argento al valore militare. Nel novembre del 1990 fu al centro di un clamoroso fatto di cronaca di rilievo nazionale: ce lo racconta in questa intervista Alfredo Antomarini, amico e compagno di Wilfredo, che nel libro “Ottavo chilometro” (Ancona, il lavoro editoriale) ha ricostruito insieme a lui la storia partigiana di Caimmi e dei suoi compagni.

L’intervista – in uscita su Rivista Malamente n. 22 (luglio 2021) – è stata raccolta poche settimane prima che Alfredo Antomarini, per tutti Edo, ci lasciasse improvvisamente, il 17 giugno 2021, dopo una breve malattia. [Nota della redazione]

Alfredo Antomarini

Possiamo raccontare come Wilfredo diventa antifascista e i suoi primi passi da partigiano?

Wilfredo nasce ad Ancona nel 1925, dunque nel 1943 è diciottenne, l’età considerata idonea dall’organizzazione clandestina per essere destinati alla resistenza armata. Al di sotto di questo limite non si reclutavano combattenti, tuttalpiù gappisti, con funzioni di supporto.

L’episodio che fa diventare Caimmi antifascista è legato al periodo del liceo scientifico. A scuola era piuttosto bravo, aveva ottimi voti. Frequentava il primo anno. Un giorno un professore indica due studenti, li invita a mettersi in fondo alla classe e comunica loro che da domani non dovevano venire più a scuola. Visto che non avevano compiuto nessuna cattiva azione, Wilfredo alza la mano e chiede le ragioni di questa decisione. Il professore irritato lo invita a non intromettersi e comunque afferma perentoriamente che, essendo ebrei, lo Stato vietava loro la frequentazione scolastica. Di fronte alla contestazione il preside convoca il padre di Wilfredo e rimarca l’atteggiamento indisciplinato del figlio, che da quel momento diventa antifascista.

Il fatto non sfugge all’organizzazione clandestina partigiana attenta a qualunque segnale che potesse indicare dei giovani da cooptare, soprattutto i ragazzi che facevano vita di strada, anche svelti di mano. E così Wilfredo e altri suoi amici, divenuti anche loro partigiani, frequentano la scuola di pugilato del maestro Fernando Cerusico, repubblicano e antifascista rigoroso: un vero “maestro di vita”, che dà a quei ragazzi portati alla rissa di strada una certa “disciplina”.

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Non di solo Stato vive la scuola. In difesa delle scuole libertarie

Intervento di Francesco Codello

Agli inizi di marzo il sito Dinamo Press – che si definisce come un progetto di informazione indipendente nato dalla cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti – ha pubblicato un articolo di Angela Pavesi e Michele Dal Lago intitolato “Una selva molto oscura. Il neoliberismo comunitarista delle scuole parentali e libertarie”. Mettendo in un unico calderone esperienze educative tra loro anche molto diverse, gli autori attaccano duramente tutte le realtà che si muovono esternamente alla scuola statale, identificata come l’unica scuola pubblica possibile, al di fuori della quale ci sarebbe solo la giungla del modello neoliberista. Pubblichiamo una replica di Francesco Codello, pedagogista, tra i fondatori della Rete per l’educazione libertaria, che è stato dirigente scolastico ed è da lungo tempo impegnato nella ricerca storico-educativa. Codello ha parlato ai microfoni di Radio Blackout, nella rubrica Anarres condotta da Maria Matteo, difendendo le esperienze concrete di educazione libertaria che, tanto oggi quanto nella loro ormai lunga storia, si sono sviluppate come strumenti di cambiamento sociale in senso antiautoritario: riportiamo qui il dialogo radiofonico con l’autorizzazione dell’autore, e ci ripromettiamo di tornare sul tema anche sulle pagine di Rivista Malamente.

[Maria Matteo] Vuoi raccontare brevemente cosa dice l’articolo pubblicato su Dinamo Press o preferisci partire dalla realtà delle scuole libertarie?

[Francesco Codello] Preferisco sicuramente partire dalle nostre idee e dalle nostre pratiche, perché ritengo quell’articolo pubblicato da Dinamo Press violento nei toni, inqualificabile, che sprigiona ignoranza e/o malafede. I toni e i modi, oltre che i contenuti, non stimolano l’apertura di un dibattito, non aiutano il confronto e nemmeno spingono a fare riflessioni e autocritiche, peraltro sempre necessarie. Nel corso della discussione spero di riuscire a far emergere alcuni concetti importanti sia dal punto di vista storico che attuale, che in quell’articolo non vengono minimamente considerati.

[M.M.] Cominciamo allora con il dissipare un po’ di confusione, che certamente Dinamo Press ha contribuito ad alimentare, perché il percorso delle scuole libertarie non può essere equiparato alla sola educazione parentale, né tantomeno a percorsi come quelli delle scuole private, confessionali o di altro genere.

[F.C.] Partirei da una prima considerazione: gli autori dell’articolo che esprimono questi giudizi, e portano un così duro attacco all’educazione libertaria, palesano una profonda ignoranza di tutta la storia dell’educazione libertaria. Non sanno nulla, almeno così traspare dall’articolo, di una storia della quale noi siamo orgogliosamente fieri, che ci appartiene e di cui sentiamo anche la responsabilità. Quando si intraprendono pratiche di educazione libertaria si deve infatti sentire il senso di appartenenza a una tradizione che ha segnato profondamente il rinnovamento della pedagogia nel corso della storia. A cominciare da William Godwin, che per primo parlò contro l’idea di un curricolo scolastico unico e quindi di gestione in esclusiva del sistema scolastico da parte dello Stato, per arrivare fino alle esperienze concrete dei giorni nostri.

C’è poi anche una profonda ignoranza di ciò che si è dibattuto e discusso nella storia della scuola italiana. Tra il 1900 e il 1926, cioè fino all’imporsi delle leggi cosiddette “fascistissime”, la scuola italiana ha subìto due grandi processi di cambiamento: la legge Daneo-Credaro del 1911 e la riforma Gentile del 1923. Mi soffermo in particolare sulla legge Daneo-Credaro, con la quale lo Stato italiano, in ritardo di molti anni rispetto ad altri paesi europei, avoca a sé la gestione e quindi l’organizzazione delle scuole di base, così si chiamavano le elementari, che fino ad allora erano state a gestione comunale. Questa legge rappresenta sicuramente un importante passaggio, anche in senso positivo, ma dà inizio anche a un percorso di statalizzazione esclusiva dell’organizzazione scolastica. Tra gli anarchici si sviluppa in quegli anni tutto un dibattito che possiamo semplificare nella domanda: scuola laica o scuola libera? Cioè era positivo il tentativo di togliere la scuola dal condizionamento clericale, perché era questo che succedeva con la scuola a gestione comunale, soprattutto nei piccoli comuni che rappresentavano la maggior parte del tessuto sociale italiano, ma d’altra parte a questa idea di scuola laica veniva contrapposta un’idea di scuola libera.

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